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Lessico mistico

· In una nuova antologia del «Diario» e delle «Lettere» di Etty Hillesum ·

Susan Stein nella pièce «Etty» diretta da Austin Pendleton (2010)

«Il gelsomino dietro casa mia è completamente deturpato dalle piogge e dalle burrasche degli ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano sparpagliati nelle pozzanghere (…). Ma in qualche parte di me il gelsomino, indisturbato, prospera ancora, non meno delicato e rigoglioso, come fosse pieno di fiori. E diffonde la sua fragranza tutt’intorno, nella tua dimora, mio Dio».

Suggestive parole di Etty Hillesum che danno origine al titolo del libro Il gelsomino e la pozzanghera, a cura di Beatrice Iacopini (Firenze, Le Lettere, 2018, pagine 168, euro 14). Un’antologia di testi accuratamente selezionati dal Diario e dalle Lettere, nuovamente tradotti dall’olandese e raggruppati secondo filoni tematici, il cui merito è quello di fornire «una mappa» delle tappe che scandiscono la trasformazione interiore di questa giovane donna mettendone in risalto il «lessico mistico» che, a buon diritto, la inserisce nella migliore tradizione di letteratura spirituale di ogni tempo.

Un’operazione senza dubbio apprezzabile quella di Iacopini, vista la mole di pagine che costituisce l’insieme dei dieci degli undici quaderni (il settimo è andato perduto) scritti da Etty Hillesum tra il 1941 e il 1943, solo da pochi anni integralmente pubblicati anche in lingua italiana. Un lavoro importante il cui fine è quello di rendere più agevole l’approccio a questa straordinaria figura, di diffonderne il pensiero, come del resto dalla stessa auspicato al momento della consegna dei quaderni all’amica Maria Tuinzing, incaricata a sua volta di consegnarli al giornalista Klaas Smelik con preghiera di provvedere alla loro pubblicazione. Cosa che poi non fu così facile, per la particolare chiave di lettura della storia in essi contenuta, incentrata sull’«intelligenza del cuore», su uno «sguardo amorevole» capace di provare pietà anche nei confronti degli aguzzini.

Hillesum, ormai certa di non potere essere presente a quella ricostruzione che presentiva dovesse seguire il dopoguerra, aveva grande premura di far arrivare la sua voce attraverso quegli scritti testimoni della sua esperienza interiore. Osservando dall’alto, «dai merli del palazzo della storia», la tragedia in corso, assolutamente consapevole della propria imminente fine, si attivò per lasciare in eredità il suo contributo a quell’Europa postbellica che, secondo lei, avrebbe dovuto vedere la fioritura di un nuovo umanesimo.

La lucidità con cui è capace di leggere la realtà del proprio tempo, fa della sua, una voce profetica. Per la prima volta la storia assisteva a una volontà così feroce ed efferata di sterminio di massa di un intero popolo, per questo la barbarie inenarrabile dei lager avrebbe prodotto qualcosa di altrettanto sconvolgente nelle coscienze una volta uscite dalla coercizione del buio. Una voce, la sua, che sorprende per la visione luminosa che è capace di annunciare proprio mentre la tragedia si stava consumando. Estranea all’odio ovunque serpeggiante, eppure estremamente calata nel presente.

Nata nel 1914 a Middelburg in una famiglia di ebrei intellettuali non osservanti, si trasferisce nel 1932 ad Amsterdam per studiare diritto all’università. Fin dalla giovane età si dibatte in una vita caotica oppressa da frequenti stati depressivi e da disturbi alimentari. Una compulsività diffusa, dovuta all’incapacità di porre limiti al piano emotivo, la domina su tutti i fronti, compreso quello sentimentale spingendola verso relazioni disordinate. Nel pieno della crisi, decisivo l’incontro con lo psicochirologo tedesco Julius Spier, anche lui di origine ebraica, approdato ad Amsterdam a causa delle leggi razziali, che la introduce a una intensa pratica di «igiene dell’anima» permettendole così di entrare in contatto con la propria vita interiore. L’invito a leggere la Bibbia, le Confessioni di sant’Agostino, produrrà in lei una dinamica sorprendente di guarigione, tanto che il suo grave stato di disordine psicofisico troverà rapido giovamento nell’arco di pochi mesi. L’impegno a «volgersi verso l’interno» ogni mattina per almeno una mezz’ora, a immergersi dentro se stessa, la porterà a vivere la sua Stille Stunde, l’ora quieta, punto di stabilità dell’intera giornata. La relazione con Spier assume un ruolo centrale, ma la reciproca determinazione a evitare il coinvolgimento amoroso favorirà in lei una intensa crescita spirituale che la porterà ad aprirsi a una forma di amore sempre più dilatata e altruistica, capace di farsi carico delle più terribili sofferenze: «La realtà è qualcosa che bisogna prendere in carico con tutta la sofferenza che comporta, con tutte le difficoltà, bisogna prenderla in carico e sopportarla, e sopportandola aumenta la pazienza».

Tutta la dinamica di trasformazione ruota intorno alla scoperta di un «centro interiore» e a quella misteriosa presenza che lo abita che Etty imparerà a chiamare Dio. Il contatto costante con questo centro le permetterà di leggere anche l’orrore in corso che la coinvolge così direttamente, sotto una nuova angolatura e di mantenere viva la speranza di una prospettiva luminosa nonostante il buio. Percepire la connessione con la «corrente sotterranea», impedire alle limpide, perenni «fonti interiori» di essere ostruite dai «pesanti macigni dei pensieri». Rimanere in completo silenzio, ascoltare la parte profonda, lasciare svuotare dall’interno il «perenne dominio dell’inquietudine e dell’impazienza».

La vastità del silenzio interiore prende campo in tutto l’essere, investendo corpo, anima, spirito, espandendosi d’intorno: «Approntare vaste pianure di quiete, di una quiete sempre più grande, che possa irradiarsi costantemente anche sugli altri». Più il silenzio è vissuto e sperimentato, più ne cresce il desiderio nell’anima. Piano piano esso non si limita più ad abitare le soste di quiete, ma colma l’intera vita di ogni giorno. «Quella camera tranquilla c’è sempre in qualche angolino del nostro essere e potremo pure accedervi qualche volta. Chi potrà rubarci quello spazio?». Allusione alla cella interiore tipica del linguaggio mistico.

Anche il rapporto con Dio è ritessuto dal vivo attraverso il contatto interiore: «Aprirci un sentiero fino alle fonti originarie in noi, fonti che per il momento decido di chiamare Dio». Rapporto che prenderà forza attraverso un costante scavo: «Dentro di me c’è un pozzo molto profondo. E laggiù c’è Dio. A volte riesco a raggiungerlo. Più spesso nel pozzo si accumulano pietre e detriti, allora Dio è sepolto». Continuo interiore dialogo, cardine intorno a cui tutto ruota: «Può esserci qualcosa di più intimo del rapporto tra l’uomo e Dio?».

Più incalzano le restrizioni per le leggi razziali, più Etty prende coscienza del corso irreversibile a cui volge la storia. «Le minacce esterne si fanno sempre più forti, il terrore cresce ogni giorno (…), mi ritiro nella mia preghiera come nella cella di un convento». Cresce in lei un impulso costante a inginocchiarsi, la forza di una preghiera ininterrotta la percorre fino alla imprevedibile intuizione di una svolta di prospettiva: «Sono tempi terrificanti mio Dio (…). Ti aiuterò mio Dio a non spengerti in me (...). Di certo una cosa mi diventa sempre più chiara: tu non puoi aiutarci, noi piuttosto dobbiamo aiutare te ed è così facendo che in fondo aiutiamo noi stessi, Dio. Forse così potremo anche contribuire a dissotterrarti dai cuori martoriati degli altri».

Gli amici la invitano a nascondersi, a riparare all’estero, ma Etty al contrario, assolutamente decisa a seguire le sorti del suo popolo, il 30 luglio 1942, in virtù del suo impiego al consiglio ebraico, si fa mandare come assistente sociale al campo di smistamento di Westerbork. Morirà ad Auschwitz il 30 novembre 1943.

Il lascito spirituale di questa intensa esperienza di vita è sempre più attuale. La voce che si leva da questi quaderni risuona, scuote dal torpore. C’è un richiamo a una maturità di fede, alla responsabilità verso un compito urgente: aiutare Dio a rimanere vivo dentro di noi; far brillare una scintilla della sua luce nella più desolata oscurità. Nel tempo dell’ateismo di massa, del nihilismo, dello sfrenato consumismo digitale, il dilagare del vuoto sprona il lavorio sotterraneo delle coscienze facendo emergere la sete dell’anima che chiama verso l’interiorità. Sono infatti sempre più numerosi coloro che sentono il bisogno di scendere verso il profondo, di incontrare Dio nell’intimo.

di Antonella Lumini

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19 dicembre 2018

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