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L’enciclica Humanae vitae
cinquant’anni dopo

Cinquant’anni dopo la pubblicazione, l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI si presenta agli occhi degli uomini di oggi in modo completamente diverso: nel 1968 era un documento coraggioso — e quindi controverso — che andava contro l’aria del tempo, quella della rivoluzione sessuale, per realizzare la quale erano fondamentali un contraccettivo sicuro e anche la possibilità di aborto. Era anche il tempo in cui gli economisti parlavano di “bomba umana”, cioè del pericolo di sovrappopolazione che minacciava i paesi ricchi e poteva diminuire la loro prosperità.

Bernhard Gillessen, «Fecondità» (2014, particolare)

Due forze potenti, quindi, si schieravano contro l’enciclica: l’utopia della felicità, che la rivoluzione sessuale prometteva a ogni essere umano, e la ricchezza, che sarebbe stata la logica conseguenza di una diminuzione della popolazione su vasta scala.

Oggi, cinquant’anni dopo, vediamo le cose in tutt’altro modo. Queste due visioni utopiche si sono realizzate, ma non hanno portato i risultati sperati: né la felicità né la ricchezza, ma piuttosto nuovi e drammatici problemi. Se il crollo della popolazione nei paesi avanzati si sta confrontando a fatica con l’arrivo di masse di immigrati necessari ma al tempo stesso inaccettabili per molti, dal controllo medico delle nascite è iniziata l’invasione della procreazione da parte della scienza, con risultati ambigui, spesso preoccupanti e pericolosi.

Oggi, quando stiamo pagando tutti i costi di una brusca e forte denatalità, quando tante donne dopo anni di anticoncezionali chimici non riescono a concepire un figlio, ci rendiamo conto che la Chiesa aveva ragione, che Paolo VI era stato profetico a proporre una regolamentazione naturale delle nascite che avrebbe salvato la salute delle donne, il rapporto di coppia e la naturalità della procreazione. Oggi che le ragazze appassionate di ecologia si rivolgono ai metodi naturali di regolazione della fertilità, senza neppure sapere che esiste l’Humanae vitae, oggi che i governi cercano di realizzare politiche che favoriscano la natalità, dobbiamo rileggere l’enciclica con altri occhi. E, invece di vederla come la grande sconfitta della Chiesa davanti alla modernità dilagante, possiamo rivendicarne la lucidità profetica nel cogliere i pericoli insiti in questi cambiamenti e felicitarci, noi cattolici, che ancora una volta la Chiesa non sia caduta nella trappola allettante delle utopie del Novecento, ma abbia saputo coglierne subito i limiti e i pericoli.

Ma pochi ci riescono: per molti è ancora difficile staccarsi dalla vecchia contrapposizione tra progressisti e conservatori, all’interno della quale l’enciclica è stata fatta a pezzi, senza coglierne lo spirito critico e la forza innovativa. Ancora adesso, nessuno sembra ricordare che, per la prima volta, un papa ha accettato la regolamentazione delle nascite e ha invitato i medici a ricercare metodi naturali efficaci.

È molto importante, perciò, riuscire a guardare l’Humanae vitae con occhi nuovi, occhi di esseri umani che vivono nel secolo XXI, ormai consapevoli del fallimento di tante utopie e di tante teorie economiche che erano state proposte come infallibili. Solo così possiamo affrontare i problemi di oggi della famiglia, il nuovo ruolo delle donne e i difficili rapporti fra etica e scienza, le cui radici stanno — anche se per alcuni aspetti inconsapevolmente — in quel testo del lontano 1968.

di Lucetta Scaraffia

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23 ottobre 2018

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