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L’esperienza
della paternità di Dio
nella nostra vita

· Il Vangelo della XVII domenica del tempo ordinario ·

La ricerca di una relazione con Dio da parte dell’uomo appartiene al genere umano fin dagli inizi dell’umanità. Da sempre l’uomo si è rivolto alla divinità per chiederne l’aiuto e il sostengo nelle difficoltà e nelle prove, per ringraziarlo dei doni ricevuti o per implorarne il perdono dopo avere commesso degli errori. Perché, dunque, i discepoli chiedono a Gesù «insegnaci a pregare», se la preghiera è parte costitutiva dell’identità umana? La risposta è nella prima invocazione di Gesù: Padre. Infatti, la preghiera per noi discepoli è uno spazio per riscoprire la nostra vera identità, quella di essere figli di Dio, e così affrontare la vita non come vagabondi ma come viandanti, non come spettatori passivi della storia ma come protagonisti, non come peccatori disperati ma come figli perdonati cui è sempre restituita la loro dignità.

La parola Padre è lo spazio in cui è contenuta la nostra esistenza. Pronunciare “Padre” significa ricordarsi che non siamo né frutto del caso né che la nostra vita è in balia di forze misteriose, ma che la nostra vita è il frutto di un amore viscerale e fedele — questo è il significato della parola misericordia — che guida con sapienza la nostra vita e che ci manifesta la sua volontà attraverso il Figlio. Dio, infatti, è Logos e come disse Papa Benedetto XVI «Logos significa insieme ragione e parola — una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione».

I Vangeli raccontano che Gesù, il Maestro, al mattino quando era ancora buio si ritirava in luoghi deserti a pregare (cfr. Mc 1, 35), mostrandoci così l’immagine della preghiera come chiave per aprire la nostra giornata. In questo incontro offrendo al Signore, come pregava Ignazio di Loyola, la libertà, la memoria, l’intelletto e la volontà il discepolo, a imitazione del Maestro, pone la sua vita a servizio dell’annuncio del Regno.

È vero, però, che Gesù passava anche la notte in preghiera (cfr. Lc 6, 12) dando così l’idea che la preghiera costituisca anche il chiavistello con cui si chiude la nostra giornata. Nella preghiera della sera si consegna il giorno vissuto all’amore del Padre, perché sia lui a far fruttificare i semi di bene seminati nei solchi del giorno, come prega la liturgia, cancelli le colpe commesse dalla nostra fragilità, chiedendogli luce per comprendere a sua volta.

Per questo Papa Francesco ha detto: «Dio vuole che i suoi figli gli parlino senza paura, direttamente chiamandolo “Padre”; o nelle difficoltà dicendo: “Ma Signore, cosa mi hai fatto?”. Per questo gli possiamo raccontare tutto, anche le cose che nella nostra vita rimangono distorte e incomprensibili».

La richiesta dei discepoli in quel giorno ormai lontano nel tempo non era quella di avere una formula ma qualcosa di più profondo ed essenziale per la vita, perché la preghiera in fondo è proprio questo: non solo parole che salgono al cielo, ma l’esperienza della paternità di Dio nella nostra vita.

di Nicola Filippi

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20 settembre 2019

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