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Libera
di sentire il divino

· A colloquio con Barbara Alberti ·

Barbara Alberti

A conclusione della pubblicazione di fratello Francesco sorella Chiara, iniziata sull’Osservatore Romano del 7-8 agosto, Barbara Alberti parla del suo romanzo in questa intervista.

Come è nato l’amore per la scrittura? Quando ha capito che sarebbe diventato “il” lavoro?

In prima elementare, quando ho imparato a scrivere. Ero stupefatta, come un uomo delle caverne scopre la traccia del sasso sulla roccia, guardavo le lettere che la penna tracciava sulla pagina — bisonti, alci, fiumi — allora c’era un modo per uscirne. Avrò tutte le vite che riuscirò a scrivere. Scrivo perché non so cantare. Le arti pure sono musica e pittura, la scrittura è la più esposta ai pettegolezzi del razionale. Però anche nello scrivere, se ti lasci andare, c’è il miracolo dell’uscita da sé. Nella vita sono la scimmia della mia scrittura. Di lavoro però ne ho anche un altro, la casalinga. Ho il callo della penna e quello della scopa. Se ti fai una famiglia devi badare alla tana. Mi piace pulire perché è un lavoro che riesce sempre. Entri in una stanza disastrata, metti in ordine, e tutto si trasforma. Le idee migliori vengono quando non ci pensi, magari mentre sbatti i tappeti.

Come ha incontrato la figura di Francesco? E quella di Chiara?

A dieci anni, quando ci trasferimmo a Santa Maria degli Angeli, e la mattina una corriera ci portava ad Assisi dove c’era la scuola. La nonna, una fondamentalista armata di rosario, mi aveva cresciuto col terrore di un dio minaccioso e spione, e me lo aveva fatto diventare molto antipatico. Quanti schiaffi ho preso nel suo nome! A sentire lei, Dio ci aveva proibito tutto. Era peccato amare, pensare, ridere soprattutto. Una cosa sola ci poteva salvare, obbedire e zitti. Chiedevo: «Ma allora che ci ha creati a fare?». E lei «Zitta, che Lui ti punisce!». Intanto mi puniva lei. Mi mandava a scuola dalle suore che picchiavano le orfane. Francesco fu una rivelazione. Un santo che si definiva un pazzo di Dio, che rideva di sé, che aveva fatto del riso la sua preghiera. Marinavamo la scuola e andavamo a fare la comunione a Santa Chiara, oppure, sulla collina, dalle Piccole sorelle di Charles de Foucault, a lavorare l’orto o aiutare in cucina. Non parlavano mai di religione, la praticavano. Però non ho più creduto in Dio, e da allora mi sono sentita libera di sentire il divino, come in William Blake «E allora gli uomini dimenticarono che ogni deità è nel cuore dell’uomo». Tutto il Novecento è pervaso da una grande nostalgia della spiritualità, è pieno di santi laici, penso ad Antonio Gramsci.

Qual è stata la parte più difficile da scrivere? E quella che le ha dato più soddisfazione?

È stato facile, fretta a parte, è stata una festa e una tregua dall’orrore del mondo. Nelle Fonti Francescane c’è tutto. Si può solo giocosamente imitarle. Non è mai stato scritto credo qualcosa di così luminoso e lieto.

I personaggi minori. Come sono nati e da dove hanno attinto identità, personalità, narrativa?

Il libro, con i personaggi maggiori e minori, è nato veramente solo con le illustrazioni di Piero Di Domenicantonio, attraverso quelle immagini la scrittura ha preso il volo, come Francesco quando si solleva da terra e arriva in cima al pioppo. C’è in quelle figure un sorriso, una tenerezza, una spiritualità che sembrano usciti dalla Leggenda perugina, e sono stati di grande ispirazione.

Francesco e Chiara, “testimonial” di quella leggerezza che deriva dalla più radicale povertà: è stato difficile parlare di una scelta così lontana dai valori della nostra società, ossessionata dal possesso e dal consumo?

In maniera più artigianale, anche il medioevo ne era ossessionato, a cominciare dal papato, e anche per questo la rivoluzione di Francesco è immensa. A parole siamo tutti francescani. Ma vai a levarmi il computer o l’acqua calda, divento una belva. Come Tolstoj, che aveva rinunciato a ogni possesso, ma intestando tutto alla moglie, e viveva in una stanzina da monaco ma intorno aveva un palazzo di quaranta stanze. Dicevano di lui: «Ecco un modo per attraversare la cruna di un ago, restando cammello». Mi sono pelosamente dilettata a corteggiare Madonna Povertà, restando cammello.

La difficile arte del feuilleton, una sfida raccolta anche da big come Dumas o Balzac.

Ho accettato perché sono un’incosciente, come l’oca del Gozzano. E perché Lucetta Scaraffia e il vostro direttore, Gian Maria Vian, mi hanno ammaliato come la Volpe e il Gatto con Pinocchio, facendomi balenare l’avventura meravigliosa di vivere fra San Damiano e la Porziuncola, e di mettere il mio piede forcuto sul sagrato. Su un giornale luminoso come «L’Osservatore Romano», che insieme a «Il Manifesto» è l’unico giornale di sinistra. Loro mi hanno dato questa investitura e io ho ricambiato scrivendolo senza compenso, come omaggio a una Chiesa dove c’è un Papa che sorride, come Francesco, e ci fa sentire accolti, credenti e non, e ci fa il dono di farsi voler bene. Tutti noi mistici miscredenti vogliamo solo tornare dai preti, perché sono gli unici che studiano. La Chiesa non ha mai smesso di coltivare il sapere. Prima studiavano anche i comunisti, e in passato hanno tirato su generazioni di galantuomini eroici e preparati. Adesso della sinistra non rimane neanche il nome. Io sogno che un giorno Gramsci esca dalla foto che hanno l’impudenza di tenersi in sezione, e li bastoni. Solo il giullare Francesco ci ricorda la giustizia sociale, e un Papa che non a caso ha preso il suo nome. Quanto al libro, ringrazio Lucetta Scaraffia, grande allenatrice creativa, una spiritual coach che mi ha spronato con incoraggiamenti celestiali.

Una fonte ricchissima e inesauribile per raccontare il mondo di Francesco: Chrétien de Troyes.

Oltre che a lui, devo molto a Gabriella Agrati e Maria Letizia Mangini, incantevoli traduttrici dei suoi testi, che mi hanno dato il ritmo della narrazione, e fatto capire che la storia di Francesco e Chiara doveva essere raccontata come un romanzo cavalleresco. Il resto lo devo ai bellissimi libri di Chiara Frugoni ed Ernesto Balducci.

Francesco e i diavoli, forse le parti più commoventi e vivaci del romanzo.

Credo, di tutta la letteratura francescana. Che bella catarsi, per me che da piccola ero terrorizzata dal diavolo, farmene beffe nascondendomi dietro Francesco. Il diavolo è un pretesto comico immortale.

Progetti futuri?

Uno, ambizioso: mentre i missili sfrecciano nei cieli, portare Francesco sulla scena. Qui in cantina facciamo teatro coi bambini e stiamo preparando un atto unico, San Francesco contro il Diavolo. Ma non mi chieda i biglietti, è già tutto esaurito. Ci sono cinque posti, e sono andati a ruba.

di Silvia Guidi

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