Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

L’emorroissa

La donna per sua natura tende a sanguinare. È una cosa che le è data da Dio, non concepita da lei. Nel periodo mestruale, la donna perde sangue per un ovulo non fecondato. Se l’ovulo viene fecondato, forma il nucleo di un essere umano, l’inizio della vita. Altrimenti si stacca e fuoriesce lentamente sotto forma di sangue. Così, per disegno di Dio, la vita di ogni essere umano inizia come ovulo nel grembo di una donna. Il mestruo per alcune donne è spesso un’esperienza di prolungato e lancinante dolore, con estenuanti mal di testa o emicranie, che dura da tre a sette giorni. Qualcuno l’ha paragonato a un dolore minore del parto. Quindi, che concepisca e partorisca o no, ogni donna sperimenta un dolore simile a quello del parto.

La guarigione dell’emorroissa (catacombe dei Santi Marcellino e Pietro, Roma)

Gesù ricorda che una donna in travaglio prova grande dolore perché è giunto il suo tempo, ma dopo la nascita del figlio dimentica il dolore «per la gioia che è venuto al mondo un uomo» ( Giovanni 16, 21). Gesù stesso ha sperimentato i dolori del parto nei tre lunghi giorni della sua passione, dall’agonia nell’orto passando per il processo e la crocifissione, fino alla morte sulla croce. Nell’orto il suo sudore stillava come dense gocce di sangue; gli artisti lo dipingono con il volto macchiato di sangue e con il sangue che cola dal suo capo incoronato di spine. Drammaticamente, sulla croce il sangue gli grondava dalle mani e dai piedi trafitti. Compiuta la sua missione, rese lo spirito (cfr. Giovanni 19, 30); un soldato gli colpì il fianco con la lancia e uscirono sangue e acqua. La Chiesa vede tali eventi come doglie del parto di Gesù nel dare vita a una nuova creatura, all’umanità e alla Chiesa attraverso i sacramenti dell’iniziazione: battesimo (acqua), confermazione (spirito) ed eucaristia (sangue).

Si potrebbe domandare: che cosa c’entra tutto questo con la storia dell’emorroissa ( Marco 5, 25-34)? Per la sua natura donata da Dio, la donna tende a sanguinare. Questa donna, che è stata «fabbricata» da Dio (la prima fabbricazione di Dio nella Scrittura è la donna; verbo banah in Genesi 2, 22) per collaborare con lui nel concepire, portare e partorire altri esseri umani, ha sanguinato per dodici anni. È quasi impossibile immaginare il dolore e la tensione che ciò comporta. Marco, nel suo greco, ne descrive l’afflizione con la parola mástigos (frusta). La ferita fisica non era nulla a confronto del trauma sociale e della stigmatizzazione del suo retaggio socio-culturale e religioso. Una donna che sanguinava era di per sé legalmente e socialmente immonda, nonché fonte di impurità per chiunque o qualunque cosa lei toccasse o la sfiorasse, per «sette giorni» o «per tutto il tempo del flusso» ( Levitico 15, 19-30). In alcune culture africane tradizionali, durante il periodo mestruale la donna era costretta a vivere in disparte, in un alloggio di fortuna all’esterno della casa; non poteva cucinare per la sua famiglia o stare con gli altri fino a quando il flusso non terminava. Il dolore era già abbastanza brutto, ma l’essere resa ogni mese una reietta sociale nella propria casa, famiglia e società, faceva sapere a tutti, compresi i figli, che stava mestruando, e sminuiva il suo valore umano. L’imbarazzo e il trauma psicologico causati da questa disumanizzazione sono difficili da immaginare. Oggi, alcuni sacerdoti vietano ancora alle donne di ricevere la comunione o di avvicinarsi all’altare nel periodo delle mestruazioni.

Per fortuna, diversamente dai lebbrosi, l’emorroissa ai tempi di Gesù non doveva suonare un campanello e gridare «immondo! Immondo!» ( Levitico 13, 45) per avvertire gli altri di non avvicinarsi a lei. Gli israeliti consideravano il sangue come il principio della vita, ed è per questo che era proibito mangiare carne «che contenga sangue» ( Levitico 19, 26). La storia dell’emorroissa è quella di una donna che ha rifiutato di restare inerte, rassegnarsi al destino e lasciarsi morire dissanguata. Marco la descrive come avente un «flusso di sangue» ( en rýsai háimatos) e il flusso stesso come un «pozzo di sangue» ( pegè tou háimatos). Com’è possibile che abbia ininterrottamente perso sangue così a lungo senza morire? La spiegazione è la sua determinazione a rimanere in vita. È stata più fortunata di tante donne che muoiono dissanguate durante il parto, sia naturale sia con taglio cesareo. Queste donne sono totalmente inermi, alla mercé di medici e infermieri; non hanno la forza, il potere e la consapevolezza (se sono sotto anestetici) di lottare per loro stesse. La donna del racconto è diversa. La sua determinazione a restare viva l’ha sostenuta risolutamente e l’ha spinta a fare tutto quanto era in suo potere per dodici anni, fino a riuscire a liberarsi dalla sua afflizione. A motivarla è stato il fatto di credere che Dio non intendeva farla vivere per sempre come emorroissa? La sua speranza di trovare una cura è rimasta salda anche dopo aver speso tutto ciò che aveva per i medici, con il risultato di peggiorare.

Alla fine aveva sentito parlare di Gesù e creduto nel suo intimo che se avesse potuto anche solo toccarne il mantello sarebbe guarita. Quello in cui non erano riusciti i medici, lo avrebbe potuto fare il semplice sfiorare il mantello di Gesù. Facendosi furtivamente strada in mezzo alla folla e toccando il mantello di Gesù, avrebbe lordato sia la folla sia Gesù. Quanta fede, coraggio e audacia dinanzi ai tabù socioculturali e alle prescrizioni legali della sua religione! Se toccare Gesù l’avesse guarita, il tocco di lei avrebbe reso lui impuro? Uno che guarisce un’afflizione che dura da dodici anni può essere reso impuro dal tocco di lei? È una domanda che dà da riflettere in un contesto in cui la presunta impurità rituale delle donne è un motivo che le penalizza anche nella Chiesa. Tale credenza, sia essa espressa o tacita, rende impuro ciò che è naturale; dichiara nulla la grazia senza genere donata da Dio alle donne che, per mezzo del battesimo, le rende, insieme agli uomini, membri sostanziali e consustanziali del corpo di Cristo. Peggio ancora, riduce Gesù a un oggetto inanimato che può essere contaminato dal tocco e dalla voce di una donna. E invece lui, «la liturgia della Chiesa» (Giovanni Paolo II), è la vita che dona vita eterna a tutti nel suo corpo indivisibile.

La donna aveva un’idea diversa. «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». Lo fece; e fu guarita «in quell’istante», senza una parola. Sentì nel suo corpo, dove risiedeva il male, che era stata guarita. Gesù reagì domandando: «Chi mi ha toccato il mantello?». I discepoli si stupirono di questa domanda, considerando che la folla si stringeva attorno a lui. Per la donna e per Gesù il tocco era stato mirato, «il suo mantello»; non il tocco senza scopo della folla. Nel quarto vangelo, i soldati si giocano ai dadi la veste di Gesù, senza trarne però alcun potere (cfr. Giovanni 19, 23). Il flusso di potenza da Gesù ha arrestato subito il flusso di sangue della donna; «un abisso che chiama l’abisso». Gesù si è sentito svuotato da questa fuoriuscita di potenza da lui? Lui, «la vita» ( Giovanni 14, 6), è venuto per dare una potenza che permette di vivere ( dýnamis) «a quelli che credono nel suo nome» ( Giovanni 1, 12-13). La vita non può essere diminuita e non importa in quanti sono a viverla. In risposta alla domanda di Gesù, la donna si fece avanti «impaurita e tremante». Il testo occidentale aggiunge perché aveva agito di nascosto». Come donna, nella sua società non era né una persona giuridica né una figura pubblica. Inoltre, per ben dodici anni le era stato impedito di apparire in pubblico, di toccare e di essere toccata da altri a causa del suo sanguinamento. Doversi esporre alla vista di tutti dinanzi a una folla immensa ed essere guardata come una donna che osava infrangere le leggi religiose era emotivamente devastante. O si è trattato della paura che normalmente accompagna l’incontro con il divino, come in Marco 4, 41? Gesù ha voluto fare uscire la donna non per svergognarla o per rimproverarla perché l’aveva toccato, ma perché la folla ascoltasse la sua storia («gli disse tutta la verità»); per affermare e lodare la sua fede e reintegrarla nella comunità come «figlia» (in modo assoluto, non come «figlia di»), non più «emorroissa» e reietta, ma donna cara a Gesù e membro integrale della comunità, nel suo diritto umano di donna.

In Luca 19, 9-10 Gesù reintegra allo stesso modo Zaccheo, chiamandolo «figlio di Abramo» e non più pubblicano e peccatore. È da notare che Gesù non ha mandato la donna dal sacerdote per offrire a Dio un sacrificio espiatorio per il suo peccato di impurità come esigeva la legge (cfr. Levitico 15, 28-30) o come ha fatto nel caso dei dieci lebbrosi (cfr. Luca 17, 14). Nel loro caso, il sacerdote aveva dovuto espellerli dalla comunità; quindi doveva reintegrarli. Quale messaggio possiamo trarre oggi da questo racconto? La storia dell’emorroissa, insieme a quelle dell’uomo posseduto nella regione dei Geraseni (cfr. Marco 5, 1-20) e della figlia dodicenne di Giairo (cfr. Marco 5, 21-24, 35-43), sottolinea la potenza di Dio di fare, per chi crede, ciò che è umanamente impossibile. La fede è il mezzo per attingere da Dio forza risanatrice e superare tutte le forze di morte e che sminuiscono la vita nella nostra esistenza personale, nelle nostre comunità e nel mondo. I dodici anni della malattia della donna e di età della figlia di Giairo simboleggiano la loro nazione, Israele, costituita da dodici tribù. A meno che le donne non abbiano la volontà e la determinazione di affrancarsi da condizionamenti socioeconomici secolari e dalle disposizioni bibliche e religiose non evangelizzate, né loro, né la società o l’umanità saranno guarite, restituite alla pienezza che Dio ha voluto per loro nella creazione. Le donne sono collaboratrici uniche di Dio nel partorire e favorire la vita. Non possono farlo se loro stesse vengono degradate semplicemente a causa del loro sesso biologico donato da Dio o della loro malattia. Le donne devono essere pienamente vive, in salute e belle per dare vita al mondo che Dio ha creato «buono» o «bello». Sono, per disegno di Dio, il sistema immunitario dell’umanità nell’ordine naturale (cfr. Genesi 3, 20) e nell’ordine della grazia (cfr. Genesi 3, 15). Se la donna sanguina o viene lasciata morire dissanguata, anche la società e la Chiesa muoiono dissanguate.

Il racconto di Marco sull’emorroissa invita i cristiani ad ascoltare di nuovo che la soluzione a problemi umanamente irrisolvibili sta nella fede risoluta e incrollabile in Gesù, come quella della donna, una fede tanto audace da infrangere tutte le leggi e le tradizioni contrarie alla vita e disumanizzanti, qualunque sia la loro origine. Per accedere a una pagina web occorre cliccare su un link. Per attingere acqua a un pozzo occorre un secchio. La fede sincera della donna è stata il secchio con il quale ha attinto la potenza guaritrice da Gesù, sorgente di salvezza di Dio, per porre fine all’istante al flusso di sangue. La fede è il link indispensabile che occorre cliccare per accedere alla guarigione proveniente da Dio per i sanguinamenti sfaccettati, interminabili e in apparenza incurabili del presente, che drenano la vita. La fede in Gesù, salvatore del mondo, permetterà all’umanità, che tende verso l’autodistruzione, di diventare sana, nella pienezza che Dio ha voluto per lei nella creazione, di porre fine a questi mali e di trovare pace, shalom, pienezza. La fede che tocca Gesù e attinge potenza direttamente da lui, alla fine vincerà le ragioni secolari, e in apparenza immutabili, radicate in culture non evangelizzate e tradizioni non cristologiche, che emarginano le donne, restituendo così pienezza alla sua Chiesa.

I racconti dell’emorroissa, dell’uomo posseduto nella regione dei Geraseni e della figlia di Giairo sono tre esempi che si sottraggono a una soluzione umana. È Gesù, la buona novella di Dio per l’umanità, la loro soluzione. Ciò non significa convertire tutti al cristianesimo, poiché uno stile di vita evangelico non è sinonimo di cristianesimo, anche se le due cose non si dovrebbero escludere a vicenda. Possano tutti i cristiani e gli esseri umani, come l’emorroissa, smettere di cercare e dedicarsi inutilmente a soluzioni che non sono in grado di guarire, e invece tendere la mano con fede incrollabile e toccare Gesù per una guarigione personale, comunitaria e globale. «Figlia, figlio, la tua fede ti ha salvato. Va’ in pace e sii guarito dal tuo male, pienamente liberato dalla tua afflizione».

di Teresa Okure

L’autrice

Teresa Okure è una religiosa della Società del Santo Bambino Gesù (shcj) e docente di Nuovo Testamento e di Ermeneutica del Gender presso il Catholic Institute of West Africa, a Port Harcourt, in Nigeria. È autrice di molti libri, dizionari e articoli; tiene conferenze in tutto il mondo. Attualmente è presidente della Catholic Biblical Association of Nigeria (caban) da lei fondata, e membro della Commissione internazionale anglicana-cattolica (arcic), in rappresentanza dell’Africa cattolica.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 settembre 2017

Prossimi eventi

NOTIZIE CORRELATE