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L’eredità
di Francisco Suárez

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Dall’ultimo numero della Civiltà Cattolica pubblichiamo stralci dell’articolo dedicato a «Francisco Suárez. Il padre della modernità filosofica».

Ricorre quest’anno il quattrocentesimo anniversario della morte del gesuita Francisco Suárez. La sua produzione intellettuale è immensa, e spazia dalla filosofia alla teologia, alla politica e al diritto. E la sua impostazione metafisica ha influenzato in maniera decisiva la filosofia moderna. 

Frontespizio del «Commentariorum ac disputationum in tertiam partem divi Thomae» (1590)

Le Disputazioni, pubblicate per la prima volta nel 1597, costituiscono il primo manuale di metafisica, e diventano il testo di riferimento di generazioni di filosofi e studenti di teologia. Su di esse si forma Cartesio al collegio dei gesuiti di La Flèche. L’influsso del gesuita spagnolo sul padre della filosofia moderna è evidente nelle sue opere. Quando, nella iii Meditazione metafisica, Cartesio parla di esistenza «eminente» e «formale» a proposito di Dio, utilizza la medesima distinzione introdotta da Suárez (dm xxx, 1, 9 s.); questa distinzione è per il filosofo francese la via obbligata per il sapere rigoroso. E la prima verità indiscussa di tale sapere è il cogito, il pensare, non l’essere: «Che cosa sono dunque io? Una cosa che pensa». Da qui il problema, ignoto agli antichi e ai medievali, del «ponte» tra idea e realtà, che travaglierà tutto il corso della filosofia moderna, fino a Husserl: si è preoccupati di capire come si conosce e in quale modo la presenza pensata dell’oggetto corrisponda all’oggetto reale.
Il trattato di Suárez diventa in breve tempo un «classico», particolarmente apprezzato nelle università dei Paesi riformati, perché presenta un sapere oggettivo, formale, e non di rado in disaccordo con l’impostazione di Aristotele e della scolastica. Nel 1613 un pastore protestante, Göckel (Goclenius), riprendendo la trattazione suareziana, conia il termine ontologia per caratterizzare la disciplina che indaga le caratteristiche universali degli enti: disciplina differente dalla metafisica, che ha come oggetto i primi princìpi.
Le Disputazioni sono il testo di riferimento della philosophia prima di Wolff (1730), della Metafisica di Baumgarten (1739) — che diffondono l’ontologia in tutte le università tedesche —, e divengono lettura obbligata dei principali filosofi dell’epoca moderna: Leibniz le legge a 16 anni «come un romanzo»; per Grozio Suárez è il filosofo più profondo; Berkeley ne riprende l’impostazione per teorizzare, nell’Alcifrone, il rapporto tra conoscenza divina e umana; Vico si chiude in casa un intero anno per studiare a fondo le Disputazioni; Brentano le utilizza come testo di riferimento per le sue lezioni su Aristotele, e così Suárez viene fatto conoscere a uno dei suoi più illustri allievi, Martin Heidegger.
Heidegger ha parole di grande elogio per il gesuita spagnolo: «Suárez è il pensatore che più fortemente ha influenzato la filosofia dell’età moderna (…), formulando per la prima volta i problemi ontologici nella forma sistematica che nei secoli successivi, fino a Hegel, avrebbe determinato la partizione della metafisica», perché ha sistematizzato la nozione scotista di ens. È altrettanto significativo che Heidegger abbia scelto Scoto come argomento della sua tesi di abilitazione, notando come la nozione univoca di ens costituisca la base indispensabile della conoscenza oggettiva. Il Dottor sottile avrebbe infatti rivisitato la dottrina dei trascendentali, considerandoli «la condizione di possibilità di conoscenza di oggetti in genere».
È tuttavia curioso notare come Heidegger non si sia reso conto che l’oblio dell’essere, centro speculativo delle sue celebri ricerche, non era da imputarsi alla concezione cristiana di Dio, ma piuttosto alla metafisica dell’univocità, come «tendenza a riprendere l’antica concezione pagana di dio (degli dèi) come l’ente supremo (gli enti supremi) entro l’universo».
Un discorso a parte meriterebbe la presenza di Suárez nel corso della seconda scolastica. Il pensiero filosofico dei secoli xvii-xix è caratterizzato da autori con impostazioni filosofiche molto diverse e tuttavia accomunate dall’assioma presentato nella i Disputazione: non l’essere concretamente esistente, ma l’essere possibile è il punto focale di indagine. L’ens si trova così separato dalla sua origine, tanto da essere considerato in maniera del tutto autonoma, nella sua mera pensabilità. Ma questo tentativo di giungere a una nuova e complessa sistematizzazione della metafisica segna anche la sua progressiva decadenza, riducendosi a un sempre più complicato tentativo della mente umana di esaurire tutte le varianti del mondo dei possibili. Kant porrà fine a queste sottili disquisizioni con la celebre affermazione che l’esistenza non è un predicato da aggiungere al concetto. Si possono certamente comprendere le gravi riserve del filosofo di Königsberg a questa metafisica (che egli definisce «un campo di battaglia senza fine»), ritenendola del tutto inutile per il sapere scientifico e filosofico.
La Critica della ragion pura polverizza, in pochi folgoranti paragrafi, secoli di speculazione al problema dell’essere, riconoscendo tuttavia che i problemi metafisici (Dio, mondo, anima) non possono essere eliminati dalla vita dell’uomo. È comunque significativo che Kant, quando riporta, per confutarle, le tradizionali prove dell’esistenza di Dio, non menzioni mai le «vie» tomiste.

di Giovanni Cucci

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25 agosto 2019

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