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La domanda di Giuseppe Ungaretti

La Pietà (1928)

1

Giuseppe Ungaretti

Sono un uomo ferito.
E me ne vorrei andare
E finalmente giungere,
Pietà, dove si ascolta
L’uomo che è solo con sé.
Ma non ho che superbia e bontà.
E mi sento esiliato in mezzo agli uomini.
Ma per essi sto in pena.
Non sarei degno di tornare in me?
Ho popolato di nomi il silenzio.
Ho fatto a pezzi cuore e mente
Per cadere in servitù di parole?
Regno sopra fantasmi.
O foglie secche,
Anima portata qua e là...
No, odio il vento e la sua voce
Di bestia immemorabile.
Dio, coloro che t’implorano
Non ti conoscono più che di nome?
M’hai discacciato dalla vita.
Mi discaccerai dalla morte?
Forse l’uomo è anche indegno di sperare.
Anche la fonte del rimorso è secca?
Il peccato che importa.
Se alla purezza non conduce più.
La carne si ricorda appena
Che una volta fu forte.
È folle e usata, l’anima.
Dio, guarda la nostra debolezza
Vorremmo una certezza.
Di noi nemmeno più ridi?
E compiangici dunque, crudeltà.
Non ne posso più di stare murato
Nel desiderio senza amore.
Una traccia mostraci di giustizia.
La tua legge qual è?
Fulmina le mie povere emozioni,
Liberami dall’inquietudine.
Sono stanco di urlare senza voce.
2
Malinconiosa carne
Dove una volta pullulò la gioia,
Occhi socchiusi del risveglio stanco,
Tu vedi, anima troppo matura,
Quel che sarò, caduto nella terra?
È nei vivi la strada dei defunti,
Siamo noi la fiumana d’ombre,
Sono essi il grano che ci scoppia in sogno,
Loro è la lontananza che ci resta,
E loro è l’ombra che dà peso ai nomi.
La speranza d’un mucchio d’ombra
E null’altro è la nostra sorte?
E tu non saresti che un sogno, Dio?
Almeno un sogno, temerari,
Vogliamo ti somigli.
È parto della demenza più chiara.
Non trema in nuvole di rami
Come passeri di mattina
Al filo delle palpebre.
In noi sta e langue, piaga misteriosa.
3
La luce che ci punge
È un filo sempre più sottile.
Più non abbagli tu, se non uccidi?
Dammi questa gioia suprema.
4
L’uomo, monotono universo,
Crede allargarsi i beni
E dalle sue mani febbrili
Non escono senza fine che limiti.
Attaccato sul vuoto
Al suo filo di ragno,
Non teme e non seduce
Se non il proprio grido.
Ripara il logorio alzando tombe,
E per pensarti, Eterno,
Non ha che le bestemmie.

(Giuseppe Ungaretti)


Settimana santa 1928: Giuseppe Ungaretti, a Subiaco, scrive l’inno a La Pietà. La poesia segna — le parole sono sue — il «ritorno alla fede cristiana che, anche se altre mire prima mi seducevano, nella mia persona dissimulandosi non cessava d’attendere».
Il testo è «attraversato da fortissimi interrogativi esistenziali, nutriti di passi della Bibbia, mutuati dalla liturgia della Settimana Santa, di citazioni di libri sapienziali dell’Antico Testamento», scrive François Livi (in tal senso rimandando anche alle analisi di Marco Marchi) nel volume dedicato, Un “Affricano a Parigi”. Saggi sulla poesia di Giuseppe Ungaretti (Roma, Casa Editrice Leonardo da Vinci, 2016) uscito nel centenario della pubblicazione de Il porto sepolto.
Livi, che indaga principalmente sugli apporti egiziano e parigino nell’opera poetica, contestualizza la “metànoia” del poeta nella cerchia di feconde relazioni con l’ambiente culturale francese, dove soprattutto attorno a Léon Bloy, in vero, s’erano irradiate le conversioni tra gli intellettuali che animarono poi il pensiero cattolico del Novecento nell’arte, nella letteratura, nei più diversi ambiti di ricerca. Lontano da un’«apologetica di dimostrazione», Bloy metteva i suoi interlocutori «davanti al fatto della santità», in tal senso merita sempre ricordare per le singolari convergenze, ma anche per la spontaneità e per la dovizia delle testimonianze, il volume I grandi amici di Raissa Maritain (Milano, Vita e Pensiero, 1956).
Non potendo passare inosservato quel fenomeno, nelle estreme congetture della mente s’era persino affacciata in Ungaretti, sulla scia del primo Papini, l’idea del pentimento «come l’estremo lusso del vizio» — così negli Appunti per un’autopsia del male e del bene che avrebbe dovuto far parte di un capitolo del progettato romanzo Avventure di Turluntù, cui l’autore accenna per lettera nel 1917 sia a Prezzolini che a Papini.
Ungaretti che ad Alessandria d’Egitto, la città natale, era passato, dal circolo anarchico che gravitava attorno alla Baracca Rossa di Enrico Pea, per suo tramite alla casa del Mex dei fratelli Henri e Jean-Léon Thuile, là dove il mare faceva da estremo limite al deserto — in quello spazio di percezione metafisica del silenzio e della luce — aveva pregustato l’effervescenza della capitale francese a quel tempo; e di letteratura francese aveva potuto nutrirsi. Così all’età di 24 anni, nell’autunno 1912, era salpato da quel «porto sepolto» alla volta di Parigi, che era ancora la capitale della cultura europea, dove si fece mediatore della letteratura italiana a partire dall’opera di Papini. Ma la ricerca mai definitivamente risolta di una patria lo porta dalla Francia all’Italia, volontario sul fronte nel primo conflitto mondiale, sia quello italiano che quello francese, poi ancora in Francia e ancora in Italia, sino a questa soglia, di cui l’inno alla Pietà documenta con sufficiente eloquenza.
La conversione di Ungaretti, senza fratture nel suo percorso creativo, ha «qualche somiglianza con quella del poeta francese Pierre Reverdy, uno dei protagonisti del cubismo poetico, avvenuta nel 1921, l’anno stesso in cui Storia di Cristo annunciava il ritorno a Dio di Giovanni Papini. La conversione non modifica la traiettoria creativa e critica di Reverdy: ne prolunga e ne amplifica la prospettiva», scrive ancora Livi, che del poeta francese ha tradotto in italiano Le gant de crin (Ares 1993).
Apparsa inizialmente come Hymne à la pitié su «La Nouvelle Revue Française» nel dicembre 1928, in italiano più tardi col titolo La pietà («Italia Letteraria» 24 aprile 1932), all’interno dell’opera omnia Vita d’un uomo, la poesia appartiene agli Inni del Sentimento del tempo (1933), che «esprimono una crisi religiosa, veramente patita, da milioni d’uomini e da me, in uno degli anni più oscuri del dopoguerra». A questo punto, egli vive ormai da anni a Roma, è veramente il sentimento del tempo a rivelarsi, perché Roma in tutto rappresenta cosa significhi “tradizione”: nelle note autobiografiche che l’autore lascia intorno al Sentimento del tempo ricorda subito una sorta di spaesamento vissuto al primo impatto, perdurante lunghi anni: Roma è diventata la sua città quando le si è rivelata nella percezione che nel lungo tempo riesce a maturare come la sintesi di ogni stile, il barocco: «È diventata la mia città quando sono arrivato a capire ciò che è il barocco (...) è Michelangelo, che mi ha indicato la strada (...) Michelangelo mescola tutto, mescola la natura, mescola Platone con i discepoli di Plotino del suo tempo, sente Cristo con disperazione e, nel medesimo tempo, sente la carne con la stessa disperazione. Tali elementi che presentano una costante ferita, un costante strappo nella loro fusione, sono gli elementi che Michelangelo ha fuso nella sua opera e che ritroviamo dovunque a Roma (...) L’uomo di pena è l’uomo cupamente in meditazione sulla giustizia e la pietà. Contraddizione assoluta, dialettica dei contrari. La Giustizia tremenda del Giudizio della Sistina è posta in iscacco dalle Pietà scolpite nell’atto estremo stesso nel quale si afferma la Passione e la Crocifissione del figlio di Dio fatto uomo o, se si vuole, del figlio dell’uomo innalzato alla sofferenza immeritata, ma accettata, fino a Dio».
In relazione a quanto egli stesso dichiarò intorno alla genesi di La Pietà, nella biografia di Ungaretti si fissa al 1928 il momento del ritorno alla fede. Ma la conversione è un processo interiore di lunghe risonanze; e ancora nel maggio 1929 a Maritain, col quale inizia una corrispondenza per il tramite di Gino Severini (Piero Viotto, «Città di Vita» 5/2017), Ungaretti confida quelle che sono rimaste forse le più radicate resistenze: «Arrivo a concepire il cattolicesimo come la più ammirevole delle dottrine, le corde più segrete della mia anima sono toccate dalla sua mistica, ma mi è impossibile, e ne provo un’angoscia estrema, accettare l’idea della sopravvivenza» (2 maggio 1929).
Insieme al dissidio interiore tra il senso della precarietà della condizione umana e la presa d’atto di una certa illusoria «esaltazione della propria infallibilità fantastica di facitore» (Ungaretti), La Pietà sembra rappresentare, in preghiera, la caduta dei primi più scoperti baluardi del dubbio, nella ricerca di uno spazio di solitudine, silenzio interiore, spoliazione, vuoto... dove la notte oscura possa traguardare a un’alba.
Ed è in primo luogo questa pietà per gli uomini, non per sé solo — questo senso di compartecipazione al destino delle innumerevoli esistenze, ciascuna nel proprio travagliato percorso alla ricerca di una terra ospitale, orientata alla terra promessa —, è questa “compassione” che suscita l’invocazione alla Pietà, a motivo di quella “solida” condivisione di dolore solitudine morte che l’icona della Pietà attesta del Figlio dell’uomo.
Ma se con questo grido sentiamo ancora troppo solo l’uomo, con La preghiera certi nodi si sciolgono: il cuore di pietra (quella dolorosa condizione di uno stare murato) riprende a pulsare in un cuore di carne. Le invocazioni Signore, Purificante amore, scala di riscatto ci rappresentano, delle icone della storia della salvezza, in particolare quelle pasquali.


La preghiera (1928)

Come dolce prima dell’uomo
Doveva andare il mondo.
L’uomo ne cavò beffe di demòni,
La sua lussuria disse cielo,
La sua illusione decretò creatrice,
Suppose immortale il momento.
La vita gli è di peso enorme
Come liggiù quell’ale d’ape morta
Alla formicola che la trascina.
Da ciò che dura a ciò che passa.
Signore, sogno fermo,
Fa’ che torni a correre un patto.
Oh!, rasserena questi figli.

Fa’ che l’uomo torni a sentire
Che, uomo, fino a te salisti
Per l’infinita sofferenza.
Sii la misura, sii il mistero.
Purificante amore,
Fa’ ancora che sia scala di riscatto
La carne ingannatrice.
Vorrei di nuovo udirti dire
Che in te finalmente annullate
Le anime s’uniranno
E lassù formeranno,
Eterna umanità,
Il tuo sonno felice

(Giuseppe Ungaretti)


Senza addentrarci nelle cifre bibliche delle immagini («ape morta», «Fa’ che torni a correre un patto», «scala di riscatto») — che meriterebbero, da sole, una trattazione — e nelle intense meditazioni (sopra tutto, sulla dimensione infinita e “divina” della sofferenza: «Che, uomo, fino a te salisti / Per l’infinita sofferenza»), sentiamo come sia l’eterna domanda del cuore a suscitare la preghiera.
Con sant’Agostino, l’uomo non può fare a meno d’invocare, ancora: «Concedimi, Signore, di conoscere e capire se si deve prima invocarti o lodarti, prima conoscere oppure invocare. Ma come potrebbe invocarti chi non ti conosce? Per ignoranza potrebbe invocare questo per quello. Dunque ti si deve piuttosto invocare per conoscere? Ma come invocheranno colui, in cui non credettero? E come credere, se prima nessuno dà l’annunzio? Loderanno il Signore coloro che lo cercano, perché cercandolo lo trovano, e trovandolo lo loderanno. Che io ti cerchi, Signore, invocandoti, e t’invochi credendoti, perché il tuo annunzio ci è giunto. T’invoca, Signore, la mia fede, che mi hai dato e ispirato mediante il tuo Figlio fatto uomo, mediante l’opera del tuo Annunziatore» (Le confessioni).

di Anna Maria Tamburini

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