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​Lettere da Berlino

Nella sua versione cinematografica — Lettere da Berlino, diretto nel 2016 da Vincent Pérez — quello che era il romanzo di Fallada non va molto oltre gli schemi del thriller, ancorché d’ambientazione storica, ma rimane comunque un’opera più che dignitosa. Pérez, regista di pochi altri film non memorabili, nonché attore dalla nutrita filmografia, confeziona con professionalità un prodotto convenzionale dal punto di vista strettamente espressivo, una costante d’altro canto di produzioni internazionali come questa, ma anche solido e soprattutto sobrio. Se quindi si rimane in larga parte all’interno del cinema di genere, non si sconfina però mai nel sensazionalismo né nella suspense fuori luogo e fine a se stessa. 

Emma Thompson e Brendan Gleeson in una scena del film

Lo sfondo storico è d’altronde molto ben delineato. Senza avere velleità calligrafiche, scenografia e fotografia calano lo spettatore nella cupa e desolante atmosfera del periodo, con in più un certo grado di astrattezza che non finisce però per sminuire il male profuso dal regime nazista, ma anzi lo eleva a simbolo del lato più oscuro dell’essere umano. Certo poi per il resto c’è molta attenzione al ritmo del montaggio e a una costruzione drammaturgica che possa avvincere lo spettatore anche su un piano più elementare, ma sempre nel rispetto della drammaticità del contesto e della figura dei due personaggi reali a cui il racconto si ispira, e alla cui memoria la pellicola è giustamente e appropriatamente dedicata.
Del libro di Fallada viene soprattutto rispettata la bella corrispondenza fra dramma privato e dramma nazionale. Una corrispondenza che la coppia protagonista volgerà al positivo: dare il loro piccolo grande contributo per liberare la Germania, sarà anche l’inizio di un percorso che li porterà fuori dalla disperazione personale per la perdita del figlio in guerra, e saprà persino metterli in condizione di ricordare perché, tanti anni prima, si erano innamorati.
Un aspetto che viene ulteriormente impreziosito dall’unico elemento che il film ha in più rispetto al libro: la bellissima interpretazione di Emma Thompson e Brendan Gleeson, ma anche quella di Daniel Brühl nei panni dell’ispettore Escherich, nazista spietato per vigliaccheria che serba però ancora un barlume di coscienza, sufficiente a fargli capire l’orrore di cui si è reso complice. Un dissidio interiore reso dall’attore tedesco con straordinari mezzi toni. L’esempio di un tipo di cinema senza grandi pretese autoriali ma sicuramente valido e istruttivo. Che concilia impegno e intrattenimento in maniera non furba né ambigua.

di Emilio Ranzato

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22 febbraio 2018

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