Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

L’eterna giovinezza di Catullo

· Una rilettura dell’opera del poeta latino ·

Del grande poeta latino Gaio Valerio Catullo gli specialisti di ogni epoca e nazionalità hanno concordemente dipinto un ritratto “profano”. Non senza fondamento. Basta infatti considerare l’assoluta egemonia che il suo canzoniere, il Catulli Veronensis liber, assegna alla sfera dell’eros, declinato in tutte le nuances di uno spettro cromatico esteso dal rosso intenso dell’amare passionale, sensuale ed effusivo (Da mi basia mille, deinde centum... e via enumerando, nel celebre carme 5) fino al pallido violetto della disillusione, del bene velle, della rassegnata benevolenza “paterna” (Dilexi tum te... / pater ut gnatos diligit et generos, c. 72).

Lawrence Alma-Tadema «Adriano in visita in un laboratorio di ceramica» (1884, particolare)

Un modo, in sostanza, di mettere tutta la propria vita in gioco nel gioco d’amore all’interno di una relazione pseudo-coniugale con una donna tanto affascinante, colta e intelligente quanto volubile e imperiosa, una domina protagonista di «un rovesciamento straordinario dei rapporti convenzionali», come scrivono Simone Beta e Francesco Puccio in Il dono di Afrodite. L’eros nella letteratura e nel mito in Grecia e a Roma (Roma, Carocci, 2019, pagine 200, euro 16). Sotto la copertura di uno pseudonimo che rimanda all’isola di Lesbo, patria della poetessa Saffo (modello di elezione nel raffinato carme 51), Lesbia è identificabile con una sorella del tribuno Clodio, prima coniugata e poi vedova. Incapace di rispettare il foedus, il patto di reciproca fedeltà propostole da Catullo, la fatale puella trascinò il giovane amante — non esente a sua volta da qualche trasgressione erotica — alla disperazione di fronte ai reiterati tradimenti. Fino al distacco, fino all’agonia di un sentimento nonostante tutto tenace, fino alla malattia psicosomatica e al decesso (suicidio?) prematuro. Fino, di conseguenza, al silenzio sepolcrale del canto poetico.

Ma la profanità di questo cliché catulliano, giustificata anche dai numerosi componimenti di carattere faceto, satirico nei confronti di una societas romana corrotta e viziosa, “scommatico” in termini di cruda invettiva, con sconcertanti cadute nel turpiloquio, non rende del tutto giustizia alla Musa (meglio sarebbe dire alle Muse) del poeta veronese. Catullo si pose, certamente, alla testa dei rivoluzionari poetae novi — ovvero, alla greca, neòteroi — imitatori degli aristocratici maestri dell’ellenismo alessandrino (Callimaco, Teocrito, Apollonio Rodio, e così via) precursori dell’elegia d’amore che in età augustea avrebbe trionfato con Tibullo, Properzio e soprattutto Ovidio, e di norma alieni dalla tematica religiosa. Egli, tuttavia, custodiva in sé uno spirito tutt’altro che ateo. Fu proprio la crisi esistenziale, al limite di una perdizione autodistruttiva, scatenata dalla definitiva rottura con Lesbia/Clodia, a dettargli, entro la cornice di un monologo interiore qual è il carmen 76, una supplica di struggente sincerità, tesa a invocare la liberazione da una passione delirante e funesta: «O dèi, se è vostro l’aver compassione (misereri), o portaste mai ad alcuno / un aiuto ormai estremo quando era in pugno alla morte, / a me infelice guardate, e, se con purezza ho vissuto, / via da me ora strappate questa pestifera piaga, / che, nel profondo del corpo strisciandomi, come un torpore, / ha dall’intero mio petto ogni letizia scacciato (…) Io, io voglio guarire, e il mostruoso morbo deporre: / per il mio essere pio questo rendetemi, o dèi».

Nel possente e insieme capillare apparato di note che occupa quasi 900 pagine in corpo minore all’interno della nuova edizione da lui curata con dottrina pari alla finezza ermeneutica (Gaio Valerio Catullo, Le poesie, Nuova Universale Einaudi, 2018, pagine clXIV-1324, euro 58) Alessandro Fo, ordinario di letteratura latina all’università di Siena, non manca di valorizzare questo gioiello seminascosto tra le viscere del Liber catulliano: una perla — si direbbe — pre-evangelica, degna di impreziosire la collezione delle intuizioni precristiane individuate da Simone Weil; una «lotta con la disperazione» che, secondo Robinson Ellis citato da Fo, «possiede una forza e una verità che possono appartenere solo al più alto genio».

E, in effetti, «nessun altro poeta romano si è rivolto agli dèi come Catullo» assicura l’insigne classicista Alfonso Traina. Rari spunti di così elevata comunicazione con il Divino sono rintracciabili, semmai, nella letteratura greca di genere lirico e tragico: ne è un sublime esempio la preghiera a Zeus padre che Simonide pone in bocca a Danae, abbandonata alla furia delle onde su un’«arca regale» insieme al piccolo Perseo, frutto del suo amplesso con il sommo dio.

La religiosità di Catullo, però, non rimane circoscritta a questa implorazione. Dalla stessa pietas che con il correlato pilastro della fides regge il suo «intero universo morale» (Fo) e presiede alla lealtà nell’amicizia, scaturisce anche la testimonianza di un commosso e commovente affetto “retroattivo” verso l’anonimo fratello deceduto e seppellito in Asia Minore, nella Troade. Un velo di rimpianto liturgico avvolge il resoconto dei riti funebri celebrati sulla sua tomba, meta secondaria di un viaggio in Bitinia: «te mi ghermì, proprio te, la fortuna / ah indegnamente, fratello, a me, o infelice, strappato» (carme 101). Un lutto inconsolabile, che si effonde ripetutamente con dolorosi accenti: «Sempre con la tua morte io velerò mesti carmi» (65); «Tu, tu, fratello, morendo, hai distrutto il mio stare bene» (68a); «Con te la nostra casa è, tutta insieme, sepolta» (68b).

Virando poi di 180 gradi, dalla ritualità funeraria alla celebrazione nuziale, dal polo sterile della morte a quello della vita feconda, appare espressione di sacralità, in questo caso fastosa e festosa, anche l’epitalamio per lo sposalizio di Manlio Torquato e Iunia (o Vinia) Aurunculeia, primo dei cosiddetti carmina docta (61-64), dove si prefigura, in chiave di augurio, una scenetta familiare di toccante delicatezza: «Voglio in grembo alla madre sua / un Torquato piccino stia / e, tendendo le tenere / mani, dolce sorrida a suo / padre, schiuso il labbruccio».

Follemente innamorato di Lesbia, Catullo sognava forse, follemente, di legare per sempre a sé nel vincolo coniugale la donna infedele? L’ideale del matrimonio come coronamento d’amore sembra gli sorridesse persino nel momento di concretizzare il suo progetto più ambizioso. Quando cioè, obbedendo a un’insolita ispirazione mitologica e perseguendo l’obiettivo di un supremo capolavoro, si cimentò nel genere dell’epillio costellato di riferimenti eruditi, caro ai letterati alessandrini. Nacque così il carmen doctum 64, una sorta di ipertesto a struttura concentrica, che in soli 408 esametri dattilici condensa una ricchissima materia narrativa, organizzata intorno al mito ierogamico delle nozze di Peleo e Tetide, i futuri genitori di Achille.

Secondo un procedimento metaletterario, al centro di questo “contenitore” si dipana — poemetto nel poemetto — il dramma a lieto fine di Arianna abbandonata da Teseo sull’isola di Nasso ma salvata dall’arrivo di Bacco, di lei innamorato: e queste varie vicende Catullo immagina siano ricamate sulla coperta destinata a rivestire il talamo dei due sposi.

C’è da chiedersi come lo zenit di simili elevazioni contenutistiche e stilistiche possa conciliarsi con il nadir delle immersioni — sia pure pervase da un estro capace di brillanti soluzioni espressive — nella virulenza dell’ingiuria e nella scabrosità del sesso. Conciliazione vera, in effetti, non esiste. Nobile slancio amoroso e torbido sarcasmo s’incrociano di frequente nei due settori delle nugae (letteralmente, “inezie”): nei primi sessanta brevi carmi polimetri e, al di là dei carmina docta e della traduzione da Callimaco della Chioma di Berenice, negli epigrammi in distici elegiaci numerati da 69 a 116. Il contrasto fra il registro affettivamente e culturalmente “alto” e quello “basso” della quotidianità a volte contaminata da un linguaggio scurrile risulta stridente.

E non c’è da stupirsi che nel Liber la psicanalisi sia stata indotta a innestare i suoi criteri d’indagine. Per alcuni aspetti, la poesia di Catullo resta un mistero insondabile. Non diversamente dalla sua vita, di cui ben poco sappiamo: la nascita a Verona tra l’87 e l’84 avanti Cristo, il trasferimento a Roma, la rete di amicizie, la love story con Lesbia, la perdita del fratello, un viaggio in Bitinia, l’incerta data della morte, intorno ai trent’anni, non prima del 55 e non molto oltre il 54. Pare legittimo concludere che, ostaggio di un temperamento oltremodo emotivo, in perenne oscillazione tra pulsioni opposte, Catullo sia stato per sé stesso, e sia ancora oggi per i suoi lettori, un “segno di contraddizione”.

Inequivocabilmente rivelatrice è la confessione resa nel carmen 85, un semplice distico: «Odio e amo (Odi et amo). Com’è che ci riesca forse ti chiedi. / Lo ignoro. Ma sento che riesce, e ci sto crocifisso».

Rileggendo con particolare attenzione fonetica, magari ad alta voce, i frammenti di traduzione sopra citati, un orecchio sensibile non dovrebbe faticare a coglierne la spiccata ritmicità.

Connotato specifico e distintivo di questa edizione è, infatti, la cura che Alessandro Fo, poeta in proprio oltre che latinista di vaglia, ha profuso nel riprodurre la scansione quantitativa degli originali catulliani, articolata in una iridescente pluralità di moduli metrici.

La sua versione è audacemente incardinata su un sistema accentuativo caratterizzabile come (Carducci docet) metrica “barbara”: sviluppo di un’operazione già compiuta sull’Eneide nel 2012, con la restituzione in italiano del ritmo scandito dagli ictus degli esametri virgiliani.

Mediante questo esercizio di poesia “di secondo grado”, Fo distende un fregio verbale — ammirevole, ancorché a tratti lievemente artificioso — tutt’intorno a un monumento innalzato con filologica passione in onore di Catullo: «uno dei più grandi poeti di tutti i tempi», oggetto di un longus labor che poteva trovare alimento e sostegno solo in un longus amor.

di Marco Beck

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

25 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE