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L’horror d’autore
e la serie B

· Possessioni al cinema ·

Quello esorcistico è da decenni uno dei filoni più prolifici del cinema horror. Una moda nata ovviamente dall’enorme successo de L’esorcista (The exorcist, William Friedkin, 1973) e che negli ultimi anni si è riaccesa con un numero abbastanza impressionante di titoli — quasi sempre però piuttosto grossolani — ultimo dei quali è The Vatican tapes di Mark Neveldine, uscito il 7 gennaio nelle sale italiane. 

William Friedkin, «L’esorcista» (1973)

Lo scrive Emilio Ranzato aggiungendo che i pregi del film di Friedkin, ancora oggi uno degli horror più spaventosi mai realizzati, sono innanzi tutto tecnici. In particolare per quanto riguarda il trucco apposto sul viso innocente dell’allora quattordicenne Linda Blair, a sua volta protagonista di un’interpretazione sorprendente. Ma più in generale, il capolavoro del sottogenere ha avuto il merito di raccogliere e sublimare — rendendolo credibile e quindi appetibile anche per il grande pubblico — tutto il truce armamentario iconografico e narrativo che nel decennio precedente aveva stazionato presso il sottobosco dei b-movies. E che a sua volta era stato spesso intriso di una virulenza iconoclasta nei confronti della vecchia Hollywood. Ecco allora che attraversando idealmente tutta la storia del cinema americano, la piccola posseduta Regan MacNeil nata dalla penna di William Peter Blatty finisce per essere una specie di Shirley Temple degenere dei tempi del Vietnam e del Watergate. Un’immagine, di conseguenza, quanto mai forte e inquietante.

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22 febbraio 2018

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