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L’Europa guadagna rigore ma perde unanimità

· Al vertice di Bruxelles varato il nuovo Trattato fiscale ·

I capi di Stato e di Governo europei, riuniti ieri a Bruxelles, hanno varato il nuovo Trattato fiscale, in base al quale il pareggio di bilancio diventa una regola d’oro da inserire nelle Costituzioni, ma senza il sostegno di tutti i ventisette membri dell’Unione. Gran Bretagna e Repubblica ceca si sono chiamate fuori. Firmato all’unanimità l’accordo sul nuovo fondo salva-Stati, ma la decisione sulle risorse è stata rinviata a marzo. La dichiarazione sulla crescita e il rilancio dell’occupazione è stata invece approvata da tutti, tranne la Svezia.

Il pareggio di bilancio diventa una regola d’oro per i venticinque paesi della Ue che, con il nuovo patto, hanno accettato di inserire l’obbligo dell’equilibrio dei conti nelle rispettive Costituzioni o in leggi equivalenti e si sono impegnati a fare scattare sanzioni semiautomatiche in caso di violazione. I Paesi che hanno un debito superiore al tetto fissato da Maastricht del sessanta per cento sul pil si sono impegnati inoltre ad avviare un piano di rientro, tenendo conto dei fattori attenuanti già previsti dal six-pack, il pacchetto di disposizioni sulla nuova governance economica.

L’accordo sul nuovo Patto è stato tenuto in sospeso per alcune ore dalla Polonia, Paese non aderente alla moneta unica, che chiedeva di partecipare a tutti i summit dell’Eurogruppo. Alla fine ha prevalso un compromesso: gli eurosummit sono stati portati da due ad almeno tre l’anno, e uno di questi sarà aperto ai Paesi non-euro.

La Gran Bretagna ha deciso di non aderire al fiscal compact. «Servono seri sforzi per la deregulation, la crescita e il lavoro» ha dichiarato il premier David Cameron. Londra ha serie preoccupazioni legali sull’impatto che il nuovo Trattato potrebbe avere, ha sottolineato Cameron, ma non vuole porre veti. «Ci riserviamo di valutare le posizioni», hanno detto fonti britanniche in Consiglio, aggiungendo che la Gran Bretagna per ora non ha intenzione di passare all’azione. Posizione molto simile, quella della Repubblica ceca, che non esclude di aderire in futuro al Trattato, ma che ora lo considera inaccettabile. «Non ho potuto dare la mia approvazione al Trattato, ma considero estremamente importante che sia stato raggiunto un consenso sull’articolo 15, in base al quale sarà possibile aderirvi senza alcuna necessità di negoziati» ha detto il premier, Petr Necas.

I capi di Stato e di Governo riuniti a Bruxelles, paralizzata dalla prima neve e da un inedito sciopero generale contro l’austerità, hanno dato il via libera alla creazione del fondo salva-Stati permanente (Esm), che dal primo luglio sostituirà quello provvisorio (Esfm), rinviando però al vertice del primo di marzo la decisione sulle risorse (cinquecento miliardi, come vorrebbe la Germania, o almeno 750 come chiedono altri Paesi, la Commissione Ue e il Fondo monetario internazionale).

Capitolo a parte, la crescita e l’occupazione. Come scritto nella dichiarazione conclusiva del vertice, «stabilità finanziaria e consolidamento di bilancio sono condizioni necessarie per la crescita, ma non sufficienti». E dunque, «bisogna fare di più affinché l’Europa superi la crisi». La Svezia ha deciso di non firmare l’intesa.

Il presidente della Commissione Ue ha presentato un rapporto dettagliato sulle prossime tappe per la crescita e l’occupazione che abbonda di freccette e grafici, ma scarseggia di risorse. Bruxelles è pronta però ad accelerare l’impiego dei fondi europei non spesi: 82 miliardi entro il 2013, che dovranno essere destinati a progetti di creazione di posti di lavoro giovanile. Durão Barroso ha quindi proposto di inviare un team di esperti della Commissione in Italia e in altri sette Paesi ad alta disoccupazione, tra i quali anche Grecia e Spagna. Il team lavorerà a stretto contatto con Governi e parti sociali per valutare progetti di lavoro in rapporto ai fondi.

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