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Liberate
dalla schiavitù

· Rilasciate 82 studentesse rapite da Boko Haram ·

Il terrore segna il volto di queste ragazze che non saranno più le stesse di prima. Magre, confuse, hanno gli sguardi smarriti e spenti mentre pronunciano solo poche parole. Non raccontano quel che è accaduto, non fanno dichiarazioni o conferenze stampa. Molte di loro sono diventate madri in questi ultimi tre anni, alcune addirittura sono state mutilate. Erano poco più che bambine quando il 4 aprile 2014 a Chibok, nel Borno, furono rapite dai miliziani di Boko Haram, tra i più feroci gruppi armati jihadisti del continente africano. Erano in 276 quel giorno. Ottantadue di loro sono state liberate due giorni fa, sabato 5 maggio, dopo intensi negoziati tra i terroristi e il governo federale. Resta ancora sconosciuto il destino di altre 113.

Una delle ragazze liberate da Boko Haram (Ap)

La vicenda delle studentesse rapite, la maggior parte delle quali cristiane, ha finora suscitato una vasta eco nella stampa mondiale, con il lancio di ampie campagne a sostegno della loro liberazione. Tuttavia, poco o nulla si sa di quello che queste ragazze hanno veramente vissuto. Le giovani liberate non vogliono parlare essendo consapevoli che, se si saprà quanto accaduto, non saranno più accettate dalle loro comunità di origine e potrebbero essere fortemente discriminate. Le loro condizioni di salute sono pessime: una ha una gamba amputata — sembra in seguito a un bombardamento — e un’altra non ha più una mano a causa di un’infezione. Tutte ridotte in schiavitù. E cosa ancor più grave, il loro rilascio è avvenuto in seguito a un accordo che prevedeva, come contraccambio, la scarcerazione di un gruppo di terroristi. Le ragazze sono state barattate, trattate come una merce di scambio, e stavolta dal loro stesso governo che ha accettato di negoziare con criminali assetati di sangue.

La liberazione di sabato è solo l’ultimo capitolo di un lungo, drammatico cammino iniziato con l’attacco alla scuola di Chibok, villaggio non lontano da centri come Wuyaram e Maiduguri. La vita di queste giovani nigeriane viene brutalmente interrotta una mattina di aprile, durante quella che sembrava una normale ora di lezione. L’obiettivo non è casuale: i jihadisti odiano qualsiasi forma di istruzione superiore. Uomini armati irrompono nell’edificio, radunano le ragazze e le portano via, verso le loro basi nel Borno, al confine con il Camerun: una terra di nessuno dove Boko Haram ha campo libero e le forze dell’esercito subiscono ingenti perdite ogni giorno. Poche settimane dopo l’attacco, 57 ragazze riescono a scappare e tornare a casa. Poi il nulla, la maggior parte delle studentesse di Chibok resta nelle mani dei miliziani. Nell’ottobre 2016, la prima svolta: grazie alla mediazione della Svizzera e della Croce Rossa internazionale, Boko Haram accetta di rilasciare 21 ragazze in cambio della liberazione di quattro terroristi detenuti.

Sullo sfondo di questa tragedia c’è un paese che vive una crisi senza precedenti. Poverissima, nonostante gli enormi giacimenti di petrolio e gli investimenti stranieri, la Nigeria ha conosciuto negli ultimi anni una forte crescita demografica, tanto che tra pochi decenni potrebbe avere più abitanti degli Stati Uniti. A questo si aggiunge la piaga del terrorismo. Dal 2011 l’offensiva dei sunniti di Boko Haram ha accelerato il ritmo con l’aumento degli attacchi suicidi nei mercati e nei luoghi di culto, l’arruolamento dei bambini soldato, gli attacchi alle sedi del governo federale, i massacri di innocenti. Nel 2015 l’organizzazione ha annunciato l’adesione al cosiddetto stato islamico (Is).

L’azione di Boko Haram sta distruggendo il paese. Sono almeno ventimila le vittime causate dal gruppo. Secondo Medici senza Frontiere, almeno 250.000 nigeriani in questi anni sono stati costretti a fuggire a causa delle violenze e altri 100.000 si troverebbero in situazioni di grave vulnerabilità. Nel Borno il 75 per cento delle infrastrutture idriche e igienico-sanitarie e il 30 per cento di tutte le strutture sanitarie sono state distrutte, saccheggiate o danneggiate. L’impatto su giovani e bambini è devastante.

di Luca M. Possati

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