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Lì troverai i trofei di coloro che fondarono la Chiesa

· Nella necropoli vaticana ·


L’individuazione di un locus funerario che diventa area sacra per la presenza delle spoglie di un martire è senza alcun dubbio uno degli aspetti macroscopici e peculiari della storia della chiesa agli albori della tarda antichità.

In Oriente come in Occidente, fin dai primi secoli, si avviano una serie di interventi, seppure non omogenei né sincronici, che tendono ad assumere il carattere di un vero e proprio processo di progressiva monumentalizzazione — nella fase iniziale minimale e poi macroscopica — con l’obiettivo primario di delimitare e di "segnalare" nello spazio e nel tempo un’area sacra, che si proponesse per le comunità dei fedeli come riservata, tutelata, accessibile nonchè riconoscibile nel suo valore materiale di catalizzatore identitario.

Come illuminante testimonianza di questo fenomeno — solo poco più recente rispetto a quello archetipico della memoria funeraria di Policarpo di Smirne (circa l’anno 170) — si può legittimamente richiamare un breve passo riportato da Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica, ii, 25, 5–7), nel quale un presbitero romano di nome Gaio, al tempo di Papa Zefirino (199—217), dichiara orgogliosamente che a Roma si conservavano le memorie funerarie di Pietro e Paolo: «Io posso mostrare i trofei (tà tròpaia) degli apostoli: se vai infatti sul colle Vaticano o sulla via Ostiense, troverai i trofei di coloro che fondarono questa chiesa».

Un testo fondamentale, non ambiguo né reticente, che fissa a Roma intorno alla fine del ii secolo la localizzazione della memoria funeraria dei due Apostoli: una realtà oggettiva, quella descritta da Gaio, certo conosciuta e controllabile proprio perché topograficamente definita.

Questo e quanto si apprende dalla più esplicita e antica delle fonti letterarie che parlano espressamente della memoria funeraria di Pietro. Ma certo di più si è potuto conoscere dalla lettura non pregiudiziale degli esiti degli scavi condotti per un decennio a partire dal 1939 al di sotto della confessio Vaticana.

Il risultato più appariscente e certamente inaspettato fu lo scoperta — a circa otto metri sotto la basilica attuale — di un’intera necropoli pagana rimasta attiva dal ii secolo fino all’inizio del iv, costituita da una doppia fila di mausolei in ottimo stato di conservazione, separati e resi accessibili attraverso uno stretto sentiero. I defunti deposti in questo cimitero — come indicato dalla decorazione ad affresco dalle iscrizioni e dai temi figurativi dei sarcofagi — si riconoscevano in diversi culti pagani.

Ma in tale contesto già verso la metà del iii secolo sorprendentemente si insediò un mausoleo i cui proprietari — la famiglia dei Giuli — fecero decorare con mosaici a soggetto inequivocabilmente cristiano, il profeta Giona e una raffigurazione di Cristo che ascende al cielo su una quadriga. Il mausoleo dei Giuli si trova a pochi metri a est del soprastante altare della confessio, e dunque proprio in prossimità della zona dove l’indagine archeologia riuscì a rintracciare faticosamente — tra le macerie della costruzione costantiniana e le fondazioni della basilica attuale — poche ma significative tracce materiali, che nella loro natura e funzionalità sembrano rimandano direttamente a quanto descritto dal presbitero Gaio.

Si tratta di pochi e mutili resti marmorei (una colonnina con relativa base) sovrastanti una piccola cavità, nei quali — pur nella loro esiguità — è agevole riconoscere quanto rimasto di una piccola edicola, in definitiva quella descritta come tròpaion dal presbitero Gaio.

Un altro dato significativo si "legge" sul muro affrescato in rosso, che fa da supporto all’edicola e chiude a ovest la piccola area petrina, definita convezionalmente come "campo P": è una mutila iscrizione greca tracciata a sgraffio che reca Petr[os] / en i[rene) (Pietro in pace), una acclamazione rivolta all’Apostolo con la più tipica delle formule ireniche di uso corrente fin dal iii secolo, nella prassi epigrafica dei cristiani.

Al di là delle polemiche non sempre produttive suscitate dagli esiti delle esplorazioni nel sottosuolo della basilica vaticana e dai connessi problemi relativi alla presenza di presunte reliquie riferibili all’Apostolo, nonché alla lettura e alla interpretazione dei graffiti tracciati sul muro che delimitava a nord il campo P, si possono fissare almeno due aspetti indubbiamente rilevanti e difficilmente confutabili, che sembrano emergere da una lettura integrata dei dati testuali e archeologici.

Il dato emergente è senza alcun dubbio costituito dalla tangibile presenza a Roma sul colle Vaticano della più antica testimonianza materiale connessa alla memoria funeraria dell’apostolo Pietro, nei termini di un dispositivo modesto per forma e dimensioni, ma senza dubbio altamente significativo nella sua essenzialità di elemento segnaletico e nel contempo identitario. Appunto il "trofeo di Gaio", esito non già di una "memoria culturale" (mitica), ma consapevole e immediato indotto di una "memoria storica", veicolata cioè attraverso non più di tre generazione rispetto al periodo della presenza di Pietro a Roma e della sua morte (circa 64–68) epi tòn Batikanòn (in Vaticano), come aveva affermato il presbitero Gaio.

Ma vi è ancora un aspetto — non sempre adeguatamente considerato — che caratterizza la necropoli vaticana come cimitero plurale: la presenza cioè di deposizioni cristiane in un contesto generale quasi totalmente pagano. È la prova che la realtà di una rispettosa convivenza funeraria tra pagani e cristiani — a Roma come altrove — almeno nei primi tre secoli, era una prassi consolidata, come indicano anche altre testimonianze epigrafiche e archeologiche, documentate sulle via Appia, Labicana, Latina. Un fenomeno, che avrebbe fatto inorridire il grande Giovanni Battista de Rossi, ma che appare del tutto naturale nel generale contesto multietnico e muticulturale della capitale dell’Impero.

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15 dicembre 2019

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