Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Lévinas e la filosofia dell’Altro

· Un nuovo volume di Silvano Petrosino ·

Emmanuel Lévinas ammirava enormemente Heidegger per il vigore intellettuale della sua opera filosofica, a partire da Essere e tempo del 1926, ma non poté esimersi a un certo punto di rimproverargli di aver taciuto soprattutto quando il nazismo era stato sconfitto. Nessuna parola di condanna per il male assoluto che fu la Shoah da parte di colui che considerava il più grande pensatore del Novecento. Così ebbe a scrivere: «Mantenere il silenzio, anche in tempo di pace, sulle camere a gas e i campi della morte, non significa forse, al di là di ogni pessima scusa, attestare un fondo d’animo assolutamente chiuso alla sensibilità, una specie di consenso all’orrore?». Leggendo queste parole e l’intera opera di Lévinas, il mondo culturale e filosofico italiano ne ha fatto quasi sempre il contraltare di Heidegger (e anche di Sartre) e certamente c’è del vero in questa affermazione.

Doudoucha, «L’autre» (2011)

Per il filosofo lituano naturalizzato francese la prima preoccupazione è quella di dare spazio alla pluralità degli esistenti piuttosto che immergerli nella «penombra onnicomprensiva dell’essere». Nel saggio Dall’esistenza all’esistente del 1947, per esempio, egli intravede nella speculazione del filosofo tedesco il pericolo che ricercando il senso dell’essere la filosofia si rinchiuda di nuovo in una totalità che non dà spazio alla pluralità. Il guardiano dell’essere, sembra quasi chiedersi Lévinas, saprà farsi anche guardiano del fratello?
Con questa rottura con la tradizionale impostazione della metafisica occidentale che sopprime ogni differenza, resa evidente in questo grande saggio dell’immediato dopoguerra, Lévinas pone le premesse teoretiche della sua filosofia dell’Altro, che espliciterà in modo sempre più chiaro nelle opere successive, da Totalità e infinito a Altrimenti che essere. Per Lévinas l’equivoco ontologico va superato nella coscienza morale, nel rispetto della persona, nella scoperta dell’Altro. Di qui la sua proposta di un primato dell’etica all’interno del discorso filosofico.
Ma se tutto questo sembra trovare un consenso unanime da parte degli studiosi, questa sottolineatura rischia di trasformarsi in una trappola speculativa: lo rimarca Silvano Petrosino, uno dei più acuti filosofi italiani, docente all’Università Cattolica, in un saggio da poco uscito da Feltrinelli, Emmanuel Lévinas. (Milano, 2017, pagine 128, euro 12).
Troppo facile, rileva Petrosino, incasellare Lévinas in un controcanto di Nietzsche e Heidegger e addirittura in una negazione radicale dello sviluppo del pensiero occidentale, quasi che il filosofo francese avesse voluto dire che bisogna farla finita con la filosofia: «Affrontata in questo modo, l’idea levinassiana di etica non può far altro che dissolversi in quel non concetto dal sapore dolciastro che caratterizza gran parte degli editti di quelli che Derrida ha efficacemente definito i “cavalieri della buona coscienza”».

Per Petrosino l’opera di Lévinas non può essere veramente compresa se non all’interno del confronto fra logos biblico e logos filosofico. Atene e Gerusalemme insomma sono le vere radici del pensiero europeo e risultano imprescindibili per Lévinas, che proprio in una conversazione con Derrida precisò la sua posizione: «Vede, si parla spesso di etica per descrivere quello che faccio ma in fin dei conti ciò che mi interessa non è l’etica, non solo l’etica, ma il santo, e la santità del santo». Come spiega poi citando Isaia: «La parola io significa eccomi». La responsabilità dell’io, privando l’io del suo egoismo, non per questo lo riduce a momento dell’ordine universale, anzi ne conferma l’unicità: nessuno può rispondere al mio posto. «Che Altri mi riguardino è mio malgrado», aggiunge Lévinas replicando a Sartre, e criticò severamente allo stesso modo Lévi-Strauss, quando definì il suo saggio Tristi tropici «il libro più ateo scritto ai nostri giorni».

di Roberto Righetto

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 luglio 2019

NOTIZIE CORRELATE