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L’enigma Pilato

· Xavier Marchand e il suo teatro di figura ·

Piccoli volti senza espressione che fluttuano nel buio, scolpiti dal violento chiaroscuro dei riflettori. È stata davvero coraggiosa la scelta di Xavier Marchand di affidare al teatro di figura un testo complesso, impegnativo — e, ammettiamolo pure, un po’ lento per il nostro gusto attuale — come il Ponzio Pilato di Roger Caillois. Come sa bene chi apprezza la metrica, ostacoli e limiti, se ben scelti, aiutano un’opera d’arte a prendere forma, non bloccano la creatività ma le offrono stabili binari su cui correre più speditamente. «Scrivere in versi liberi è come giocare a tennis con la rete abbassata» amava dire Robert Lee Frost; paradossalmente, comporre versi senza impalcature implica un rigore formale ancora più grande. Spesso è vero anche a teatro.

Nel caso di Ponce Pilate, l’histoire qui bifurque, in scena al Mc93 di Bobigny fino al 18 novembre, il regista ha scelto deliberatamente una serie di difficoltà che sarebbero potute sembrare insormontabili, se non si fossero poi trasformate in punti di forza. La fissità delle teste intagliate, ad esempio, impedisce di ridurre i personaggi a macchiette, a comparse prevedibili, e permette di evitare la trappola di un eccesso di pàthos — scorciatoia facile che cancella ogni sfumatura.

La povertà dei mezzi aiuta lo spettatore a inoltrarsi nel mistero di uno dei dialoghi più noti della storia. Le marionette non hanno fili; sotto ai lunghi panneggi si nascondono attori che seguono coreografie tanto semplici quanto efficaci. L’attenzione viene catturata dalle mani, grandi in modo sproporzionato, come nei bassorilievi altomedievali, scosse da movimenti violenti o placidamente abbandonate.

Una volta accettata la convenzione di un linguaggio ieratico e antinaturalista, lo spettatore può immergersi nelle ultime ventiquattr’ore prima della sentenza su Gesù. «All’alba — scrive Caillois — Pilato fu avvertito quasi nel medesimo tempo dell’arresto di Gesù e della presenza di Anna e Caifa, che chiedevano di conferire d’urgenza con lui, fuori del pretorio però, giacché la religione interdiceva loro di contaminarsi anche minimamente in un giorno santo. Benché occupasse la sua carica da molti anni, Pilato continuava a essere esasperato da siffatte pretese». La tensione che si respira in scena, grazie alle sculture animate di Paulo Duarte e Mirjam Ellenbroek, fa venire in mente un brano dell’ultimo libro dello storico Aldo Schiavone, un’inchiesta su Pilato accuratamente documentata, affascinante come un romanzo.

«Due figure si fronteggiano — scrive Schiavone nel prologo — rischiarate dalla luce del primo mattino. Sono vicine, si parlano, condividono il medesimo spazio. L’una è quella di un prigioniero, forse in catene; l’altra, del suo inquisitore. La scena è sospesa ed elettrica — tutto deve ancora accadere — ma i rapporti di forza appaiono sbilanciati e schiaccianti: si capisce che la situazione può degenerare in un niente, la violenza esplodere in ogni momento; come infatti sarà». Il procuratore esamina l’uomo di cui la folla e il Sinedrio pretendono la morte. Dato il suo ruolo, è ovvio che la ragion di Stato debba prevalere su qualsiasi altro criterio, ma sente uno strano disagio a cui non riesce a dare un nome. Il personaggio descritto da Caillois assomiglia più al Pilato pacato, serio, riflessivo, con una sottile malinconia nello sguardo di David Bowie nel film L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese, che al funzionario torturato dai dubbi e dal mal di testa del capolavoro di Bulgakov. La sua angoscia — destinata a crescere nel tempo — è ben descritta dalla consorte, Claudia Serena Procula, nel romanzo breve La moglie del procuratore, ripubblicato da Marietti due anni fa e già arrivato alla quinta ristampa; segno di come la figura di Pilato non cessi di interrogare anche l’uomo di oggi. «Chi si trova nella tenaglia dell’asimmetria — scrive Schiavone — potrebbe non rendersi conto di esservi precipitato dentro, e non avvertire, se non in modo nebuloso, l’eccezionalità di ciò che lo sta travolgendo. È inquieto, adotta una linea di condotta per lui non consueta, ma continua in fondo a credere di non essersi molto allontanato dalla sua normalità; e invece sta sperimentando l’indicibile. Poi tutto sembra ricomporsi e riprendere il ritmo abituale, ma nulla sarà più come prima».

di Silvia Guidi

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23 novembre 2017

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