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A lezione
da Penny Wirton

· ​Sulla scuola gratuita per immigrati nata a Roma nel 2008 ·

Al romanzo-capolavoro di Silvio D’Arzo, Penny Wirton e sua madre, si riferisce il nome della scuola nata a Roma nel 2008, per iniziativa dello scrittore Eraldo Affinati e di sua moglie, l’insegnante Anna Luce Lenzi: «La Penny Wirton — commenta Affinati — è una scuola gratuita di italiano per immigrati concepita in un rapporto uno a uno, senza classi. I docenti, ormai centinaia, sono spesso ragazzi delle scuole medie superiori. Negli anni molte associazioni hanno preso spunto da noi per realizzare nei loro territori una Penny Wirton. Oggi sono una quarantina in tutto il Paese». 

La scuola Penny Wirton a Casal Bertone

Una scuola diversa il cui metodo mette in discussione il tradizionale rapporto gerarchico tra insegnante e studente: «Insegnare vuol dire prendersi cura dello sguardo altrui — continua Affinati —. Non usiamo la parola metodo. Preferiamo stile o spirito. Questo perché ogni docente ha una sua sensibilità che misura su quella del suo allievo. Io e Anna Luce abbiamo scritto un manuale in due volumi, Italiani anche noi, pubblicato dall’editore Erickson, che usiamo quale testo di riferimento. Alle nostre scuole Penny Wirton è dedicato il mio ultimo libro, in uscita per Mondadori a fine marzo, dal titolo Via dalla pazza classe. Educare per vivere.
Gli alunni della Penny Wirton provengono da tutto il mondo. Precisa Affinati: «I nostri studenti, spesso minorenni non accompagnati, ma anche famiglie e adulti, vengono dall’Africa, dal mondo arabo, dal Bangladesh, dalla Cina, dai paesi slavi. I maggioranza sono maschi, ma ultimamente la presenza femminile sta crescendo, soprattutto a causa delle ragazze nigeriane». Le donne stanno dunque «uscendo allo scoperto», mostrando come la scuola rappresenti per loro una possibilità di recuperare la dignità della propria condizione umana e sociale. Come spiega Anna Luce Lenzi, insegnare a una donna anziché a un uomo «non è tanto diverso: l’attenzione e l’impegno sono intensi in ogni caso; le mamme sanno mettersi a leggere e scrivere legandosi il piccolo sulla schiena (e lui beatamente dorme) oppure, se è sveglio e cammina, lasciando che vada, che si muova nella comunità che lo sorveglia e lo accudisce. La presenza femminile in questi casi è fonte di allegria, di sorrisi: nessuna tensione, da parte della mamma, ma impegno tale e quale a tutti gli altri».
Il rapporto tra insegnante e studente, lungi dall’essere un algido trasferimento di nozioni, si trasforma alla Penny Wirton in un incontro umano in cui vissuti incommensurabili entrano in contatto tra loro: eppure, continua Anna Luce Lenzi, «non sempre puoi capire i sogni e le paure di queste donne; specialmente sulle prime, senti il timore delle relazioni in generale (le signore del Bangladesh) e poi una fiducia molto riservata; in certe giovani ti meravigliano le fantasie gioiose di rinascita (unghie colorate, extensions spettacolari delle ragazze nigeriane…); la riservatezza diventa con il tempo confidenza: e allora sì, le donne sono diverse e raccontano di sé molto più degli uomini (i quali di solito aspettano di essere interpellati per rivelare che in patria hanno moglie e tre figli); se il contatto si prolunga, come nel caso di Lucinda (quattro anni con noi) emerge il desiderio di collaborare, o anche semplicemente denota il piacere di stare insieme a persone amiche».
Se l’insegnante che fa bene il suo lavoro sarà ricordato per sempre dai suoi alunni, è pur vero il contrario: «Alcune alunne mi sono rimaste particolarmente dentro — ricorda Anna Luce Lenzi —. Si trattava di un gruppetto di tredicenni della scuola media: erano compiaciute, venendo da noi, di essere trattate una-a-una, o tre a tre, chiamate per nome, dotate di una targhetta personale di riconoscimento, ascoltate per quello che avevano da raccontare e incoraggiate a migliorare la lingua, a credere nel loro valore. Evidentemente nelle classi della mattina restavano ai margini, demoralizzate. Ricordo in particolare una nomade, Fiorina: voleva imparare a leggere e a scrivere in corsivo, perché aveva una figlia in prima elementare e lei voleva capire i suoi quaderni: rimase da noi il tempo necessario a realizzare le sue intenzioni, poi non l’abbiamo vista più. Un’altra, reduce da chissà quali traumatiche esperienze, allattava senza timore la sua piccola di cinque mesi, di nome Victoria. Le nigeriane hanno nomi stupendi: Hope, Charity… È un modo di vedere il mondo anche questo: affidare la vita a un nome beneaugurante».
A chi oggi non coglie nel valore dell’accoglienza un imperativo morale imprescindibile, Anna Luce Lenzi replica: «Tante volte, sedendoci accanto ai nostri allievi e allieve, abbiamo la sensazione netta di guardare negli occhi dei sopravvissuti, anche prima che arrivino a volerci raccontare le vicende tragiche da loro attraversate. Come minimo capita il ragazzo che, un po’ a parole, un po’ a disegni, dice che suo zio è rimasto in mezzo al Mediterraneo, è andato giù, in fondo. Chi sono io per essere nata qua e non dall’altra parte del mare? Come potrei non aiutare nella mia piccola misura personale chi ha bisogno di tutto? Quello che sono, quello che ho, risponde spontaneamente a un istinto: io al suo posto vorrei… che cosa vorrei? E così cerchiamo di aiutare. Non capisco assolutamente come non si consideri normale farlo. Mi stupisce amaramente la retorica miope e malvagia di chi riversa tutti i guai sull’immigrazione, di chi enfatizza i frutti marci dell’accoglienza negata e criminalizza in massa gli immigrati, comprese le Hope e Victoria di cui parlavo prima. Quando conosci persone che si erano integrate in un Paese imparandone la lingua, trovando lavoro e casa e ora si presentano a noi per ricominciare tutto da zero perché la burocratica visione (trattato di Dublino) le rimanda indietro, bene, in questi casi ti meravigli di vederli così docili al destino perverso, così tenaci nel ripartire e sperare ancora, pur essendo finiti in un bivacco da cui ogni notte possono essere sloggiati con prepotenza… Io non dimentico i miei parenti, i miei compaesani partiti per sempre che ora popolano altre nazioni europee, che diffondono i nostri cognomi per le Americhe e l’Australia: tutti migranti economici. E adesso altri italiani come me proclamano con la voce stentorea di chi si sente padrone che i migranti economici non devono essere accettati, che nemmeno i motivi umanitari ci possono interessare. Si sbagliano: sono tanti gli italiani che invece possono parlare in ben altro modo, che vivono quotidianamente l’accoglienza e sono segno di quanto sarebbe normale e vantaggioso per tutti conoscersi e integrarsi. L’Italia, culla dell’umanesimo, proprio adesso non può tornare all’homo homini lupus, ma deve semmai rispolverare l’adagio opposto Homo sum et humani nihil a me alienum puto. Vogliamo fare i lupi tra i lupi o vogliamo riconoscere negli altri la stessa umanità che è in noi?».

di Elena Buia Rutt

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16 luglio 2019

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