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L’eroismo del Čechov d’Irlanda

· È morto William Trevor ·

Ha descritto la battaglia che ogni vita combatte per sopravvivere e, senza cedere alla retorica, ha celebrato l’eroismo della gente comune: William Trevor, il cantore dell’Irlanda e dei suoi sogni, è morto il 20 novembre all’età di 88 anni. Prolifico autore di racconti e romanzi, gli erano stati assegnati, per ben tre volte, il Whitbread Prize e il premio internazionale Nonnino (2008). 

Membro dell’Accademia irlandese delle Lettere, era stato cinque volte finalista al Booker Prize e da tempo era candidato al Nobel per la letteratura. «Ha vinto molti premi ma avrebbe meritato più riconoscimenti» ha dichiarato John Banville, a sua volta pluripremiato autore irlandese, che — nell’elogiare una produzione letteraria di «altissima statura» — ha ricordato che Trevor era considerato il Čhecov d’Irlanda, perché in grado di scandagliare l’animo umano tessendo storie semplici e normali. Ed è proprio in questa dimensione dimessa che brilla la bellezza della sua narrativa. Tra le opere più significative figurano The Old boys (1964), The children of Dynmouth (1976), Fools of Fortune (1983) e Felicia’s Journey (1994). Considerato il maestro della short story del secondo Novecento, Trevor — che cominciò a scrivere su una Remington in pessime condizioni — aveva subito intuito quale sarebbe stato il suo terreno d’elezione, cioè il racconto quale tranche de vie in cui narrare le sfaccettature di una cruda realtà: i deboli e i vulnerabili in lotta con ostacoli più grandi di loro, l’impossibilità dell’amore, l’occasione mancata, il sogno a lungo accarezzato ma mai raggiunto. Ne deriva uno scenario fortemente venato di pessimismo ma sempre riscattato dall’orgoglio dei protagonisti, espressione di gente umile, disposta a pagare un caro prezzo pur di difendere dignità e libertà. Diceva di sé che in fondo non si sentiva un letterato, ma «uno che racconta storie». Tanto che quando un critico, nel tesserne gli elogi, lo accostò a Gogol, Trevor rispose di non ritenersi affatto degno di indossare il Cappotto dello scrittore russo. Una risposta in linea con un autore che credeva nell’«intimo eroismo» delle sue creature letterarie, identificato con la modestia, ma che rifuggiva dal culto dell’eroe.

di Gabriele Nicolò

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19 agosto 2019

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