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L’Hannah di oggi e l’Anna di ieri

· Due serie televisive che parlano dei drammi e dei doni dell’adolescenza ·

Hannah e Anna: due palindromi, due adolescenti appena in sella alla vita. La prima contemporanea e bella, confusa e sola nell’America di oggi; la seconda coi piedi nel passato e una storia per niente facile alle spalle: orfana cresciuta tra istituti, ma capace, nonostante le evidenti cicatrici, di trasformare il vuoto di amore in desiderio di amare.

Un’immagine tratta dal trailer  della serie televisiva «Tredici»

Hannah spegne la sua giovane vita in una vasca da bagno rubina di sangue; Anna disarma, con la sua sconfinata positività, ogni rude e scontroso che le si pari di fronte. Hannah e Anna, ovvero le sensibili protagoniste di due serie diversissime, pubblicate da Netflix in questo 2017 ormai alla sera. È cupa la prima: Tredici, ritratto inquietante dell’adolescenza americana contemporanea. È forza di primavera la seconda: Chiamatemi Anna (dal romanzo Anna dai capelli rossi di Lucy Maud Montgomery), tenue ma invincibile raggio di calore contro il gelo tutt’intorno, instancabile irradiazione di vita che si fa vittoria sull’inverno.

Hannah scrive poesie; Anna ama leggere e adora Jane Eyre: la cita per ricordarsi che «la vita è troppo breve per essere spesa a odiare o a tenere conto dei torti altrui»; per non dimenticare quanto sia «inutile e stupido dire di non sopportare ciò che invece il destino ci costringe a vivere».

Viene voglia, idealmente, di strappare Anna e Hannah dai loro mondi non semplici per farle diventare amiche: perché la prima possa tamponare l’emorragia di solitudine e sfiducia nel prossimo che assale la seconda nei tredici monologhi su audiocassetta coi quali spiega i motivi della sua scelta terribile; mostrando quale carneficina del cuore possa diventare il mondo degli adolescenti, se lasciati soli, se non ascoltati davvero, se non guidati con faticosa attenzione. Con quale facilità essi possano metaforicamente uccidersi a vicenda, nell’anima.

È continuo, in Tredici, il racconto delle ferite che gli adolescenti si infliggono, al di là del gesto estremo di Hannah su cui si può discutere molto e che tante polemiche ha prodotto.

Attorno all’apice, in ogni caso, sotto la vetta tragica che scuote, si erge una montagna di smarrimento, si apre un rubinetto di spavento in grado di annegare anche i cuori più limpidi e vivaci.

«Il modo in cui ci trattiamo e ci diamo una mano deve migliorare per forza», dice Clay, innamorato di Hannah ma incapace di difenderla e proteggerla. Lo dice allo psicologo della scuola: ingranaggio di una comunità smarrita e incapace di serrare i vicoli ciechi in cui i suoi figli possono finire, di impedire che i social network diventino cicloni devastatori di vite appena sbocciate. Tredici è abitata da insegnanti impacciati e da genitori lontani da una relazione autentica coi loro ragazzi: sono famiglie fragili quelle di Tredici, tagliate da una crepa che penetra anche altri esordi di questo 2017: altre fotografie di famiglie sofferenti e fratturate.

Ce ne sono una manciata in Big Little Lies, tratta dal romanzo di Liane Moriarty e diretta da Jean-Marc Vallèe, bravissimo ad accordare la potenza di attrici come Nicole Kidman, Reese Witherspoon e Laura Dern, i cui personaggi — armigeri in pubblico ma friabili in privato — amano con affanno e paura i propri figli, senza riuscire a proteggerli davvero dal disordine ribollente nelle loro ville in faccia al Pacifico californiano.

Non riescono a evitarsi, queste donne controverse, una sofferenza che nel caso di Celeste — il personaggio della Kidman — nasce dalla violenza lancinante perpetrata da un marito che parla continuamente di amore. Il denaro abbondante non le mette al riparo, né difende i loro figli — bambini o adolescenti che siano — da uno squilibrio familiare più o meno profondo.

di Edoardo Zaccagnini

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20 novembre 2019

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