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Lettere argentine

· Nel romanzo di María Teresa Andruetto ·

Julieta Ferrero, «Dietro lo specchio» (2002)

Adesso Julieta non ha più nessuno: la madre Julia è morta, la nonna Ema appena prima di lei, il padre “indistinto” non è di fatto mai esistito, espulso che lei era appena nata e riparato a Stoccolma da dove non è mai tornato. Del nonno, il marito di Ema, si sa poco — un oriundo italiano degli anni Cinquanta — anche se a suo tempo, e in silenzio, si prese cura della nipote.

È l’Argentina tra il 1976, inizio del golpe militare di Rafael Videla e della sua atroce dittatura, e il 2005, anno della morte di Julia, fuggita in Patagonia dopo l’esordio del regime. L’allora ragazza rimane là, clandestina, per anni e anni, partorisce di nascosto sua figlia Julieta, che affiderà subito ai nonni e non rivedrà mai più, se non una volta di sfuggita.

Julieta, dal canto suo, nel 1999 si trasferisce a Monaco: tornerà in patria solo dopo la morte della madre, che in una delle sue ultime missive le raccomanda, quando fosse arrivato il momento, di leggere il contenuto della «scatola sotto il suo letto». È piena di lettere quella scatola, da Ema a Julia, per lo più, ma anche del nonno, degli zii, di qualche amico, persino del padre “indistinto”, persino sue, di ragazzina che scarabocchia o disegna qualcosa.

«Cara Julia» è il ritornello di una canzone, anzi, di una cantica d’amore preoccupata e palpitante a una figlia che, interessatasi alla politica, ha dovuto eclissarsi per non cadere nelle mani dei militari. E ripetuto è anche il riferimento alle condizioni circostanti: «siamo in stato d’assedio»; «carri armati per strada e coprifuoco»; «perquisizioni, sequestri, rapimenti»; «cose tremende» (quelle che parecchi anni dopo si sapranno sui desaparecidos, fatti scomparire in gran numero, buttati in oceano magari ancora vivi, e sui tormenti delle madri di Plaza de Mayo).

Quando Julieta apre quella scatola sotto il letto, il lettore viene travolto da un puzzle di scritti e messaggi, posta variegata, stralci di lettere e fogli quasi sempre senza data. Anche la giovane è travolta: ciascuna di quelle missive la fa tremare. Neanche lei, come la nonna, si sa spiegare perché sua madre (un buco nero per lei) l’abbia così drasticamente allontanata, e senza appello. Lei non sa in pratica nulla delle ragioni intime di sua madre per aver fatto quello che ha fatto. Di conseguenza scusa lei stessa: «Mamma (...) a volte ho molta voglia di vederti e verrei di corsa (o in volo!) nel posto in cui sei, ma poi mi passa (...) faccio qualcosa e mi passa». Insomma, Julia è una madre virtuale e Ema è una nonna-madre.

Ma c’è un punto, di un simbolismo ardito e tuttavia pertinente in cui loro tre, l’una all’altra abbracciate, vengono idealmente viste come nel quadro di Leonardo «che avvolgono e si fanno avvolgere dalla grande madre, come sant’Anna con la Vergine e il Bambino (...) la madre della madre universale, che avvolge in un abbraccio la figlia e il figlio della figlia (...) la madre di tutti trasformata in figlia avvolta tra le braccia della madre».

Di questo Lingua Madre (Firenze, Giunti-Bompiani, 2017, pagine 191, euro 17) ultimo libro di María Teresa Andruetto, autrice argentina di narrativa, teatro e testi per l’infanzia, colpisce non tanto l’apparenza di romanzo-epistolare quanto la sua appartenenza al romanzo antropologico, tra ricordi d’infanzia, ricomposizione di una famiglia, ricerca di una lingua e di una cultura, nel solco di una storia singola negli argini di una storia collettiva.

Ciò che collima in pieno con un’altra evidenza del libro: Julieta, universitaria a Monaco, sceglie una tesi su Doris Lessing, narratrice dell’esperienza femminile in letteratura: «Capire se esiste qualcosa di particolare nel modo di scrivere delle donne». Pulsioni, desideri, propositi, ma anche regole di lingua e immaginazione creativa, segrete attese d’amore e qualcosa che canta dentro le loro pagine. Come dire una sorta di appartenenza di genere, tra corpo e testa, radici dell’anima e del cuore, per cui avere fissazioni, amare troppo piuttosto che troppo poco, sapere e comunicare la commovente bellezza della vita.

di Claudio Toscani

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25 agosto 2019

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