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L'epidemia spagnola

· I timori sulla tenuta dell'economia iberica fanno crollare le Borse mondiali ·

In Francia il deficit statale raggiunge livelli record

L'epidemia spagnola è iniziata, ma questa volta il contagio colpisce le Borse. I segnali dei giorni scorsi sono stati tutti confermati: i timori sulla tenuta economica della Spagna e del Portogallo hanno causato ieri un'ondata di vendite su tutte le principali piazze europee. In una sola seduta sono andati in fumo 128 miliardi di euro. Soffre Wall Street, dove il S&P500 ha chiuso in ribasso del 3,1 per cento. E oggi anche dalla Francia arrivano cattive notizie: il deficit statale a dicembre ha raggiunto il livello record di 137,99 miliardi di euro contro i 56,27 miliardi registrati nel 2008.

Al nervosismo dei giorni scorsi si è aggiunto un segnale preoccupante: l'asta dei titoli di Stato triennali a Madrid ha registrato ieri un rendimento salito al 2,63 per cento dal 2,14, nonostante una domanda doppia all'offerta. L’Ibex 35 spagnolo ha quindi fatto segnare un tonfo del 5,94 per cento. La borsa di Lisbona ha chiuso a meno 4,98. Si tratta dei peggiori risultati dal novembre del 2008, mentre l'America era alle prese con la bufera Lehman Brothers. Per Madrid, ex prima della classe nella zona euro, il rischio di entrare in una spirale critica si fa più serio. Gli analisti concordano nel ritenere che il tonfo della Borsa sia il segnale della crescente sfiducia nella capacità dell'Esecutivo del presidente del Governo, José Luíz Rodríguez Zapatero, di rimettere in ordine le finanze. Venerdì scorso Madrid aveva annunciato un deficit pari all’11,4, due punti in più rispetto a quanto previsto poche settimane prima, e un debito pubblico lanciato verso il 72 per cento nel 2012. Sul Paese pesano poi circa quattro milioni di disoccupati.

«La Spagna ha dimostrato negli ultimi venticinque anni la sua grande capacità di crescita economica», ha dichiarato Zapatero. L'euro «è una moneta che ha dato stabilità all'Europa e che continuerà a farlo». Il ministro dell’Economia spagnolo, Elena Salgado, ha risposto con forza al Commissario Ue per gli Affari economici e finanziari, Joaquím Almunia, che ieri aveva parlato di «problemi comuni» per Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda. La situazione della Spagna, ha detto Salgado, «non ha nulla a che vedere con quella della Grecia; non è simile né in termini di debito né di forza economica». Analoga la reazione del ministro delle Finanze portoghese, Fernando Teixeira dos Santos: «Non abbiamo nulla a che vedere con la Grecia». Il presidente della Banca centrale europea (Bce), Jean-Claude Trichet, ha detto di considerare di cruciale importanza «il pieno rispetto del patto di Stabilità». Pieno rispetto — ha aggiunto il banchiere francese — «delle procedure di deficit eccessivo e voi sapete che ciascun Paese ha i suoi programmi per andare sotto il tre per cento e noi ovviamente consideriamo di essenziale importanza tutto ciò».

La reazione dei vertici non ha placato gli investitori, che ormai fuggono dai due Paesi. Alla Borsa di Madrid ingenti perdite sono state registrate, tra gli altri, per il Banco Santander, il cui titolo ha subito un crollo del 9,4. Ma sul tonfo della borsa iberica — dicono molti analisti — pesano fattori che esulano dai risultati delle imprese: «Il rischio Paese, la fuga dei grandi investitori internazionali, l’effetto contagio agli investitori domestici e l’attacco degli speculatori». La stampa spagnola unanime critica la «confusione» dimostrata dal Governo Zapatero sulla riforma delle pensioni così come il carattere vago dei tagli annunciati per cinquanta miliardi. L’opposizione chiede elezioni anticipate, i sindacati sono sul piede di guerra e anche all’interno del partito socialista c’è chi chiede un rimpasto o perfino un Governo di unità nazionale con il Partito Popolare.

Un sondaggio ha indicato che il 71 per cento degli spagnoli non ha fiducia nel premier. Anche in Portogallo il Governo socialista, senza maggioranza in Parlamento, appare fragile. Ma il premier José Sócrates, diversamente da Zapatero, ha già cominciato a usare misure drastiche, congelando stipendi e turnover dei funzionari. E nel suo primo mandato aveva già risanato con alcuni interventi le finanze del Paese, dimezzando in due anni il deficit (oggi di nuovo al 9,4 per cento) per riportarlo sotto il tre per cento.

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