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Lettera ritrovata

· ​Un testo inedito di Maritain a Montini ·

Tra Giovanni Battista Montini e Jacques Maritain c’è stata un’amicizia di lunga durata, lo si era capito quando Paolo VI consegnò a lui, l’8 dicembre 1965, uno dei messaggi del concilio con queste parole: «La Chiesa vi è riconoscente per il lavoro di tutta la vostra vita».

Ma che questa amicizia sia stata una vera e propria collaborazione intellettuale lo si apprende ora che l’archivista Fabrizio Pagani ha trovato una lettera del 6 giugno 1961, dispersa tra le numerose carte dell’Archivio Storico Diocesano di Milano, nella quale Maritain si congratula con l’arcivescovo per la lettera pastorale Sul senso morale che non solo ha diverse citazioni dai suoi libri ma documenta un’intesa spirituale sui problemi della filosofia morale.

 Jacques Maritain  a vent’anni

Ringrazio monsignor Bruno Bosatra, direttore dell’Archivio, che mi ha messo a disposizione questa lettera, perché documenta e conferma quanto in lunghi anni di ricerca avevo percepito.

Tutta la pastorale di Montini sacerdote, arcivescovo, pontefice, rimanda alle riflessioni maritainiane come si può riscontrare in modo particolare nelle lettere pastorali Sul senso religioso (1957), Sul senso morale (1961) e anche in diverse omelie come quella Sul senso del peccato (1959).

Maritain nel volumetto Alla ricerca di Dio (1953) descrive una sesta via, una via pratica per raggiungere l’Assoluto, perché ogni uomo onesto che fa il bene in quanto è bene, disinteressatamente, anche se non conosce ancora Dio ha già, nel suo inconscio spirituale, riconosciuto un Legislatore e un Giudice che trascende la sua coscienza. Montini cita nella lettera Sul senso religioso le medesime parole di Maritain.

Il senso religioso è «una conoscenza pre-filosofica, che è virtualmente metafisica» spontanea anche se flebile in ogni uomo. Nella lettera successiva, sul senso del peccato, che è la più lunga e la più documentata nelle note che rimandano ad alcuni snodi della storia della filosofia come l’ottimismo naturalistico di Rousseau, il pessimismo rigorista di Kant, l’arcivescovo non solo analizza la struttura dell’atto morale, indicando i valori che esso include — come il bene, la legge, la coscienza — ma ne studia la genesi durante l’età evolutiva e formula alcune indicazioni pedagogiche, raccomandando l’esame di coscienza e la direzione spirituale per vincere la triplice tentazione: la ricchezza, i piaceri, l’orgoglio. Spiega che se l’uomo nel suo senso morale riconosce che il Bene è Dio in persona, quando infrange la legge non si sente solo più in colpa verso se stesso, rispetto all’oggettività della legge, o sente vergogna verso gli altri nell’intersoggettività, ma sente di aver peccato verso l’Altro, verso la soggettività trascendente della persona di Dio.

Ma è tutta l’antropologia di Jacques Maritain che Montini condivide dedicando la terza parte del documento ad analizzare il senso morale cristiano, perché la morale non basta a spiegare e giustificare l’agire umano, in quanto l’uomo è stato sopraelevato a partecipare alla natura divina ma ha perso questo stato di grazia, per cui una morale che non tenesse conto di questo dato esistenziale, come quella di Rousseau che ritiene l’uomo buono per natura — afferma Maritain — non è una morale completa, ma solo una ipotesi.

Montini commenta: Cristo «ha dato all’atto morale una nuova e profonda interiorità. Ha svegliato la coscienza e ne ha fatto la sorgente di moralità, un tribunale. Ha detto che l’esteriore non basta. La legalità non basta. L’apparenza del bene, il rispetto delle forme, l’osservanza materiale non bastano (…) Poi da questo cardine ha tracciato la linea al cardine trascendente». Maritain, abituato nella sua ricerca intellettuale a distinguere per unire considera la lettera sul senso morale «un prezioso compendio tanto della filosofia morale quanto della teologia morale».

Ma c’è un secondo aspetto della lettera di Maritain da rilevare, la confidenza con cui il filosofo partecipa i suoi sentimenti al cardinale, a cui fa conoscere la sua intenzione di ritirarsi nella fraternità dei Piccoli Fratelli di Gesù a Tolosa pur continuando a essere un filosofo cristiano laico; infatti solo nel 1971 diventerà Piccolo Fratello, avendo completato il suo lavoro di filosofo laico.

E poi gli comunica di continuare a vivere nell’ombra di Raïssa, la piccola ebrea russa, defunta nel 1960, che nel 1904 aveva sposato civilmente.

Insieme si erano convertiti, di comune accordo avevano fatto voto di castità nel 1912, insieme avevano fondato i Circoli di studi tomistici nel 1922, insieme furono esuli in America e non ci fu libro di Jacques, scritto in francese o in inglese, che Raïssa non abbia discusso con lui. «Tutto è stato infranto per me, mi sembra di vivere come un fantasma, ma Raïssa mi sostiene e mi istruisce ogni giorno».

Paolo VI conosceva bene questa collaborazione coniugale se, quando riceve il libro Poemi e saggi in cui Jacques ha raccolto gli inediti di Raïssa, gli scrive «Caro e illustre Professore! Dono prezioso il libro, ch’ella mi manda: per la dedica con cui mi è offerto; per la Persona, che in essa rivive, parla, sogna, canta e adora; e per il fascino di candore sentimentale, di musica spirituale, di tensione verso l’ineffabile, che emana dalle sue pagine. Invita a pensare, a pregare; suscita la nostalgia della contemplazione, e offre a chi ne è assetato qualche sorso di consolazione. Non posso pensarlo questo libro che sgorgato dalla conversazione con Lei, in una mutua attenzione ai misteri della realtà: quale comunione! Verità e bellezza, filosofia e poesia, studio e orazione, pensiero e amore; e Dio sempre presente e vivente, segreto e rivelazione. La ringrazio e La benedico. Dico per Lei e per la Sua consorte un’invocazione al Signore, piena di desideri e di speranze. in Cristo» (24 febbraio 1969).

di Piero Viotto

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25 agosto 2019

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