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Lévinas e il selfie
di capodanno

· Storie di ordinaria disumanità in mezzo ai brindisi per l’arrivo del 2016 ·

«Sembra Lurch della famiglia Addams! Guardalo, è ugualeeeee!» strilla la ragazzina, saltellando sui tacchi, su di giri dopo l’ennesimo superalcolico della serata. Trovata la vittima, può partire il walzer dei selfie, la galleria degli orrori, lo sport facile del dileggio dei freaks, certi dell’impunità e disposti a tutto pur di strappare un “mi piace” o una battuta cinica ad amici e follower.

Capodanno   a Copacabana

Siamo in un albergo a molte stelle in una piccola città di provincia italiana, meta di shopping e cure termali, ricca, sazia e disperata, annegata nella noia. È capodanno; la mezzanotte è passata e le bollicine dei brindisi sono evaporate da un pezzo, dei botti è rimasta solo la cenere ma si deve tirare mattina per forza, per il rito del cornetto caldo prima dell’alba.

I trentenni se ne sono andati verso l’una, i quarantenni restano, inseguendo i più piccoli che giocano sulle scale e sulle poltrone della hall mentre la folla degli under venti sciama nel locale, si aggira da una sala all’altra senza una meta precisa, alla ricerca di un’idea brillante per far ripartire la serata.

La vittima — inconsapevole per fortuna — è Raffaele, un ragazzo con disabilità che si è appena addormentato su un divanetto in un angolo tranquillo della discoteca. In un attimo viene accerchiato da un gruppo di adolescenti in cerca di qualcosa di originale da postare sui social: «ecco il sosia di un personaggio della Famiglia Addams!» grida qualcuno. In un attimo Raf non è più il ragazzo dalla battuta pronta che ama la storia dell’arte, le cattedrali gotiche francesi, il calcio, le canzoni country più struggenti del profondo west. Per i teenager che l’hanno preso di mira è solo lo sfondo perfetto per una raffica di selfie.

Gli amici di Raffaele lo raggiungono, in un primo momento troppo sconcertati per reagire. Il gruppo degli adolescenti sciama via in un attimo, in un coro di risolini nervosi, mentre i cellulari scompaiono rapidamente negli zaini e nelle pochette da gran sera. «Possibile che un ragazzino possa arrivare a tanto? Che cosa sta succedendo al nostro mondo? In che vuoto, in che deserto di umanità vivono i nostri figli per essere ridotti così?» sono le domande che hanno accompagnato il viaggio di ritorno a casa.

Viene in mente la riflessione profonda e profetica di Emmanuel Lévinas sul volto dell’altro, espressione di un’alterità assoluta e inviolabile, traccia dell’infinito, luogo in cui si manifesta la totale alterità di Dio. E una delle scene più belle dell’ultimo film di Spielberg, Il ponte delle spie, appena recensito dal nostro giornale, in cui i protagonisti — un avvocato americano e una spia sovietica al culmine della guerra fredda — riconoscono entrambi il mistero e l’insondabile profondità della persona che hanno davanti. Anche se, tecnicamente, si tratta di un nemico. Il colonnello Rodolf Abel non è solo un imputato, una minaccia da eliminare prima possibile, è anche una persona, unica e irripetibile: per questo l’avvocato James B. Donovan gli porta in carcere il necessario per dipingere e una radio per ascoltare il suo amato Sostachovic, e cerca di difenderlo da ogni abuso di potere, pur sapendo di attirare su di sé l’ostilità dei suoi concittadini. Per questo il prigioniero Abel ricambierà regalando all’americano il suo ritratto, segno tangibile di rispetto e stima. O, per dirla con le parole del pensatore lituano, del riconoscimento che scaturisce dall’incontro con il volto dell’altro.

di Silvia Guidi

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09 dicembre 2019

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