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L’energia spirituale
di un’amicizia pura

Cara, la sua lettera mi ha resa triste. Avevo anch’io molto bisogno di lei, di vederla e ascoltarla voglio dire, perché parlare mi sarebbe stato difficile [...] Non mi dispiace affatto che lei vada a Belluno; lavorerà ma sarà altrove, libera, e vicino ci sono luoghi meravigliosi. Mi mandi il suo indirizzo e quello di Losanna. Questa è una città simile a un letto di raso bianco (quel che c’è sotto il letto, vedrà da sola); ma ha un lago molto bello, che di notte ha il colore del latte e della pietra lunare. Poi le darò commissioni per Madame Weil [...]. Ho sempre pensato a lei leggendo i mistici medievali (la mia sola lettura di questi ultimi mesi) e soprattutto Maestro Eckhard e Angela da Foligno [...]. La assoluta lucidità della loro «follia d’amore», la sterminata libertà della loro saggezza mi hanno reso insopportabile qualunque altra lettura [...]: sono letture all’infinito multiple, non c’è strato di altezza o di profondità che non tocchino (1° luglio 1959).

Cristina Campo in una illustrazione di Rossella Grasso(per gentile concessione dell’artista)

Per usare un aggettivo caro alla vita quanto inviso alla critica, le Lettere a Mita di Cristina Campo (Adelphi, 1999), all’anagrafe Vittoria Guerrini (Bologna 1923 - Roma 1977) rappresentano uno degli epistolari più belli della letteratura del Novecento, fondamentale per intenderne il messaggio umano e la poesia, perché al lettore offrono codici di decifrazione dei testi, insieme a una visione della realtà, una lettura degli accadimenti, lo scambio di notizie biobibliografiche, impressioni suscitate dall’incontro con gli autori, uno spaccato della scena letteraria e culturale come da dietro le quinte.

Ma ciò che pulsa in quelle pagine rutilanti di vita nonostante la precarietà dello stato di salute di Vittoria, affetta da una malformazione cardiaca a volte persino invalidante, contagiando in qualche modo il lettore, è quella energia spirituale che sostanzia un’amicizia pura, una sororità spirituale corroborata da affetto sincero e leale, imperituro oltre spazio e tempo.

Può sembrare una versione unilaterale di questa amicizia il fatto che da parte di Margherita Pieracci Harwell (nata a Vitolini nel 1930), destinataria e curatrice dell’epistolario, il lettore trovi solo qualche nota autobiografica utile a spiegare passi altrimenti incomprensibili delle lettere. Non di meno potremmo ricostruire lo splendido romanzo della vicenda umana di Mita stessa, dalla sollecitudine con cui Vie (così si firma, per lo più, Vittoria nel carteggio) la segue, come un angelo custode nel suo percorso umano e letterario, sino all’ultimo.

A differenza di alcuni altri intimi a Cristina che non le obbedirono, Mita le restituì tutte le lettere ante 1955, per cui il carteggio inizia solo dal 1956 e si chiude due anni prima della morte, ma l’amicizia che, come l’amore, appartiene alle regioni incorruttibili dello spirito, oltrepassa la soglia del tempo e, da parte di Margherita, instancabile continua a dispiegarsi la cura amorevole e fedele delle numerose pubblicazioni Adelphi: i saggi de Gli imperdonabili (1987); le poesie e le traduzioni di La Tigre Assenza (1991); questo personale epistolario (1999); le lettere a Leone Traverso, Caro Bul (2007); quelle agli amici toscani, Il mio pensiero non vi lascia (2011).

Raramente si danno del tu, ma non per la differenza di età; si riconoscono così spiritualmente vicine da sentire più volte il bisogno di suggellare l’amicizia, quasi nella forma del rito, o persino, di consacrarla a qualche data significativa del calendario liturgico:

Natività di Maria, 1970

Cara,

Dio sia ringraziato ancora e ancora per quelle due ore perfette che ci ha donato. Le ricordo — in quel piccolo inferno della stazione di Roma — come l’aprirsi totalmente puro del fiore della presenza. Strano: ci siamo viste in luoghi stupendi, con ricchezza di tempo, spazio e silenzio. Ma questo incontro alla stazione mi sembra in qualche modo il più benedetto. Non meno intenso di quella passeggiata oltrarno nella quale trovammo la tavoletta di cipresso e la facemmo tagliare in due triangoli — per sempre, per la vita; ma questa volta con l’aroma ineffabile della conferma: uno di quegli attimi in cui il rovescio inesplicabile del Tappeto mostra qualcosa del suo fulgente diritto... [...] Con amore particolare conservo in cuore ciò che Lei mi ha detto del suo paese, della tradizione, della morte e dei suoi terrori. Anch’io ne soffro molto da quando ho perduto i miei genitori. Mi desto talvolta la notte come perduta in un deserto, nulla più ricordando, soffocata dall’angoscia. Ho parlato di ciò con un monaco molto mistico. Mi ha detto che è naturale a tutti finché l’amore non produca nell’anima quella «brisure» (così ha detto) attraverso la quale si passa, sia pur solo per attimi, dal tempo all’eterno. «E allora la morte diviene un desiderio». / Vogliamo pregare ad invicem perché si manifesti in entrambe quell’amore? [...] Un curioso particolare. Mi chiedevo a quale Santo consacrare la nostra amicizia: è tempo di farlo, non è vero? Mi è risuonato nella mente, di colpo, un versetto del Magnificat, e allora ho ricordato che fu un divino discorso tra due Amiche. Sarà la Visitazione, dunque, il nostro Mistero. (La convince?)

Per tale autentica spiritualità, per la rara perfetta corrispondenza d’anima, del loro mondo e di questo affetto si squadernano al lettore (che pure non abbia interessi squisitamente letterari) pagine uniche e indimenticabili, insieme a testimonianze da custodire e tramandare.

di Anna Maria Tamburini

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22 ottobre 2019

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