Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

L’enigma della zizzania

· In un libro di Vincenzo Bertolone su don Puglisi ·

La parabola della zizzania, evocata da monsignor Bertolone fin dal titolo, non è solo una tra le più enigmatiche del Vangelo, ma anche una tra le più sommessamente scandalose. È significativo che lo stesso san Paolo riprenda l’Antico testamento per impartire ai Corinti un insegnamento di tendenza manifestamente contrapposta: «Togliete il malvagio di mezzo a voi!» (1 Corinzi, 5, 13; cfr. Deuteronomio, 13, 6). Nel corso dei secoli, la Chiesa giungerà perfino a fare appello a questa parabola per giustificare l’esatto contrario di quanto indicato: condannare a morte eretici e nemici della Chiesa.

Vincente van Gogh «Campo di grano con mietitore all’alba» (1889)

L’autore è ben consapevole di come si tratti di una «parola dura» di Gesù, ma non si esime dall’applicarla a un caso-limite come quello della lotta alla mafia. Siamo consapevoli di come zizzania e buon grano siano presenti innanzitutto nel nostro cuore, ma fatichiamo a prendere sul serio e fino in fondo questa verità e preferiamo trasformarla in un artificio retorico. Sì, perché quando applichiamo il «non sradicare» al fenomeno mafioso, istintivamente rabbrividiamo. Eppure queste pagine, eco della luminosa figura di don Puglisi ci conducono per la via stretta e più ardua: rifiutarsi di identificare un essere umano con il male che compie, evitare di ridurre una persona agli atti malvagi che commette.

È una sfida immane, che non a caso è costata anche la vita a chi l’ha intrapresa: rifiutare qualsiasi connivenza ma non negare la convivenza ad alcuno dei nostri fratelli e sorelle in umanità, qualunque sia l’enormità del male compiuto. Impresa ai limiti dell’impossibile perché significa operare un costante discernimento tra bene e male non solo di fronte a crimini efferati — la cui malvagità è riconosciuta da chiunque — ma anche nei confronti di quell’infinità di gesti “grigi” di cui è intessuto il nostro quotidiano. Un grigiore che mescola, a seconda delle circostanze, silenzi e parole allusive, gesti ipocriti e devozioni antiche, legami di fedeltà e favoreggiamenti, onore e vergogna. Allora il cammino che monsignor Bertolone propone facendo tesoro delle parole e delle azioni di uomini di Chiesa come don Puglisi è giustamente definito con il termine di “stile”: stile non è la forma contrapposta alla sostanza, ma il “come” della sequela cristiana, un “come” che riprende il modo in cui Gesù di Nazareth ha narrato e svelato da Figlio l’immagine di Dio, suo e nostro Padre. I Vangeli traboccano di richiami allo stile da parte di Gesù: «Non pregate come i farisei... Non fate come loro... Non così tra voi... Nessuno ha mai parlato come quell’uomo». E, ancora: pesate la portata dell’offerta di quella vedova, imitate l’atteggiamento di quel pubblicano al tempio, pensate al farsi prossimo del viandante samaritano, non giudicate secondo le apparenze, «con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi». Sì, la vita cristiana, vita alla sequela del Signore Gesù è una questione di stile non di precetti, di un modo di fare che narra il modo di essere: allora la gioia delle beatitudini — una gioia a caro prezzo, una sfida quotidiana — è la vocazione cui ogni cristiano è chiamato.

Per seguire le tracce di Cristo si dovrà camminare tra il grano e la zizzania, si dovrà imparare a distinguerli cominciando da quei loro semi che germogliano nel nostro cuore, si dovrà guardare il cuore dell’altro e le sue ferite, fino a scorgere persino dietro e dentro l’omicida quell’essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio, un’immagine che permane indelebile nonostante il male e il peccato.

È folle pensare di fronteggiare le mafie con la forza disarmata del Vangelo? Forse, ma di quella stessa follia che chiede di amare i nemici e di pregare per i persecutori, di odiare il male ma amare le persone, anche quelle che sembrano aver smarrito la loro appartenenza all’umanità. Solo così la presenza dei cristiani nella compagnia degli uomini si rivelerà sale e luce; solo così pace e giustizia si abbracceranno, solo così vedremo germogliare nel campo del mondo cieli nuovi e terra nuova, dove l’uomo non sarà più lupo per l’uomo.

Queste pagine di monsignor Bertolone ci ricordano che ai discepoli di Gesù Cristo è dato per grazia di offrire un luogo all’utopia del bene che vince il male, in sé come nell’altro. E quel luogo può essere non al di là del mare, ma vicinissimo a noi, sulla nostra bocca e nel nostro cuore. «Coraggio, non temere!» è la parola del Signore per l’oggi di ciascuno di noi.

di Enzo Bianchi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

25 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE