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L’eredità del figlio del ciabattino

· A Roma una mostra su Johann Joachim Winckelmann ·

Il dono della parola pare negato a tutta l’arte figurativa — disegno, pittura, scultura e architettura — come pure perfino alla mera esecuzione della musica strumentale. Ma attraverso gli stati d’animo che vengono suscitati dalle armonie di queste arti (ancora manuali e meccaniche, dunque ritenute un tempo sostanzialmente illiberali) e attraverso la parola scritta di chi quei sentimenti li ha provati — nell’ideare, nel compiere le opere o nell’ammirarle — è indubbio che col ricorso alla lettura, ovvero tramite l’ascolto attraverso il tempo, si possa dare voce anche alle azioni apparentemente mute, immettendole così a pieno titolo tra quelle immateriali, intellettuali, cosiddette liberali: nel “trivio” delle lettere e nel “quadrivio” delle scienze. Con una elevazione delle arti e delle persone, attraverso un modo attento di fare e di intendere.

Raphael Mengs, «Ritratto di Johann Joachim Winckelmann» (1777 circa)

Questa funzione didattica e quasi didascalica, in particolare, può essere in estrema sintesi indicata come la principale attività alla quale con volontà e determinazione si è dedicato nel corso del mezzo secolo della sua vita Johann Joachim Winckelmann: favorito certo da doni naturali non comuni, che non sarebbero tuttavia bastati, senza un costante impegno, all’impresa che ha compiuto. Che altrimenti, senza un profondo amore e rispetto per il valore delle cose semplici, congiunto al fermo desiderio di nobilitarle, il figlio del ciabattino e della figlia di un tessitore, senza mezzi economici di famiglia, non sarebbe certo partito da Stendal nel Brandeburgo per frequentare il ginnasio prima a Berlino poi a Salzwedel, non si sarebbe dedicato ventunenne allo studio della teologia nell’università di Halle, né avrebbe seguito i corsi di medicina e matematica a Jena, non sarebbe quindi mai divenuto bibliotecario di Heinrich von Bünau a Nöthnitz, che possedeva oltre quarantamila volumi, un anno dopo non sarebbe giunto a Roma trentottenne, il 18 novembre 1755, al seguito del cardinale Alberico Archinto e poi non sarebbe divenuto bibliotecario del cardinale Alessandro Albani, a sua volta bibliotecario del Papa, tanto meno sarebbe stato nominato «soprintendente alle antichità di Roma» all’età di 47 anni, nel 1764. Né mai lo ricorderemmo ancora oggi come fondatore dell’archeologia moderna. Così come attualmente avviene con l’iniziativa, mostra e catalogo, Il Tesoro di Antichità. Winckelmann e il Museo Capitolino nella Roma del Settecento (in corso fino al 22 aprile 2018).
La mostra romana a lui dedicata, in tre sedi sul Campidoglio (le sale espositive di palazzo Caffarelli, le stanze terrene di sinistra del palazzo Nuovo e le sale del palazzo Nuovo) offre ai visitatori il racconto degli anni cruciali che hanno portato, già dal dicembre del 1733, all’istituzione del Museo Capitolino, il primo museo pubblico d’Europa (che peraltro era stato già saltuariamente aperto come raccolta sin dalla sua istituzione, avvenuta ad opera di Sisto iv per il Giubileo del 1475), destinato non solo alla conservazione ma anche alla promozione della «magnificenza e splendor di Roma». Sono gli anni in cui Winckelmann rivoluziona il modo di studiare le testimonianze del mondo antico dando inizio alla moderna archeologia. Il modello di museo pubblico rappresentato dal Museo Capitolino si diffonde rapidamente in tutta Europa, segnando la nascita di modalità del tutto nuove di fruizione dei beni artistici: un Tesoro di Antichità non più concepito come proprietà esclusiva di pochi, ma inteso come accademia che coniuga insegnamento e raccolta, destinato all’educazione e all’avanzamento culturale della società. Un passo avanti di importanza cruciale per tutti, che difficilmente sarebbe stato possibile nella sua concreta successiva attuazione senza l’esperienza presso il “museo parlante” munito di biblioteca della villa Albani fuori porta Salaria, senza le osservazioni e gli studi condotti sulle opere al Belvedere vaticano.
L’esposizione, che offre al visitatore una selezione di centoventiquattro opere che si possono ammirare e comprendere col supporto di apparati multimediali realizzati appositamente, si inserisce nel contesto delle manifestazioni europee coordinate dalla Winckelmann Gesellschaft di Stendal, dall’Istituto Archeologico Germanico di Roma e dai Musei Vaticani.
A cavallo tra il 2017 e il 2018, dunque proprio a trecento anni dalla sua nascita e a duecentocinquant’anni dalla sua morte, la triplice esposizione propone non solo un suo profilo, ma appunto la quintessenza del suo ruolo, che non è riducibile ai suoi interessi eclettici, che non è certo stato solo nel fatto arcinoto di promuovere il neoclassicismo. Quanto soprattutto quello di offrire agli altri ciò che lui stesso aveva faticosamente costruito e vissuto: partendo da umili origini non aveva rinunciato a cercare di accedere ai più alti e più vasti campi del pensiero e questo — per quanto difficile — intendeva promuovere, diffondere, rendere più semplice a tutti, sapendolo possibile. Solo così possiamo meglio comprendere il suo gusto per la compostezza, per la dignità dell’equilibrio e del riposo, dei sentimenti e delle forme. Il suo pacato senso dell’armonia, fondato su una «nobile semplicità e quieta grandezza». Il suo interesse per la cultura greca, benché avvicinata e conosciuta per il tramite dell’arte romana, che coltivò autonomamente e parallelamente allo studio di altre discipline, seguendo le lezioni di Alexander Gottlieb Baumgarten, il filosofo fondatore dell’«estetica». In particolare il fatto di essersi ripetutamente professato convinto estimatore della prima democrazia ateniese di Pericle.
Nel maggio del 1768 Winckelmann si recò in Germania e poi a Vienna, dove venne ricevuto con grandi onori dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria che, alla presenza di tutta la corte imperiale e dunque con grande notorietà, lo decorò di medaglie d’oro e d’argento. Rientrando a Roma Winckelmann sostò a Trieste presso la Locanda Grande - Grand Hotel Duchi d’Aosta, in attesa di una nave per Ancona da dove aveva previsto di raggiungere Roma sulla via Flaminia. Ma la mattina dell’8 giugno 1768 il vicino di camera Francesco Arcangeli, un cuoco di Pistoia, pregiudicato, lo accoltellò con l’intenzione fin troppo esplicita di derubarlo delle medaglie ricevute dalla corte viennese. Che sia stato, per un verso o per l’altro, vittima di quegli onori è dunque certo.

Senza arrivare a farne un martire dello studio e dell’arte, il Winckelmann è stato però certamente, con ogni inoppugnabile evidenza, tra coloro che hanno corso il rischio mortale del primato: caduto per il valore o per l’invidia dei suoi trofei, a seconda che dietro la mano dell’Arcangeli vi fosse o meno un mandante. Se si considera poi che si tratta dell’autore di innumerevoli riconoscimenti e studi sull’antico (a partire dalla pubblicazione del Gedanken über die Nachahmung der griechischen Werke in der Malerei und Bildhauerkunst — “Pensieri sull’imitazione delle opere greche in pittura e sculture”, ove si intende l’imitazione non come copia pedissequa ma come timida reinterpretazione), dunque in senso pieno anche restauratore, tra i primi ad essere poi proclamato tale, ben più rispettoso e discreto dei molti a lui successivi, si può azzardare un qualche parallelismo tra la sua morte e quella del Borromini, al quale sopravvisse il Bernini, o quella — pure prematura — di Raffaele Stern al quale Giuseppe Valadier, nel loro confronto romano, è decisamente sopravvissuto. Tanto da potersi appunto ipotizzare quasi un qualche sia pur forzato paragone tra la fine violenta di Johann Joachim Winckelmann nel 1768 e quella di Francesco Castelli, il Borromini, di 99 anni prima: che 350 anni fa non morì affatto suicida, come troppo spesso si ripete, ma perdonando e salvando dalla pena capitale colui che, incaricato di accudirlo, lo aveva invece accoltellato nel corso di una lite (ormai da lungo tempo non dovremmo continuare ad ignorarlo: almeno dalla pubblicazione dei Ragguagli Borrominiani dell’Archivio di Stato di Roma). O perfino con il relativo mistero di quella improvvisa dello Stern, di mezzo secolo successiva. In conclusione si può solo ripetere che soprattutto il dono di aver salva la vita di ognuno, in durata e in qualità, in capacità di scienza e coscienza, può essere inteso come vero tesoro. Tutto il resto è stupida competizione, dannosa ricerca di supremazia e di primato, inutile arroganza e dannosa violenza: per dirla con Vitruvio «il vero tesoro è ciò che può sopravvivere a un naufragio».

di Francesco Scoppola

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14 dicembre 2018

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