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​L'enigma della lunetta

A Ulisse, l’eroe del mito campione di coraggio e curiosità, è intitolato il programma di Alberto Angela che offre ai telespettatori italiani «il piacere della scoperta». Il 29 settembre, in prima serata, i celebri affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina sono stati il pretesto per esplorare le bellezze del Rinascimento italiano. Tre settimane più tardi, sull’Osservatore Romano del 20 ottobre il direttore ha pubblicato un breve commento sulla trasmissione con un titolo ripreso dall’opera di sant’Agostino, Retractationes. Verso la fine della sua vita, e dopo aver rivisto i suoi numerosissimi scritti, il vescovo di Ippona ne offriva «nuove trattazioni» per messe a punto dottrinali, incertezze, imprecisioni. Un’affermazione di Angela nel corso della sua trasmissione sulla Sistina aveva effettivamente ispirato prima una critica, sull’Osservatore Romano del 18 ottobre, e due giorni dopo appunto la “ritrattazione”.

Lunetta a destra della parete d’ingresso

Il conduttore televisivo aveva indicato due figure maschili in una lunetta, dove in una finta targa epigrafica campeggiano i nomi “Iacob” e “Ioseph”, come il nonno e il padre putativo di Gesù, e la figura femminile come Maria, sua madre. Subito, il 30 settembre su «Pagine ebraiche», l’ebraista Massimo Giuliani aveva voluto contraddire l’identificazione, perché per lui Giacobbe e Giuseppe sono ovviamente i patriarchi di Israele e le figure femminili sono le matriarche Lea e Rachele, additando il solito cristocentrismo di chi vuole rendere cristiana la Torah degli ebrei, invece di ammettere che Gesù veniva dal popolo ebraico.
Nella nota del 18 ottobre il direttore dell’Osservatore Romano aveva ripreso la critica di Giuliani e, pur apprezzando i meriti della divulgazione culturale, auspicava «un minimo supplementare di attenzione e preparazione». In realtà lo stesso Giuliani, già il 3 ottobre aveva pubblicato su «Pagine ebraiche» una retractatio, perché quel Giacobbe e quel Giuseppe non sono i patriarchi israeliti come aveva pensato lui ma proprio il nonno e il padre putativo di Gesù secondo la genealogia di Gesù Cristo che apre il vangelo di Matteo — diversa, com’è noto, da quella che si legge nel terzo capitolo del vangelo di Luca — e dipinta da Michelangelo: «Devo fare autocritica e chiedere scusa ad Alberto Angela» ha scritto lo studioso, dando una bella lezione di umiltà intellettuale, poi accolta dal direttore dell’Osservatore Romano.
Questi sul quotidiano del 20 ottobre riconosceva che la pronta e onesta ammenda dell’ebraista gli era sfuggita, ma sottolineava che tante e diverse tra loro sono le interpretazioni del ciclo degli antenati di Cristo e in particolare di quella lunetta. Sant’Agostino, censore di se stesso, scriveva che nessuno può disapprovare chi disapprova i propri errori e la nobile conclusione del docente di ebraismo («ho imparato a essere più cauto, a verificare meglio le mie fonti e a dare un maggior beneficio del dubbio al prossimo») vale mille lezioni.
L’idea che la lunetta raffiguri a sinistra Giacobbe, nonno di Gesù, e a destra Giuseppe, Maria e Gesù Bambino è registrata su Wikipedia appunto come «l’interpretazione dominante», perché è da quasi cinque secoli che gli affreschi di Michelangelo nella Sistina sono oggetto di studio e discussione, e sulle lunette c’è una vasta letteratura, con tanti interrogativi rimasti senza risposta. Charles de Tolnay, autore nel 1969 di un’analisi neoplatonica della cappella, ha tentato di associare i nomi alle figure, ma è impresa difficile perché ci sono più figure che nomi, come hanno constatato Heinrich Pfeiffer e Giovanni Careri, gli autori ricordati dal direttore dell’Osservatore Romano.
Heinrich Pfeiffer nel 2007 ha preferito pensare che la lunetta raffiguri a sinistra proprio il patriarca Giacobbe con la sua prima moglie Lea (personificazione, nella storia dell’esegesi giudaica e poi cristiana, della vita attiva) e il figlio Giuda. Ammettendo poi che una singola figura possa alludere a più di un personaggio biblico, Pfeiffer vede a destra il Giuseppe della Genesi con i figli Efraim e Manasse, la cui madre Asenath sarebbe la figura femminile. E questa rappresenterebbe anche allo stesso tempo sia Rachele, la seconda e preferita moglie di Giacobbe (personificazione della vita contemplativa), sia Maria, moglie di Giuseppe e madre di Gesù. Secondo lo studioso, Michelangelo potrebbe essere stato influenzato dalle idee di Gioacchino da Fiore.
Nel 2013 Giovanni Careri ha notato che gli antenati di Cristo sono rappresentati sempre in scene di un umile «realismo domestico», molto diverse dal tono eroico delle altre immagini nella Sistina. A suo avviso questo «torpore degli antenati» — un’umanità mediocre e modesta che vive ancora nella colpa di Adamo — sarebbe simbolo dell’ostinazione di quegli ebrei che non hanno riconosciuto il Messia e non partecipano al beneficio del suo sacrificio, e per questo appaiono come figure anonime, erranti senza terra e senza storia. I nomi e le figure degli antenati di Cristo nella Sistina renderebbero visibile il passaggio cruciale tra Vecchio e Nuovo Testamento, cioè dal sistema patriarcale fondato sul sangue e sulla carne, che fa discendere Gesù dai patriarchi e dai re, alla filiazione spirituale che, pur mantenendo un parto umano grazie a Maria, lega il Figlio dell’uomo al Padre divino. Careri riconosce così una varietà di personaggi e iconografie condensate nella lunetta, ipotizzando a sinistra un Giuseppe del vangelo, malinconico e dubbioso sulla maternità della sposa, che appare donna modesta e dimessa, e a destra la famiglia di Giacobbe, padre di Giuseppe, che è però anche la Sacra Famiglia con Giuseppe e Maria, Gesù e il Battista. Qui la Vergine, l’unica figura di madre nel ciclo che guardi lo spettatore senza segni di malinconia o di fatica, porta la mano al petto, proprio come nell’Annunciazione, e rappresenterebbe il passaggio epocale dalla genealogia carnale del popolo ebraico all’era cristiana.
La discussione degli storici dell’arte rivela una complessità di interpretazione che è sfuggita alla divulgazione televisiva e digitale. Edgar Wind (intorno al 1950, ma pubblicato nel 2000) è partito dalle traduzioni latine dei nomi ebraici inseriti nei cartigli per identificare nelle figure delle lunette personificazioni di vizi e virtù, secondo le allegorie di Savonarola, delle quali un monaco fiorentino alla corte papale di Giulio ii avrebbe potuto informare Michelangelo. Per Wind la figura di Giacobbe nella parte sinistra della lunetta sembra sofferente e aggressiva per significare povertà e umiliazione, mentre a destra appare la Sacra Famiglia con Giuseppe, Maria, Gesù e il piccolo Giovanni Battista.
Esther Dotson nel 1979 non vede alcun bisogno di identificare le singole figure visto che secondo lei i nomi degli antenati di Cristo nella serie dipinta da Michelangelo si riferiscono alle scene al centro della volta. L’artista si sarebbe ispirato agli scritti di sant’Agostino e ai consigli di Egidio da Viterbo per raffigurare la genealogia di Gesù come un’umanità inquieta ed egocentrica nelle lunette più basse — l’agostiniana città terrena — e nelle vele più alte come persone unite e amorevoli, in pellegrinaggio verso la città di Dio.
Un ventennio più tardi, Lisa Pon ritiene nel 1998 che i nomi nelle lunette non rappresentino le didascalie delle figure ma che vogliano soltanto misurare il passaggio del tempo nella successione da Abramo fino al miracolo del Verbo fatto carne. Una linea che viene indicata collettivamente da tutte le figure degli antenati di Cristo nel loro insieme.
Molti studiosi hanno ipotizzato che Michelangelo seguisse i consigli di teologi e predicatori ma nel 2004 Paul Taylor ha sostenuto che l’artista decise di dipingere gli antenati di Cristo sulla volta della Sistina solo perché aveva quaranta spazi che poteva riempire con i quaranta nomi elencati nel vangelo di Matteo e che poi ha corredato di figli e famiglie. Nella parte sinistra dell’immagine dovremmo riconoscere il Giacobbe del Nuovo Testamento con sua moglie e san Giuseppe da bambino; mentre le figure sulla destra sarebbero Giuseppe, Maria e Gesù bambino. Taylor ammette che resta però difficile individuare l’identità dell’altro bambino, che non può essere Giovanni Battista perché appare, dopo il restauro degli anni ottanta, con tratti femminili. Secondo lo studioso sarebbe poi strano che l’unica raffigurazione di Cristo nelle lunette sia così modesta, con una presentazione addirittura di spalle, e sarebbe quindi meglio pensare che si tratti di Giuseppe da bambino con i genitori. Gli adulti a sinistra sarebbero allora Mattan, padre di Giacobbe (il nonno di Gesù nella genealogia del vangelo di Matteo), con sua moglie: secondo Taylor, dunque, Michelangelo avrebbe quindi dipinto tre generazioni, contrariamente all’idea originaria di rappresentarne due.
A ben vedere, il successo della rete conferma l’osservazione di David Lowenthal. Il grande studioso di storia e geografia da poco scomparso ha scritto che con la rivoluzione digitale i fatti e le opere d’arte del passato sono immediatamente disponibili, insieme alle loro interpretazioni, ma ovviamente non tutte e soprattutto in un flusso indistinto dove tutto appare semplice, omogeneo e relativo. Cento anni fa, quando si diffondeva la fulminea velocità dell’informazione elettrotecnica, Aby Warburg — considerato unanimemente il padre di una moderna scienza di interpretazione delle immagini — invocava la necessità di conquistare «spazio al pensiero», per non perdere il prezioso Denkraum che consente un intervallo di riflessione prima di cedere a qualsiasi impulso. Ben vengano dunque i programmi di divulgazione culturale che ci fanno discutere di arte rinascimentale e non di qualche grande fratello, ma benvenuti anche i ripensamenti e le retractationes quando ci aiutano a riconoscere che il nostro passato, di cui siamo figli, è molto più complesso di quello che appare a prima vista e che vale sempre la pena indagarlo.

di Alessandro Scafi,
The Warburg Institute

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