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Leonardo da Vinci (e da Milano)

· ​In mostra a Palazzo Reale ·

Una sfida per l’Expo vinta, anche in ideale competizione con le rassegne leonardesche realizzate dal dopoguerra a oggi. La mostra «Leonardo 1452-1519. Il disegno del mondo» — al Palazzo Reale di Milano fino al 19 luglio — è stata presentata nell’anniversario della nascita di Leonardo; da Vinci, ovviamente, ma anche da Milano. Qui la tradizione lo vorrebbe inviato da Lorenzo il Magnifico a Ludovico il Moro quale suonatore di lira «all’improvviso» e qui non solo visse più a lungo ma anche più intensamente produsse, offrendo al duca «i suoi servigi quale architetto, ingegnere, militare, scultore e pittore» e ricevendone sostegno.

«La belle ferronnière», presunto ritratto di Lucrezia Crivelli (1493-1495 circa)

Questo progetto ambizioso ha richiesto cinque anni di preparazione e si colloca in continuità di lettura della contigua mostra «Arte lombarda dai Visconti agli Sforza. Milano al centro dell’Europa» (sempre a Palazzo Reale, fino al 28 giugno), sul ruolo esercitato dalla cultura artistica della Lombardia tra il Trecento e il Cinquecento, «quando in tutta Europa era sinonimo di qualità eccelsa e dei più grandi protagonisti della storia dell’arte mondiale, da Giotto al Bramante, fino al genio di Leonardo da Vinci» (Filippo Del Corno).

Il sottotitolo della mostra («Il disegno del mondo») allude all’aspirazione «di tutto rappresentare, analizzare, capire e, possibilmente, a mettere ordine nel mondo naturale e accidentale prima di tutto attraverso il mezzo del disegno» e questo «diviene anche strumento interpretativo dei processi osservati (dall’occhio) e intuiti (dalla mente)», una rivisitazione del concetto platonico.

Fogli di manoscritti mostrano come gli studi di ottica e prospettiva abbiano condotto alla teoria della «elusività della cosa vista» che caratterizza i dipinti del primo decennio del xvi secolo.

I disegni di nervi e vene evocano quelli dei moti dell’acqua, il cui movimento turbolento, in pittura, è associato all’arricciatura dei capelli: i riccioli del San Giovanni Battista del Louvre — come della Scapiliata della Galleria Nazionale di Parma — hanno la stessa fluidità delle correnti sul «vello» dell’acqua. Il mezzo per respirare sott’acqua, e quello per volare fa parte di quella serie di «invenzioni» impossibili, giudicate dai contemporanei «nuovi concetti e strane chimere». Anche l’architettura si spinge nella ricerca della città ideale, rispecchiata nella realtà pratica e declinata secondo platonismo e agostinismo. Conscio di avere sconfinato in un’indagine immensa, Leonardo metterà in dubbio la possibilità di dominarne l’estensione: «Siccome ogni regno in sé diviso è disfatto, così ogni ingegno diviso in diversi studi si confonde e si indebolisce». La visione dei violenti cambiamenti del corpo e della terra permea il pensiero dell’ultimo Leonardo. La sua capacità di vedere la totalità delle cose, nella scala massima e minima del creato, lo ha condotto sull’orlo di un abisso, in un’inquietudine potenziata dall’incontro con le teorie millenaristiche del Savonarola, presso il quale fu inviato da Ludovico il Moro. L’unità esplode nelle mani di Leonardo come se il mondo implodesse: il diluvio di oggetti in un piccolo foglio della raccolta Windsor è figura della pioggia di falsi valori, della vanità delle cose materiali, come recita la didascalia moralistica ivi inserita: «O miseria humana, di quante chose per danari ti fai servo».

Il ciclo di prediche savonaroliane su Ezechiele è motivo ispiratore delle scene apocalittiche di un altro foglio della raccolta britannica: la possente «nugolaglia» di «vapore grosso» che oscura il sole rappresenta i tiepidi, cioè secondo Marco Versiero «i falsi portavoce della volontà divina, tra chierici e prelati, che obnubilano la vera luce di Dio».

di Sandra Isetta

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23 marzo 2019

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