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L’eredità dell’humanitas dantesca

Gustave Doré, «Dante nella selva oscura» (1861)

Nel 2021 si celebreranno i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri. Sono già in atto numerose iniziative per ricordare la significativa ricorrenza. In particolare è in pieno rigoglio una fioritura di volumi con l’intento di porre l’accento sul multiforme ingegno e sul complesso e poliedrico pensiero del sommo poeta. In questo scenario la riproposizione del libro Dante e i Papi. «Altissimi cantus»: riflessione a 40 anni dalla Lettera Apostolica di Paolo VI, a cura di Lia Fava Guzzetta, Gabriella Di Paola Dollorenzo e Giorgio Pettinari (Edizioni Studium, 2009), in cui l’humanitas dantesca viene concepita come una categoria estetica la quale, da una parte, definisce i risultati di un’elaborazione culturale plurisecolare, e dall’altra, fornisce l’ordito a chi voglia seguire la strada dell’incontro, e non del contrasto, tra le Sacre Scritture e i testi della tradizione greco-latina antica. Il libro — che raccoglie gli atti del convegno che fu organizzato in omaggio al grande maestro dantesco Giorgio Petrocchi nel ventesimo anniversario della scomparsa — passa poi a considerare i cenacoli intellettuali di Papi umanisti come Pio II e Alessandro VII, «forse tra i primi — scrivono i curatori del volume — a comprendere il ruolo determinante di Dante nel pensiero cristiano». Significativa risulta quindi l’indagine sulle figure dei Papi presenti come personaggi nella Divina Commedia: tale indagine ha fatto emergere la prospettiva propriamente teologica dell’ecclesiologia dantesca, che trova nella Santa Orazione alla Vergine Madre il suo approdo definitivo. Altrettanto degno di nota è il volume Tracce dell’umanesimo cristiano: Dante e i papi umanisti. I manoscritti chigiani della Biblioteca Apostolica Vaticana (Rubbettino Editore, 2018), a cura di Gabriella Di Paola Dollorenzo, in cui, alla luce di testi di alto valore culturale, viene scrupolosamente indagato l’umanesimo cristiano di Dante, nonché il rapporto tra il poeta e i Papi: un rapporto troppo spesso gravato, sottolinea la curatrice, da «pregiudizi laicisti». Dante viene definito (e la ragione di tale definizione viene sostenuta da argomentazioni puntuali e serrate) l’archetipo dell’umanesimo cristiano. Tale riconoscimento, spiega Di Paola Dollorenzo, trova la sua plausibilità nella mirabile sintesi estetico-teologica operata da Dante. Una sintesi certamente ardua da ottenere, considerando che nel passato il concetto di umanesimo era stato più volte travisato perché concepito come qualcosa che si poneva in contrasto con la dimensione più squisitamente religiosa. A colmare il divario ci ha pensato il sommo poeta, il quale, tra l’altro, ebbe il merito di concepire la filosofia come una scienza «figlia di Dio», e come una ricerca continua verso una maggiore perfezione. A Dio, secondo Dante, si giunge attraverso una scala di perfezioni e questo principio, oltre a costituire il senso della ricerca scientifica e intellettuale, è anche un nuovo modo, scrive Di Paola Dollorenzo, di concepire il rapporto tra filosofia e teologia.

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24 agosto 2019

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