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Ma l’Europa ancora non c’è

· In ordine sparso di fronte all’emergenza ·

Trentasette morti: è il bilancio del naufragio avvenuto ieri al largo delle coste libiche. È questa solo l’ultima di una lunghissima serie di tragedie legate all’immigrazione, mentre l’Europa fatica non poco a individuare una linea comune per gestire positivamente un fenomeno epocale. 

Ne scaturisce l’immagine di un continente ricco — come è stato definito qualche giorno fa dal cancelliere tedesco Angela Merkel — il quale, lungi dall’elaborare politiche di accoglienza che potrebbero rivelarsi di fondamentale importanza per rispondere alle problematiche economiche e sociali legate alla denatalità, si arrocca in parte su posizioni di chiusura. Se l’Ungheria annuncia il completamento della barriera di filo spinato lungo i 175 chilometri di confine con la Serbia, la Gran Bretagna prospetta una stretta agli arrivi degli stessi cittadini comunitari, i quali potrebbero essere espulsi dal Regno Unito se non muniti di un contratto di lavoro. Accese polemiche anche tra Ungheria e Francia, con Parigi che, con un chiaro riferimento al reticolato al confine serbo-magiaro, ha definito «scandaloso» l’atteggiamento di alcuni Paesi dell’est. Oltre le polemiche sembra invece andare la proposta del presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi che ha sottolineato la necessità di internazionalizzare la crisi, adottando una politica di immigrazione comune, fino a stabilire un diritto d’asilo europeo. Quello che sembra ancora mancare è tuttavia la capacità di interventi tempestivi. Su iniziativa di Francia, Gran Bretagna e Germania è stata convocata a Bruxelles una riunione straordinaria dei ministri dell’Interno dell’Unione europea. Scopo dell’incontro è individuare misure «immediate» per rispondere all’emergenza. La riunione avrà luogo il 14 settembre.

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19 maggio 2019

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