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L'eterno e il tramonto

· La vecchiaia nell'arte ·

Senectus ipsa morbum

recita l'antica sentenza medica. La vecchiaia è malattia progressiva, degenerativa, incurabile. A prognosi sempre infausta, a esito sempre letale. Questo gli uomini lo hanno sempre saputo e in ogni epoca della storia, con gli strumenti figurativi e letterari di ogni cultura, sempre hanno cercato di interpretare e di elaborare il fenomeno. La vecchiaia è anche figura del tempo che passa e che tutto trasforma e consuma. La vecchiaia è la sconfitta dei nostri progetti. Ci ricorda che la scena di questo mondo è provvisoria, effimera, destinata a essere irrimediabilmente smontata. Perché dopo la giovinezza breve e iucunda , dopo la vecchiaia che è per definizione «molesta», nos habebit humus come cupamente afferma il celebre inno goliardico.

Ed eccoci all'argomento che mi è stato affidato. Come la cultura delle varie epoche e dunque gli artisti figurativi della nostra storia, hanno affrontato il tema della vecchiaia? Come hanno tentato di significare — ma anche esorcizzare, trasfigurare, sublimare, irridere, magari con l'ironia e con la caricatura — questa fatale oltre che inevitabile malattia dell'esistenza?

Il De Senectute è da sempre argomento privilegiato della filosofia morale e della riflessione religiosa. Bisogna prepararsi per tempo alla vecchiaia e alla morte, bisogna modificare pensieri e comportamenti quando si entra nella fase declinante dell'esistenza. Generazioni di moralisti, di filosofi, di religiosi ci hanno insegnato come, con quali tecniche, con quali stili di vita, per quali ideali. Lo hanno fatto con una produzione letteraria così vasta che basterebbe da sola a riempire una grande biblioteca.

E gli artisti? Come hanno dato immagine alla riflessione sulla vecchiaia? Quale è l'immagine del vecchio che la cultura e la società hanno modellato nei secoli e che pittori, miniatori, scultori hanno messo in figura?

Il contrasto fra vecchiaia e giovinezza è sentito come drammatico. Per il sereno armonioso vitalismo dei greci, sotto il loro cielo gremito di dei ma negato alla speranza degli uomini, nulla doveva apparire più desolante, più irrimediabile della decadenza fisica. Lo testimoniano le pitture vascolari, ce lo dice con commovente sincerità Saffo: «Voi amate, ragazze, i bei doni delle Muse cinte di viola, è la vostra ora, prenderete la lira melodiosa per il canto, a me la pelle che era così tenera la vecchiaia ha devastato e da neri i capelli sono diventati bianchi, e più non mi sostengono i ginocchi che volavano danzanti come cerbiatti; ora gemo sovente, ma cosa potrei fare?».

Si può essere più sinceri e più sconsolati di così? Eppure la vecchiaia è uno stato importante della vita, un passaggio esistenziale che deve essere compreso, stilizzato e valorizzato nell'interesse dell'ordine sociale, dei valori condivisi e quindi, in ultima analisi, nell'interesse della politica. Così pensavano gli antichi romani. È loro merito aver dato all'immagine della vecchiaia l'onore e lo statuto del mos maiorum , identificando quel tempo della vita con l'età della saggezza, della memoria, della custodia delle tradizioni e della morale.

I ritratti della dura e sagace gerontocrazia che teneva in pugno la Res Publica (senatori, generali, magistrati, governatori di province) ci parlano di una società che onora la senectus come simbolo dell'esperienza, della fermezza e dell'equilibrio. Quando si placano i tumulti dei sensi, quando hanno raggiunto il loro obiettivo le ambizioni individuali, l'uomo può dedicare il suo tempo e i suoi pensieri al bene comune, alla famiglia, alla comunità, alla patria.

Con l'avvento del cristianesimo la storia da circolare e ciclica diventa lineare. Il progetto della Salvezza è il percorso di ognuno verso « nuovi cieli e nuove terre». All'interno di questa idea dell'umano destino la vecchiaia è una fase di passaggio. L'idea di una storia che ha la sua conclusione nel «Tempo senza tempo», nella octava dies della Gerusalemme celeste, si affida ai Trionfi petrarcheschi e alle innumerevoli derivazioni e varianti iconografiche che da quell'opera sono derivate.

Con il Petrarca e con la restituzione figurativa dei Trionfi , siamo già nella modernità. La modernità consente non soltanto la idealizzazione virtuosa della vecchiaia (dai venerabili anziani dell'Apocalisse all'immagine stessa di Dio Padre, a re Artù e a mago Merlino fino al nostro Babbo Natale) ma anche la sua demonizzazione sub specie ironica , satirica, quando quella delicata stagione della vita deraglia, esce dai suoi prescritti confini, fa cose e assume atteggiamenti che sono e devono essere esclusivi della giovinezza.

La letteratura e la storia dell'arte prendono di mira il vecchio avaro, quello vanitoso che vuole sembrare giovane, quello osceno (quante Castità di Susanna nei musei e nelle collezioni di arte rinascimentale e barocca!), quello che vuole la moglie giovane e si ritrova (giustamente) cornuto. Come nelle novelle del Boccaccio e del Bandello e nei loro illustratori. Sono tòpoi costanti nella letteratura e nell'arte figurativa d'Occidente; da considerare come segnali di allarme e metaforici esorcismi nei confronti del comportamento senile deviante. Che era allora ed è oggi più che mai per effetto dell'allungamento delle aspettative di vita, sempre possibile e sempre devastante.

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20 ottobre 2019

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