Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Leporello sindacalista

· Il «Don Giovanni» alla Scala e la crisi economica ·

Le emozioni non fanno salire il prodotto interno lordo. Al contrario più il Pil scende più l’arte viene percepita come bene rifugio intellettuale, come strumento per superare le difficoltà esistenziali o psicologiche che derivano necessariamente da quelle economiche.

Certo, se non mi danno la pensione non riuscirò probabilmente a commuovermi troppo davanti a un Caravaggio, anche se posso godermelo gratuitamente in una chiesa romana. Ma se il mio salario perde potere d’acquisto, lo stesso Caravaggio può aiutarmi a colmare il gap tra quello che vorrei comprare e quello che mi posso permettere. E questo è un rischio per gli economisti, che in genere si tengono a distanza di sicurezza dall’arte, perché poi magari a forza di girare musei finisce che l’ultimo periodo di Van Gogh li colpisce di più dell’ultimo modello di tablet, e forse si tengono il penultimo rassegnandosi al fatto che va quel decimo di secondo più lento. Segue crollo dei consumi e delle loro teorie.

Soprattutto quando le cose vanno male, però, musica, teatro, cinema, libri possono tornare a riempire i vuoti esistenziali più delle automobili e di altri beni di consumo che la pubblicità ci propone come succedanei. Non perché di fronte all’ennesima vacanza di Natale da qualche parte ci si svaga e non si pensa a niente, ma al contrario perché davanti a un gigantesco Mark Rothko si può godere e al tempo stesso capire di più quello che avviene attorno a noi.

Il servizio pubblico, allora, diventa uno strumento essenziale per spargere a piene mani beni di riflessione di massa. Per esempio seguire in diretta televisiva la prima del Teatro alla Scala di Milano su Rai5 (il 7 dicembre alle 17.45), in chiaro, è un elemento di crescita di cui si dovrebbe tenere conto nella manovra economica, assieme magari a qualche fondo per rilanciare il settore.

Certo Rai5 — promessa mantenuta del presidente Garimberti che proprio su queste pagine si era impegnato a favorire l’apertura di un canale televisivo culturale — da quando è partita, poco più di un anno fa, ha avuto una fortuna sfacciata per quanto riguarda le prime della Scala: lo scorso anno ha mandato in onda La Valchiria di Wagner e quest’anno può godere del Don Giovanni di Mozart, entrambi sotto la bacchetta di Daniel Barenboim. Due titoli che hanno molto più appeal televisivo per esempio dell’ Armida di Gluck del 1996, che sarà stata pure importante se non godibilissima, ma avrebbe avuto maggiori difficoltà ad affrontare un pubblico televisivo. Con Mozart magari sarà qualcuno in più del previsto a verificare che le rivendicazioni sindacali erano pressanti già al tempo di Leporello, che vuole «fare il gentiluomo» e non vuole «più servir» e che già nel Settecento c’era chi aveva una «passion predominante» per «la giovin principiante». E se non abbassa lo spread la lussuria di Don Giovanni alza l’ingegno, anche grazie alla diffusione che la televisione garantisce a eventi del genere.

Ma se è necessaria una maggiore attenzione mediatica ed economica verso la cultura, è anche vero che le istituzioni culturali non possono continuare a programmare in automatico. Troppo spesso si è pensato che con i soldi in banca e un concerto da organizzare l’unica cosa da fare è telefonare a un’agenzia per farsi proporre un artista di fama mondiale. Un metodo che era sbagliato prima e lo è a maggior ragione ora che privato e pubblico sono molto più attenti a dove investono per la cultura.

Le strade sono due: continuare a lamentarsi dei pochi fondi, perché sono pochi, e sperperarli riempiendo i cartelloni di concerti di passaggio, oppure continuare a lamentarsi dei pochi fondi, perché sono pochi, e cogliere l’occasione per tornare a ideare, per programmare seguendo progetti forti, mettendoci dentro pure qualche idea, che non costa niente e per questo non si può comprare.

Arte, cultura, economia e servizio pubblico allora potrebbero trovare un momento di sintesi: l’arte serve al singolo per sentire meno i bisogni e quindi la crisi, la cultura aiuta a rilanciare l’economia, il servizio pubblico innesca il circolo virtuoso rendendolo evidente.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE