Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​Lettura infinita

· ​José Tolentino Mendonça e l’interpretazione della Scrittura ·

L’ermeneutica rabbinica si caratterizza per una visione dinamica della Scrittura, aperta a inesauribili possibilità di interpretazione. Se infinita e sempre attuale è la potenzialità della parola creatrice, infinite le prospettive capaci di far riverberare i frammenti di un mistero che costantemente si rivela, si svela. Nella tradizione ebraica la Torah non è solo l’insieme dei libri del Pentateuco, bensì l’architettura sottile che governa il piano della manifestazione. Come afferma il noto rabbino Adin Steinsaltz: «Dio esaminò la Torah e fece il mondo in conformità ad essa. Con ciò si vuole indicare che la Torah costituisce il modello originale, o lo schema interno del mondo». Studiare la Torah, è partecipare dell’azione creatrice che mai si esaurisce perché la parola divina è irradiante e sempre fonte di nuove ispirazioni e azioni. Proprio su questa linea si posiziona l’ultimo libro di José Tolentino Mendonça La lettura infinita. La Bibbia e la sua interpretazione (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2017, pagine 190, euro 20) che esordisce affermando come i commentatori ebrei fossero convinti che «per ogni passo della Torah esistessero quarantanove possibilità di interpretazioni. Quarantanove è il risultato della moltiplicazione di sette per sette, e sette è il simbolo dell’infinito». Tolentino ripercorre la complessa stratificazione prodottasi nei secoli intorno al testo biblico, rivisitandone i vari approcci della tradizione ebraica, della tradizione cristiana a partire dai padri, penetrandone i diversi risvolti ermeneutici e relativi spostamenti interpretativi, con una tale leggerezza che trascina senza per nulla appesantire il lettore, facendo prevalere in ogni pagina l’ispirazione letteraria e poetica. Nonostante l’evidente retroterra culturale e i sistematici supporti a documentazione del suo discorso, lo stesso non si pone nell’ottica del criterio scientifico, al contrario cerca di condurre dentro quel «sogno» infinito e sempre attuale che la Bibbia continua a suscitare risuonando nell’intimo di chi l’avvicina. Citando Gregorio Magno, ne assume la famosa affermazione: «Divina eloquia cum legente crescunt», ribadendo che «il processo di rivelazione non è ancora terminato, continua con ogni lettore». La Parola «deve annunciare senza riferire. Deve riferire senza descrivere. La Parola è qualcosa che si fonda anche sull’ignoto», nasconde e rivela contemporaneamente. Rivelare significa infatti togliere il velo, ma anche velare di nuovo. Tramite un giuoco infinito di rispecchiamenti filtrano barlumi luminosi, si aprono varchi inaccessibili che lentamente, svelando l’umanità a se stessa, svelano il mistero divino, perché «il visibile è solo il margine discreto che ci suggerisce l’invisibile, l’ignoto, l’indicibile».
Attraversando il tempo e lo spazio il testo biblico non cessa di esercitare la sua potenzialità creatrice, fa comprendere che la creazione è in atto in quanto la Parola divina sempre crea. L’approccio alla Scrittura produce una tale risonanza che investe tutte le sfere, assumendo infinite possibilità di linguaggi: «vibrazione polifonica, work in progress e rivelazione». Incarnandosi, trasformando l’umanità, armonizza la lingua della terra con quella del cielo. «La Bibbia non è un deposito di concetti (…) esplora intensità», produce una messa a fuoco di significati che vanno a disseminarsi in tutti i livelli del vivere, del pensare, del creare, costituendo quel terreno fertile che ha permesso la grande fioritura delle arti, della filosofia, della teologia e di ogni altra realtà investendo in primo luogo le azioni di tutti i giorni. Il sublime, che produce espansione e dilata, è «percepito in un realismo di vita comune, inseparabile dall’ordinario e dal quotidiano». È dunque all’interno di questo crescente rapporto fra nascondere e rivelare, che la Parola creatrice matura le condizioni, dilata la capienza. L’imprevedibile ne è il presupposto: più fa arretrare, provocando smarrimento, più spinge, muove verso il meraviglioso, spalancando solchi nelle durezze, canali interiori che si aprono per accogliere e far scorrere, come alvei di sotterranei fiumi, una forza che travalica, a dimostrazione che le azioni divine non riguardano solo il tempo dell’origine, ma «attraversano e riscattano il tempo ordinario, profano, presente». Parlare di provvidenza nel Nuovo Testamento, significa «parlare dell’escatologia», dell’azione di salvezza mossa dallo Spirito santo che, proprio grazie all’imprevedibile, conduce l’umanità verso la pienezza. Per questo l’autore si chiede: «eliminando l’imprevedibilità dal discorso teologico, esso non diventa immediatamente ideologico e vano?».
La modalità dell’azione divina appare particolarmente evidente nel vangelo di Giovanni in cui «l’indeterminatezza è onnipresente e instaura tra il testo e il lettore una sorta di spazio bianco». Lo Spirito Santo, che è inviato, si effonde, discende, colma, che è «presso di voi», che è «in voi» ( Giovanni 14, 17), diviene interiorizzazione di una presenza viva che produce un «dinamismo fusionale», favorendo quel processo di profonda comunione fra coloro che si predispongono a riceverlo e la divina umanità di Gesù. Allo stesso tempo però, proprio l’imprevedibilità ad esso connaturata, tutela l’«esperienza di differenziazione». Lo Spirito Santo promuove l’unità del molteplice, non annulla le differenze, le valorizza, rivelando il fulcro del mistero trinitario: la relazione d’amore. La modalità con cui lo Spirito Santo opera è discreta, non forza, interagisce, non «interrompe la ricerca, i dilemmi e le scoperte della nostra coscienza, ma dialoga con essi, illuminandoli e ampliandoli incessantemente».
Tolentino dunque mette in luce il fulcro del suo discorso soffermandosi sul Cantico dei cantici, sostenendo come, nel contesto biblico, «l’amore naturale sia profondamente spirituale». L’amore introduce coloro che si amano in «un territorio di reciprocità e di parità», avvolge in una «nuova e più elevata condizione», rende gli innamorati «nomadi, cercatori, mendicanti». L’amore denuda, porta verso una condizione di fragilità, come appunto l’amata del Cantico che si definisce «malata d’amore» ( Cantico 5, 8). È la relazione amorosa la chiave che dunque muove la dinamica infinita risvegliando potentemente la nostalgia delle origini in cui l’innocenza assicura unità e pienezza. L’amore umano provoca il percorso che riconduce al «territorio materno (…) allo spazio della prima gestazione», riverbera la verità della mancanza che rende poveri, bisognosi di ritrovare connessione con la matrice da cui proveniamo, insieme dà la forza impetuosa per rimetterci in giuoco, per continuare a cercare. La Bibbia viene guardata allora come «poderosa antologia dell’amore umano» che riconcilia al corpo, alla sessualità, facendo capire come proprio «nell’esperienza erotica si dà l’apparizione dell’Altro». Solo l’esperienza d’amore produce quel turbamento che favorisce il consumarsi della distanza. Incoraggia a rispondere a quell’anelito interiore con il quale l’amore divino tenacemente cerca di farsi sentire chiedendo disponibilità e abbandono, fiducia, affidamento, al fine di poter essere accolto per riportare a sé e donare pienezza. L’unione sponsale fra Dio e l’umanità allude quindi alla consapevole risposta d’amore che nel Nuovo Testamento diviene partecipazione alla comunione che unisce il Figlio al Padre attraverso lo Spirito Santo che è amore, costante processo d’incarnazione attraverso cui l’amore umano si compenetra all’amore divino. 

di Antonella Lumini

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE