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​L’esercizio del discernimento: indicazioni dottrinali recenti

Il rinnovato interesse per un tema antico

Nelle due Esortazioni apostoliche di papa Francesco il tema del discernimento occupa un posto centrale, che merita di essere considerato attentamente. Discernimento è un termine ricorrente nella tradizione cristiana, specialmente nella teologia morale e nella spiritualità dei gesuiti. Ignazio di Loyola espone ben quattordici «regole per sentire e conoscere in qualche modo le varie mozioni che si producono nell’anima: le buone per accoglierle e le cattive per respingerle» (1). La prima importante indicazione sul discernimento viene da Gesù stesso, che invita le persone a pensare con la propria testa, e a decidersi per il regno di Dio: «come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12,56-57); «non giudicate secondo le apparenze, ma giudicate con giusto giudizio» (Gv 7,24). San Paolo così sintetizza il processo che regola l’esistenza cristiana: «esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono» (1Ts 5,21), e San Giovanni raccomanda: «Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio» (1Gv 4,1). La Chiesa non fa altro che avanzare sulla stessa strada: la vita del credente necessita di quella sapienza che lo Spirito santo dona a chi si pone in ascolto della voce di Dio.

Lello Scorzelli  «Scena evangelica» (1965)

L’etimologia (dis- separare e cernere scegliere) suggerisce il metodo del discernimento: si tratta di considerare tutti i termini di una questione, per operare serenamente e liberamente una scelta giusta. Il discernimento pastorale, dunque, è un percorso che si svolge attraverso il dialogo, in un clima di fede e di preghiera, tra il pastore e il fedele – quando è personale – e all’interno della comunità – quando è comunitario. Il suo obiettivo è una leale ed equilibrata comprensione della propria realtà da parte del fedele, per crescere nel bene e maturare nella vita cristiana. Pertanto, non è il pastore a dover indicare o suggerire soluzioni, ma è il fedele stesso a orientarsi per prendere una decisione cosciente e responsabile, coerente con le esigenze del Vangelo custodite dalla Chiesa.

I. Il discernimento in Evangelii gaudium

Nel magistero recente il tema del discernimento ha assunto una rilevanza evidente: esso rappresenta non solo una metodologia pastorale, ma costituisce una vera e propria indicazione dottrinale. Gli elementi fondativi del discernimento, dal punto di vista ecclesiologico, si trovano in Evangelii gaudium (2); la sua declinazione pastorale, nella prospettiva della teologia morale, è reperibile in Amoris laetitia (3).

1. L’esercizio della sinodalità

Il primo dato messo in chiara luce da Evangelii gaudium corrisponde all’esercizio della sinodalità, intesa come la partecipazione di ogni Chiesa locale al processo di discernimento che vede centro e periferia in dialogo fecondo e armonico. Alle Chiese particolari e ai rispettivi episcopati locali, infatti, compete il «discernimento di tutte le pro­blematiche che si prospettano nei loro territori», nella logica di una «salutare “decentralizzazione”» (EG, 16). La stessa Esortazione, peraltro corredata dai vari interventi degli episcopati mondiali, dà testimonianza dell’ascolto e dell’accoglienza da parte del papa dei contributi di «ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,7), mostrando che su questa strada occorre procedere. «Affinché questo impulso missionario sia sempre più inten­so, generoso e fecondo, esorto anche ciascuna Chiesa particolare ad entrare in un deciso pro­cesso di discernimento, purificazione e riforma» (EG, 30). Questo stesso dinamismo – che si attiva per la via della reciprocità e della circolarità – coinvolge l’intero popolo di Dio, chiamato a superare i timori che possono nascere per il fatto di sentirsi coinvolti in prima persona: sotto la guida dei pastori e insieme ai fratelli si è certi di procedere con sicurezza sulla strada del Vangelo (cfr. EG, 33). La realtà contemporanea è complessa e differenziata: questo dato fenomenologico impone ad ogni Chiesa locale la necessità di «studiare i segni dei tempi» (4), per trovare soluzioni pastorali adeguate, scegliendo le mozioni dello spirito buono e respingendo quelle dello spirito cattivo (cfr. EG, 51). In tale processo, non è secondario l’apporto dei fedeli, poiché «come par­te del suo mistero d’amore verso l’umanità, Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto della fede – il sensus fidei – che li aiuta a discernere ciò che vie­ne realmente da Dio» (EG, 119).

Questa prima indicazione relativa all’esercizio del discernimento afferisce alla responsabilità sinodale, che ogni Chiesa particolare condivide con le altre, cum Petro et sub Petro. Quanto il papa raccomanda, in effetti, è un processo già in atto nei due documenti che andiamo considerando. In Evangelii gaudium l’esercizio della sinodalità – oltre che per la citazione diretta degli episcopati mondiali – è attestato dalla recezione delle proposizioni della precedente Assemblea sinodale ordinaria sulla nuova evangelizzazione (2012), dalla quale il documento prende spunto per procedere oltre. Amoris laetitia ne dà prova ancor più esplicita grazie alla doppia consultazione del popolo di Dio (avvenuta mediante due questionari) e le relazioni conclusive delle due Assemblee sinodali sulla famiglia (straordinaria 2014, ordinaria 2015), il cui frutto è raccolto ed integrato nell’Esortazione postsinodale.

2. Il cuore del Vangelo e le periferie dottrinali

La seconda indicazione di carattere teologico riguarda il rapporto tra centro del Vangelo e quegli aspetti periferici non sostanziali che, nel corso del tempo, si sono talmente radicati da diventare prevalenti. Nella predicazione talvolta capita di dare maggior rilievo alla «trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere» (EG, 35), invece di concentrarsi sull’essenziale, su ciò che è più bello, attraente e quindi necessario. Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa sorgente divina e sono da credere con la medesima fede, tuttavia, alcune di esse esprimono più direttamente il cuore del Vangelo, che consiste ne «la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto» (EG, 36). A questo centro vitale della fede si collegano i diversi contenuti da credere; ciò vale sia per i dogmi definiti solennemente sia per gli insegnamenti della Chiesa, anche di carattere morale, al cui vertice sta la misericordia (cfr. EG, 37). Come afferma il Vaticano II, esiste una “gerarchia” delle verità della dottrina cattolica (cfr. UR, 11), che non attribuisce la medesima importanza, in modo indistinto, alle varie verità di fede, il cui senso è attinto dal rapporto che hanno con il centro del Vangelo.

L’esercizio del discernimento, alla luce della gerarchia delle verità, evita il rischio di concentrarsi sulle periferie dottrinali, lasciandosi piuttosto nutrire dalla sostanza viva del Vangelo. Talvolta può accadere di dare maggior rilievo alla prudenza e alla temperanza che alla giustizia e alla carità. «Lo stesso succede quando si parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cri­sto, più del Papa che della Parola di Dio» (EG, 38). Diversamente, «ogni verità si comprende meglio se la si mette in relazione con l’armoniosa totalità del messaggio cristiano, e in questo contesto tutte le verità hanno la loro importanza e si illuminano reciprocamente» (EG, 39).

Anziché un castello di carte, fondato su opzioni ideologiche, la vita cristiana è risposta di amore libero e responsabile all’amore gratuito, immeritato e incondizionato di Dio: ogni virtù è al servizio di questa risposta di amore. Non di rado, invece, capita che la vita cristiana venga presentata e percepita come adesione più ad un insieme di regole e di precetti che non ad un cuore rinnovato dalla grazia di Dio: preveniente, concomitante e conseguente ogni nostro agire (5). Senza la fiducia nel primato della grazia, la religione rischia di trasformarsi in schiavitù, anziché in esperienza di libertà e d’amore. Come ha più volte ricordato papa Francesco: «non dobbiamo avere paura della gratuità di Dio che scompagina gli schemi umani della convenienza e del contraccambio. […] Eppure noi abbiamo paura e pensiamo che la santità si faccia con le cose nostre e alla lunga diventiamo un po’ pelagiani» (6).

Per tali ragioni, il discernimento diventa la via maestra per un cammino graduale, sostenuto dalla grazia, su cui avanzare attraverso le luci e le ombre che si alternano lungo l’esistenza (cfr. EG, 42). Alcune cose si comprendono meglio per via dell’amore, degli affetti, dei sentimenti, che non per la via del raziocinio, del sillogismo, della deduzione. Il tempo e le esperienze, da questo punto di vista, sono grandi maestri. In questa prospettiva, risultano particolarmente incoraggianti le parole del Papa: «Nel suo costante discernimento, la Chiesa può anche giungere a riconoscere consuetudi­ni proprie non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia, che oggi ormai non sono più interpretate allo stesso modo e il cui messaggio non è di solito percepito adeguatamente. […] Non abbiamo pau­ra di rivederle» (EG, 43).

3. Il discernimento evangelico: sì, sì; no, no

La visione di «una Chiesa in uscita» (cfr. EG, 20-24), presente nella prima Esortazione apostolica di papa Francesco, è sostenuta da una chiara priorità: la Chiesa di cui parla è il Popolo di Dio, che si articola in varie strutture, tutte chiamate ad una effettiva e permanente conversione, al fine di lasciarsi trasformare dall’amicizia del suo Signore, che la attira entro la propria dimensione esodale (cfr. EG, 27). Di conseguenza, il dinamismo missionario costitutivo dell’essenza ecclesiale comporta la costante ricerca delle strade sulle quali lo Spirito conduce i credenti in Cristo: è qui che si è chiamati a discernere, per saper scegliere con il cuore aperto allo Spirito santo e ai fratelli. «Un cuore missionario […] deve crescere nella comprensione del Vangelo e nel discernimento dei sentieri dello Spirito, e allora non rinuncia al bene possibile, benché corra il ri­schio di sporcarsi con il fango della strada» (EG, 45).

Ciò che qui il papa intende offrire va «nella linea di un discernimento evangelico. È lo sguardo del discepolo missionario» (EG, 50), obbediente al comando di Gesù: «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt 5,37). L’autentico discernimento si concretizza perciò nel coraggio di dire: «no a un’economia dell’esclusione» (EG, 53-54), «no alla nuova idolatria del denaro» (EG, 55-56), «no a un denaro che governa invece di servire» (EG, 57-58), «no all’inequità che genera violenza» (EG, 59-60), «no all’accidia egoista» (EG, 81-83), «no al pessimismo sterile» (EG, 84-86), «no alla mondanità spirituale» (EG, 93-97), «no alla guerra tra di noi» (EG, 98-101). Per essere invece capaci di dire: «sì alla sfida di una spiritualità missionaria» (EG, 78-80), «sì alle relazioni nuove generate da Gesù Cristo» (EG, 87-92).

Mentre la lista dei no è più lunga, quella dei sì è concentrata sull’essenziale. La spiritualità missionaria e la novità delle relazioni in Cristo permettono di trasformare le sfide in opportunità anziché temerle come minacce. Attraverso la fiducia nel primato del grazia, il discepolo missionario «impara a scoprire Gesù nel volto degli altri, nella loro voce, nelle loro richieste» (EG, 91), da cui scaturisce «una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano, che sa sopportare le molestie del vivere insieme aggrappandosi all’amore di Dio» (EG, 92).

Criterio decisivo per l’identità della Chiesa è l’incontro con l’altro, con ogni altro: «è l’assoluta priorità dell’ “uscita da sé verso il fratello” come uno dei due comandamenti principali che fondano ogni norma morale e come il segno più chiaro per fare discernimento sul cammino di crescita spirituale in risposta alla donazione assolutamente gratuita di Dio» (EG, 179). In definitiva, il regno di Dio cresce tra noi quando “ogni uomo e tutto l’uomo” – come insegnava Paolo VI – viene a contatto col Vangelo di Gesù mediante la carità (cfr. EG, 181), e soprattutto quando il discepolo missionario si fa incontro ai più poveri: «Quando san Paolo si recò dagli Apostoli a Gerusalemme per discernere se stava correndo o aveva corso invano (cfr. Gal 2,2), il criterio-chia­ve di autenticità che gli indicarono fu che non si dimenticasse dei poveri (cfr. Gal 2,10)» (EG, 195).

II. Il discernimento in Amoris laetitia

«I documenti della Chiesa spesso non appartengono a un genere letterario dei più accessibili. Questo scritto del papa è leggibile. E chi non si lasci spaventare dalla lunghezza, troverà gioia nella concretezza e nel realismo di questo testo. Papa Francesco parla delle famiglie con una chiarezza che difficilmente si trova nei documenti magisteriali della Chiesa» (7). Con queste parole il Card. Schönborn introduceva la sua presentazione della Esortazione il giorno della pubblicazione, indicando un elemento fondamentale per il discernimento: la gioia nella concretezza dell’amore. In evidente continuità con il Vaticano II – Gaudet Mater Ecclesia, Gaudium et spes – e con la precedente Evangelii gaudium, l’Esortazione postsinodale Amoris laetitia fa un passo in avanti lungo la strada lieta del Vangelo.

Meditare un documento come Amoris laetitia – unico per il processo ecclesiale da cui è scaturito, che custodisce i segmenti della sinodalità, della collegialità e del primato petrino –, e trovarvi letizia e consolazione, significa corrispondere al principale criterio di discernimento indicato da Sant’Ignazio: «chiamo consolazione ogni aumento di speranza, fede e carità e ogni letizia interna che chiama e attrae alle cose celesti e alla salvezza della propria anima, quietandola e pacificandola nel suo Creatore e Signore» (8).

L’esercizio del discernimento è affidato ai pastori per il bene spirituale di tutti i fedeli (cfr. AL, 249), attraverso l’accoglienza e l’accompagnamento, in vista della piena integrazione nella vita ecclesiale. Il papa tiene a precisare che chi guida non deve sostituirsi alla coscienza personale, quanto invece favorirne la maturazione: «Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle» (AL, 37).

1. Il discernimento dei semi del Verbo

Dal punto di vista propriamente teologico, l’Esortazione fa propria una significativa scelta dai padri sinodali: il rapporto tra i semi del Verbo e le situazioni imperfette è la chiave cristologica adeguata per comprendere, tra continuità e novità, l’ordine della creazione e quello della redenzione (cfr. AL, 77). Coerentemente con la prospettiva storico-salvifica dell’alleanza, realizzata da Dio con l’umanità, Israele e la Chiesa con graduale pedagogia, i padri della Chiesa – in particolare Giustino (9), Ireneo (10), Clemente Alessandrino (11) – svilupparono l’affermazione giovannea sull’influenza universale del Verbo: «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9).

Dunque, il tema dei semi del Vervo permette di assumere uno sguardo positivo anche nei confronti delle esperienze familiari incompiute, imperfette, ferite. «Il discernimento della presenza dei “semina Verbi” nelle altre culture (cfr. AG, 11) può essere applicato anche alla realtà matrimoniale e familiare» (AL, 77); «Lo sguardo di Cristo, la cui luce rischiara ogni uomo (cfr. Gv 1,9; GS 22) ispira la cura pastorale della Chiesa verso i fedeli che semplicemente convivono o che hanno contratto matrimonio soltanto civile o sono divorziati risposati» (AL, 78). Correlativamente, AL indica nella pedagogia divina la modalità con cui la Chiesa mostra il volto paziente e amoroso di Dio, che accompagna e sostiene la fragilità di tutti i suoi figli lungo in cammino della vita, offrendo loro la sua grazia.

«Nella prospettiva della pedagogia divina, la Chiesa si volge con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo imperfetto: invoca con essi la grazia della conversione, li incoraggia a compiere il bene, a prendersi cura con amore l’uno dell’altro e a mettersi al servizio della comunità nella quale vivono e lavorano» (AL, 78). Si tratta di un appello alla responsabilità educativa della Chiesa – già altrove espressa nei termini di “pedagogia della Chiesa” e “legge della gradualità” (cfr. FC, 33-34) – che prende atto della effettiva distanza tra l’ideale di santità e la realtà concreta, nella vita morale in generale e nella vita affettiva e familiare in particolare.

Lungi da ogni deriva pelagiana, lo sforzo umano nella crescita morale può e deve essere considerato come frutto della grazia divina, che non sostituisce la libertà umana, ma le restituisce la sua autentica vocazione. La radicale novità dell’evento pasquale, infine, rivela come la divina pedagogia culmini nella follia della croce: a questo vertice d’amore la nostra umana fragilità attinge la speranza e la certezza di essere sanata e riconciliata per grazia.

Di conseguenza, appartiene alla cura pastorale della Chiesa il dovere di agire con sapiente discernimento, accompagnando la graduale crescita delle persone che vivono situazioni difficili, specialmente nelle famiglie ferite. Senza nulla togliere alla chiarezza della dottrina, occorrerà tener conto della complessità delle situazioni; per questo «i Padri hanno indicato che “un particolare discernimento è indispensabile per accompagnare pastoralmente i separati, i divorziati, gli abbandonati”» (AL, 242).

2. Discernimento personale e situazioni di fragilità

Amoris laetitia usa il verbo discernere principalmente nel capitolo VIII, collocandolo nel titolo in mezzo ad altri due verbi: accompagnare e integrare la fragilità. Quando l’amore non corrisponde più alla forma del sacramento nuziale, la Chiesa si prende cura di queste persone ferite, perché possano ritrovare la via del Vangelo, alla luce del primato della grazia di Dio che mai abbandona. Perciò, «il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti» (AL, 305). Per accompagnare e integrare le persone che vivono in situazioni cosiddette “irregolari” è necessario che i pastori le guardino in faccia una per una. Il documento dice: «I presbiteri hanno il compito di “accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo”» (AL, 300).

In questo processo di discernimento «sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio» (ib.). Vengono qui indicati sei precisi criteri attraverso i quali operare il discernimento: 1) presentazione alla Chiesa e pentimento; 2) responsabilità genitoriale; 3) reversibilità o meno della nuova relazione; 4) carità e giustizia verso il precedente partner; 5) effetti pubblici della nuova unione; 6) testimonianza verso i fidanzati (12).

Nel recente documento dell’episcopato tedesco sul rinnovamento della pastorale familiare alla luce di Amoris laetitia (13), si precisa che «non tutti i credenti il cui matrimonio è fallito e che si siano separati e risposati civilmente possono ricevere indiscriminatamente i sacramenti. Sono invece necessarie soluzioni differenziate che prendano in considerazione il singolo caso, quando le nozze non possono essere annullate. In questi casi incoraggiamo tutti coloro che hanno il fondato dubbio sulla validità del loro matrimonio a prendere in considerazione il servizio dei giudici matrimoniali ecclesiali per verificare se siano possibile nuove nozze in Chiesa».

Nei casi in cui il matrimonio non sia nullo, invece, «Amoris laetitia parte da un processo di discernimento che va accompagnato da un pastore» e, in questo quadro, sottolinea il documento dei vescovi tedeschi, «apre alla possibilità di ricevere i sacramenti della riconciliazione e dell’eucaristia. In Amoris laetitia Papa Francesco sottolinea il significato della decisione con coscienza quando dice: “Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle” (AL, 37).

Al termine di questo processo spirituale, che ha sempre come meta l’integrazione, non c’è comunque l’accesso dei sacramenti della riconciliazione e dell’eucaristia. La decisione individuale, in certe condizioni di essere o meno nella condizione di ricevere i sacramenti, merita rispetto e attenzione. Ma anche una decisione di ricevere i sacramenti va rispettata. Da rifiutare sono sia un atteggiamento di lassismo senza intenso esame nell’accompagnare, discernere e integrare, così come un atteggiamento rigoristico, che consiste in giudizi frettolosi sulle persone in cosiddette situazioni irregolari. Invece di questi atteggiamenti estremi il discernimento (latino, discretio) deve avvenire in dialogo personale. Vediamo come sia nostro compito approfondire la via della formazione delle coscienze dei fedeli. A questo fine dobbiamo rendere idonei i nostri pastori e fornire loro criteri. Tali criteri di una formazione della coscienza sono forniti in modo diffuso e eccellente dal Santo Padre nella Amoris laetitia».

3. Discernimento comunitario e integrazione

Al discernimento personale – che avviene in foro interno e in modo riservato – deve affiancarsi il discernimento comunitario, che coinvolge la comunità cristiana nell’impegnativo compito dell’integrazione. Infatti, la partecipazione alla vita della Chiesa dei fedeli che vivono situazioni difficili può trovare notevoli resistenze proprio all’interno della comunità, là dove alcuni sono tentati di reagire come il figlio maggiore della parabola dei due figli: sembra che venga loro tolto qualcosa quando il fratello minore viene accolto dal padre misericordioso.

Al riguardo, l’Esortazione offre una chiara indicazione: «Ai divorziati che vivono una nuova unione, è importante far sentire che sono parte della Chiesa, che “non sono scomunicati” e non sono

trattati come tali, perché formano sempre la comunione ecclesiale. Queste situazioni “esigono un attento discernimento e un accompagnamento di grande rispetto, evitando ogni linguaggio e atteggiamento che li faccia sentire discriminati e promovendo la loro partecipazione alla vita della comunità. Prendersi cura di loro non è per la comunità cristiana un indebolimento della sua fede e della sua testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale, anzi essa esprime proprio in questa cura la sua carità» (AL, 243).

I battezzati che vivono in una seconda unione devono essere integrati e non esclusi. Per tale ragione Amoris laetitia raccomanda: «la logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale […] occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate» (AL, 299). Le responsabilità ecclesiali precluse ai divorziati risposati sono: 1) incarico di padrino; 2) lettore; 3) ministro straordinario dell’eucaristia; 4) insegnante di religione; 5) catechista per la prima comunione e per la cresima; 6) membro del consiglio pastorale diocesano e parrocchiale; 7) testimone di nozze (sconsigliato, ma non impedito). In verità, occorre ricordare che queste esclusioni non implicano alcun contenuto dottrinale, non compaiono in alcun documento pontificio, né sono state riprese dalle Esortazioni apostoliche postsinodali, perciò non possono essere ritenute formalmente impegnative per tutta la Chiesa (14).

Circa le indicazioni pastorali che competono ai Vescovi, merita un particolare apprezzamento quanto affermato ultimamente dall’episcopato (15): «Se i divorziati risposati fanno un cammino di fede e sono integrati nella comunità ecclesiale, si potranno ritenere superate alcune forme di esclusione attualmente praticate nell’ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale: essere membro del Consiglio pastorale, catechista, lettore, insegnante di Religione cattolica. Non potendo accedere all’Eucarestia, non è opportuno istituire divorziati risposati come ministri straordinari della Comunione. Riguardo alla funzione di padrino o di madrina, così problematica per la richiesta di tante persone che non praticano la Chiesa o danno controtestimonianza, si potrà gradualmente arrivare a responsabilizzare la comunità ecclesiale, tenendo presente quello che scrive il Codice di Diritto Canonico: «Al battezzando (cresimando), per quanto è possibile, venga dato un padrino» (can. 872)».

Come una comunità cristiana è in grado di accogliere e accompagnare i giovani verso il matrimonio, così essa ha il dovere di prendersi cura delle giovani famiglie nei primi anni di vita familiare. Allo stesso modo, nei momenti di crisi, la famiglia di famiglie che è la parrocchia sente come compito proprio quello di sostenere coloro che attraversano le prove più dure, che possono condurre anche al fallimento. Insieme ai pastori, i fedeli sono coinvolti in un discernimento comunitario che permetta anche ai divorziati in nuova unione di integrarsi nella vita ecclesiale, nelle forme e nei modi possibili, secondo una logica di misericordia pastorale e mai di giudizio. Per tale ragione l’Esortazione raccomanda: «I Pastori che propongono ai fedeli l’ideale pieno del Vangelo e la dottrina della Chiesa devono aiutarli anche ad assumere la logica della compassione verso le persone fragili e ad evitare persecuzioni o giudizi troppo duri e impazienti. Il Vangelo stesso ci richiede di non giudicare e di non condannare (cfr. Mt 7,1; Lc 6,37)» (AL, 308).

Possiamo quindi ritenere che dovere insostituibile della comunità cristiana sia quello di affiancare e sostenere il discernimento personale intrapreso da questi fedeli col sacerdote, attraverso la loro progressiva partecipazione alla vita ecclesiale, specialmente mediante la pratica della carità. Non si dimentichi infatti che: «In qualunque circostanza, davanti a quanti hanno difficoltà a vivere pienamente la legge divina, deve risuonare l’invito a percorrere la via caritatis. La carità fraterna è la prima legge dei cristiani (cfr Gv 15,12; Gal 5,14)» (AL, 306).

Conclusione

Gli elementi teologici del discernimento – in EG: il cuore del Vangelo e le periferie dottrinali; in AL: il discernimento dei semi del Verbo – e le indicazioni pastorali sul discernimento spirituale – personale e comunitario – offrono un solido quadro dottrinale per una rinnovata esistenza cristiana: è la strada sulla quale papa Francesco invita il popolo di Dio ad incamminarsi, per gustare la bellezza della gioia del Vangelo e dell’amore nella famiglia.

di Maurizio Gronchi


1) Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, 313-327.

2) Per una introduzione alla lettura di EG, cfr. Francesco, Evangelii gaudium. Testo e commento de “La Civiltà Cattolica”, Ancora-La Civiltà Cattolica, Milano 2014; G. Alcamo (a cura di), La Catechesi educa alla gioia evangelica. Riflessioni teologico-pastorali a partire dall’Evangelii gaudium, Paoline, Milano 2014; H. M. Yànez (a cura di), Evangelii gaudium: il testo ci interroga. Chiavi di lettura, testimonianze e prospettive, GBP, Roma 2014; J. Á. Barreda, Evangelii gaudium. Proyecto misionero del Papa Francisco para la Iglesia de hoy, OMPEM, Roma 2014; M. Gronchi – R. Repole, Il dolce stil novo di papa Francesco, Edizioni Messaggero, Padova 2015.

3) Cfr. M. Gronchi, Amoris laetitia. Una lettura dell’Esortazione apostolica postsinodale sull’amore nella famiglia, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2016.

4) Paolo VI, Lett. enc. Ecclesiam suam, 19.

5) Cfr. Concilio di Trento, Decreto sulla giustificazione, Sess. VI, cap. 5, in DH 1525.

6) Francesco, Meditazione mattutina, Casa Santa Marta (4 novembre 2014), in L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n. 252, Mer. 05/11/2014.

7) C. Schönborn, Conferenza Stampa per la presentazione dell’Esortazione Apostolica postsinodale del Santo Padre Francesco “Amoris laetitia”, sull’amore nella famiglia, 8 aprile 2016.

8) Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, 316, d.

9) Cf. Giustino, II Apologia 8, 1.

10) Cf. Ireneo di Lione, Adversus HaeresesIII, 16,6.

11) Cf. Clemente Alessandrino, Pedagogo I, 3, 3.

12) Cfr. M. Gronchi, Amoris laetitia. Una lettura dell’Esortazione apostolica postsinodale sull’amore nella famiglia, cit., 174-175.

13) Consiglio permanente dei Vescovi tedeschi, La gioia dell’amore che viene vissuta nelle famiglie è anche la gioia della Chiesa. Introduzione ad una rinnovata pastorale delle nozze e della famiglia alla luce dell’Amoris laetitia, 23 gennaio 2017.

14) Cfr. ibidem, 169-173.

15) Conferenza episcopale campana, Linee-guida per la recezione dell’Amoris laetitia, 30 gennaio 2017.

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