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Lezione di civiltà

· Nel sostegno dei migranti di Roma ·

«Fatti un giro qui in fondo a destra, sentirai la puzza, vedrai la spazzatura» mi dice il gestore di un piccolo negozio di telefonia proprio davanti la stazione Tiburtina, «da quando ci sono loro è sempre così!». Per “loro” il gestore intende gli immigrati. Eppure quando mi dirigo lì, in fondo a destra, proprio a due passi dalla trafficata stazione di autobus, non resto affatto impressionato dalla spazzatura né dall’odore: lo stesso odore e la stessa spazzatura si sentono e si vedono un po’ ovunque a Roma, non sono di certo una prerogativa delle zone ad alta frequenza di immigrati.

Un bambino gioca a pallone  in via Cupa a Roma (Afp)

«Sì, se ne vedono parecchi migranti in giro», conferma un’anziana signora che attraversa la strada con due buste della spesa, «ma se ne stanno per conto loro per lo più, non sono pericolosi come si sente dire dai media». Poco lontano vari gruppetti di africani se ne stanno seduti sul marciapiede. Nessuno di loro parla italiano ma tutti mi consigliano di andare oltre la Tiburtina, a via Cupa, tutti la conoscono. «La conoscevo addirittura prima di arrivare a Roma», mi dice Nizar, sudanese, ventenne, arrivato in Italia da tre settimane e con la speranza di ripartire al più presto, destinazione Germania.
A via Cupa infatti, fino a dicembre scorso, sorgeva il centro per migranti Baobab. Il centro nasceva nel 2004 dai locali di una vecchia vetreria abbandonata, proprio a metà strada tra il piazzale del Verano e la stazione Tiburtina. Entro in un negozio di elettronica a due passi proprio da via Cupa per chiedere se negli ultimi tempi ci sia stato un calo degli introiti. «Nessun drastico calo, ma un anno fa di migranti ce n’erano molti di più, ora la situazione si è normalizzata, forse anche grazie a maggiori controlli, anche se questi sono per lo più di facciata» ammette il negoziante.
Il riferimento è alle operazioni settimanali da parte delle forze dell’ordine. I migranti vengono fatti salire su dei furgoni ma il giorno dopo sono di nuovo esattamente lì dove stavano, come mi conferma una giovane mamma africana seduta in strada accanto alla fermata del bus col proprio bimbo in braccio. «Ogni tanto vengono a chiedere i documenti» racconta senza troppa preoccupazione, mentre allatta con un biberon il piccolo di un anno.
Quando il centro Baobab chiuse — non per ragioni di sicurezza o ordine pubblico come si sente dire in giro ma per restituire i locali alla proprietà come disposto dall’autorità giudiziaria — davanti al centro che ospitava i migranti qualcuno scrisse: «Il Baobab non scompare». E infatti il Baobab non è scomparso. Nel senso che i migranti sono ancora tutti lì, solo non più all’interno della struttura ma fuori, su quella via Cupa che sembra dividere la cittadinanza del quartiere.
«Arrivo alle otto e mezzo e me li trovo tutti lì a dormire davanti il garage» dice il meccanico di un’autofficina proprio in via Cupa, «non è neanche colpa loro, non hanno dove andare ma chi ci rimette siamo noi!». Per “noi” intende le attività commerciali. Come il vicino supermercato che dopo la grande ondata di migranti pare abbia perso il 30 per cento dei ricavi.
Ma qui, nel bel mezzo della famigerata via Cupa, nel cuore vivo della prima grande tappa della migrazione che dal sud del mondo passa per l’Italia, di spazzatura non ne vedo neppure l’ombra. Puzza? Molto meno che in altri quartieri, che magari non si distinguono per ospitalità verso quegli africani che hanno passato l’inferno del deserto, delle minacce e delle violenze fisiche per arrivare sin qui.
Se dopo la chiusura del centro per migranti la situazione nel quartiere non è degenerata lo si deve a un gruppo di privati cittadini che per vocazione, passione, senso di responsabilità civile si sono organizzati per fare quello che il pubblico non riesce più a fare: la prima accoglienza. Sono i volontari del Baobab Experience: studenti, medici, artisti, disoccupati, uomini e donne di ogni ceto sociale e di ogni generazione che da mesi si stanno mobilitando affinché si possa al più presto trovare una soluzione meno provvisoria alle migliaia di immigrati che ogni anno passano per questa piccola strada a due passi dal Verano.
L’enigma della puzza che dovrebbe esserci ma non c’è è presto risolto: i volontari hanno piazzato dei bagni chimici in fondo alla strada che i migranti usano diligentemente mentre una palestra di San Lorenzo, sempre grazie alla mediazione dei volontari, offre l’uso delle docce una volta a settimana. Chi pensa non sia comunque sufficiente per mantenere un livello sufficiente di igiene per via del caldo estivo provi a prendere alle tre del pomeriggio qualunque bus che dalla stazione Termini sia diretto a piazza Venezia, quelli gremiti di turisti che ogni giorno fanno un uso regolare delle docce oppure la metro in un’ora di punta: i mezzi pubblici non ne escono meglio.
A metà di via Cupa incontro una giovane volontaria campana, è qui a dare lezione di italiano a un gruppo di sudanesi. Tutti maschi, tutti giovanissimi, seguono la lezione all’ombra di un alberello. Hanno dei libri di scuola elementare in mano, quanto occorre per sopravvivere. Magari per chiedere qualche spicciolo davanti a un bar come ormai fanno in molti. Ma la lingua non è certo una priorità.

Pochi dei giovanissimi migranti infatti cercano “casa” a Roma o in Italia, e non sono solo i cervelli a fuggire dall’Italia, perché i migranti proiettano le loro speranze molto più a nord: Germania, Olanda, Svizzera. Che l’Italia non sia un paese economicamente troppo in salute lo si evince anche da questo fatto ormai sottolineato da indagini e studi.

di Cristian Martini Grimaldi

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24 agosto 2019

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