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L’entusiasmo di una vocazione

· Nell’ultimo libro di Pablo d’Ors ·

È evidente a tutti che la scelta sacerdotale, e lo stesso modo di vivere questo ministero, oggi è fortemente in crisi. Questa crisi richiede senza dubbio un ripensamento complessivo che coinvolga anche i laici, cioè coloro a servizio dei quali è stato creato il ministero sacerdotale. Da parte dei preti se ne parla poco, quasi mai in termini autobiografici e soprattutto capaci di affrontare, senza ipocrisia, il tema della vocazione e della sua realizzazione in una vita umana. Prezioso quindi è da considerarsi il libro di Pablo d’Ors, scrittore e sacerdote spagnolo, che già dal titolo Entusiasmo (Milano, Vita e Pensiero, 2018, pagine 414, euro 19) fa capire che si muoverà su terreni inesplorati, quelli della sincerità senza fronzoli, ma capace di restituire la potenza e la felicità di una vocazione ricevuta e accolta.

Omar Galliani, «S/velare Piero» (2011, particolare)

L’autore fa capire fin dalle prime pagine come l’ascolto e l’accoglienza di una vocazione che arriva da Dio sia per un essere umano la più grande ragione di felicità, la forza più salda sulla quale costruire una vita umana. Un dono, immeritato e sempre miracoloso, che offre una risposta alla domanda che si fa ciascun essere umano: perché sono al mondo? quale senso ha la mia vita?

Il protagonista del romanzo autobiografico di d’Ors è un giovane che, come tutti, si pone questa domanda, e riceve una risposta non cercata, non prevista, ma forte e risolutiva: la vocazione sacerdotale. Una vocazione che nasce da circostanze diverse, delle quali una sola, il rapporto con un coetaneo molto devoto durante il soggiorno studio negli Stati Uniti, è di natura religiosa. Le altre sono l’immersione silenziosa nella natura, la lettura appassionata di uno scrittore ispirato dallo spiritualismo orientale come Hermann Hesse, e il film su Gandhi. Una scelta che matura poi nel dialogo con due religiosi tra loro molto diversi, con la lettura dei Racconti di un pellegrino russo, testo fondamentale della tradizione ortodossa. È evidente, nel quadro di questa svolta, che davvero lo Spirito soffia dove e come vuole, e che il rapporto con i sacerdoti, se pure ricercato e seguito, può non essere centrale nell’accettazione di una vocazione, che anche in seguito sarà nutrita più dalla lettura di Hesse che dagli studi compiuti in seminario. Ma soprattutto la vocazione viene alimentata o contrastata dalle vicende che il giovane seminarista si trova a vivere, esperienze importanti di contatto con il mondo organizzate dal seminario claretiano: lavoro costante in una parrocchia nelle vicinanze durante i fine settimana, e soprattutto vacanze passate a sperimentare personalmente situazioni di marginalità e sofferenza, a servizio di due disabili, di un prete anziano, dei carcerati, e infine, con grande fatica del nostro autore, un’esperienza di lavoro manuale come la pittura di una lunghissima ringhiera.

Esperienze raccontate con una vivacità che fa partecipare il lettore a emozioni e angosce del giovane, soprattutto scritte con una disarmante sincerità, alla quale non siamo abituati in biografie di uomini di chiesa.

Largo spazio nel libro è dato alle riflessioni di d’Ors sul cuore della sua vocazione, il ruolo sacerdotale. Le sue parole sono schiette e sempre fondate su esperienze concrete, mai ideologiche: «L’abito religioso oggi mi piace metterlo nelle cerimonie liturgiche, non al di fuori: lo indosso in occasione della messa perché ne evidenzia il carattere celebrativo, ma me lo tolgo una volta terminata la funzione perché, se lo portassi sempre, starei dichiarando al mondo che la mia funzione è più importante della mia persona. Nessuno riesce a stabilire una relazione paritaria se l’altro indossa un abito religioso» e «l’uomo religioso deve essere riconosciuto per quello che fa e dice, per come guarda e ascolta, o per le persone attorno a lui, non per le tonache o i paramenti che si è messo addosso». La sua preoccupazione per la “normalità” dei sacerdoti è costante, e porta a una riflessione oggi molto attuale sull’umiltà con cui deve essere vissuta questa missione perché non si trasformi in un ruolo di potere: «“Tu sei in contatto diretto con Dio”. Mi hanno ripetuto talmente tante volte questa storia del contatto diretto con il mondo celeste che alla fine mi sono domandato se davvero sia così. È un punto cruciale. Lì si può davvero cominciare a scivolare lungo un piano inclinato. Se ci credi, non c’è più niente da fare: hai cominciato a trasformarti in un imbecille» e «smetti di essere normale». Ovviamente queste riflessioni riguardano anche il modo in cui vengono preparati i sacerdoti: «Una buona domanda è se la Chiesa prepari davvero i suoi sacerdoti o se, invece, si accontenti di fabbricare presunti modelli di santità di cui immagina abbiano bisogno i fedeli. Pochissimi studi sul ministero ordinato prendono come spunto la realtà del sacerdozio attuale; tutti partono dagli ideali, dall’orizzonte a cui si dovrebbe tendere e dalle fonti bibliche o tradizionali su cui — a quanto dicono — si fonda il presbiterato». E, punto fondamentale, secondo lui, strettamente collegato al problema dell’esaltazione del sacerdozio, «è pretendere che i candidati non solo siano dotati di ogni singola qualità richiesta, ma addirittura che l’abbiano in sommo grado; qualsiasi ragazzo dedito a una simile vocazione viene educato nell’eccellenza dell’obiettivo e mai nello sviluppo dei doni o delle potenzialità che lui (...) porta senza dubbio con sé nel seminario».

Obiettivo poi che si restringe a tre modelli solamente: «Nella Chiesa attuale esistono solo tre modelli di sacerdote: il parroco, il missionario e il monaco. Ma il sacerdozio — torno a chiedermi — deve per forza avere una configurazione esistenziale così misera?». È da questa miseria, da questa illusione nel continuare a pensare che i sacerdoti siano diversi dagli altri esseri umani, che nascono i fallimenti: «Si è detto fino alla sazietà che molte anime crescono e dispiegano le loro ali grazie alla mediazione di alcuni sacerdoti; ma si è insistito poco, o in maniera insufficiente, riguardo alle molte, moltissime, altre anime cresciute nonostante i sacerdoti, che in questi casi non sono serviti ad aiutare o a stimolare, bensì hanno ostacolato e intralciato l’azione di Dio».

Di se stesso, del suo percorso, segnala gli scivolamenti, le cecità, le inadeguatezze, ma anche i momenti più alti nei quali la sua missione prende di nuovo senso, come nei tormentati giorni della sua esperienza di missione in Honduras, in cui conosce momenti di vera illuminazione poetica. «Voglio parlare del dolore di un popolo come solo può farlo un cristiano: vivendolo, partecipando del suo mistero, invocando Dio di fronte alla sua onnipresenza, rimanendo umilmente in silenzio in attesa che venga svelato il segreto che esso racchiude e che altro non è se non quello della vita».

Ma tornando alla luminosità della vocazione originale non può fare a meno di domandarsi: «La forza del mio sacerdozio e la gioia della mia gioventù per almeno un paio d’anni furono così intense da spingere non solo me stesso, ma anche chi mi stava accanto a credere che, se solo l’avessi voluto, sarei potuto arrivare davvero a essere un nuovo Gandhi, o un nuovo Hélder Câmara, il vescovo dei poveri, o — che so — un monsignor Romero, un Ellacuría, un nuovo Casaldáliga. Che cos’è successo dopo? Perché si è spenta a poco a poco tutta quella luce? Dove sono andate a finire le ambizioni di quel giovanissimo ministro della Chiesa, così desideroso di servire il popolo crocifisso e di spendersi per l’evangelizzazione?».

La domanda rimane sospesa, il libro narra solo della gioventù di d’Ors, dei primi anni di sacerdozio, della sua vocazione intensa e forte che si scontra con la realtà. Ma alla fine vorremmo saperne di più, vorremmo che continuasse a raccontarci, ad andare avanti... anche perché molte delle sue luminose intuizioni valgono per tutti noi, non solo per i sacerdoti. Come quando consiglia: «Dovremmo periodicamente ricominciare da capo. Perché una vita sia piena dovremmo rinascere almeno tre o quattro volte». Oppure quando scrive che «la perfezione è per me l’eleganza dell’imperfezione. E l’eleganza è umiltà e buon umore, due virtù che sono solite andare a braccetto».

In questo libro che entusiasma il lettore, proprio come promette il titolo, rimane una lacuna: le donne. Non le ragazze del catechismo, o le belle giovani incontrate in missione, che ovviamente, per un ragazzo ventenne, costituiscono una tentazione costante. No, le donne che stavano dietro la sua vita, quelle che pulivano il seminario che lui descrive sempre come ordinato e lindo, quelle che preparavano da mangiare ai giovani seminaristi, e che sicuramente ha incrociato e visto per tutti gli anni della sua preparazione, ma senza “vederle”, senza domandarsi chi erano, perché lo facevano. O le donne nelle parrocchie, quelle che organizzavano i corsi di catechismo, la vita sociale, tenevano in piedi la rete dei rapporti della comunità. Nel seguito di questo libro, che in molti attendiamo con ansia, speriamo che ci sia posto anche per loro.

di Lucetta Scaraffia

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21 ottobre 2019

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