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L’emigrazione nelle nostre vite

· ​In un romanzo di Elizabeth Strout ·

In una cittadina del Maine, dove si è installata una comunità di somali fuggiti dalle atrocità del loro paese, un ragazzo problematico getta una testa di maiale all’interno di un garage trasformato in moschea, durante il Ramadan, contaminando un tappeto di preghiera con il sangue dell’animale. 

Jacob Lawrence  «La migrazione» (1995)

L’episodio provoca un terremoto politico e sociale che si allarga a tutto il paese, se ne parla anche all’estero: in una situazione di tensione fra occidente e islam ogni incidente diventa occasione per discutere, schierarsi, cercare di manipolare l’opinione pubblica.
Ma la grande scrittrice americana Elizabeth Strout (I ragazzi Burgess, Roma, Fazi editore, 2013, pagine 447, euro 18,50) ci fa entrare nella complessa atmosfera di quel momento attraverso gli occhi dei componenti di una famiglia del luogo, complicata e dissestata come tutte le famiglie di oggi. Il ragazzo che getta la testa di maiale, in realtà, non lo fa per razzismo, come i media denunciano e come le parti, pro o contro, interpretano. È solo un povero ragazzo difficile, figlio di una madre frustrata e abbandonata dal marito, che compie quel gesto per attirare su di sé l’attenzione dei familiari, dei due zii fratelli della madre e soprattutto del padre.
Mentre il dibattito pubblico rimane impaniato nell’ideologia, vediamo snodarsi le vicende dei due zii che accorrono da New York al loro paese natale, e cercano di aiutare nipote e sorella, portando l’uno il fardello di una vita difficile e irrisolta, l’altro la luce di un successo professionale e di una ricchezza che pensa lo rendano invincibile. Anch’essi, in realtà coinvolti profondamente dall’avvenimento e dal ritorno nelle atmosfere della loro gioventù, sono travolti dalla vicenda, che fa uscire allo scoperto i loro punti deboli, e fa scoppiare crisi di trasformazione nelle loro vite. Generando un rovesciamento: il fratello forte, vincente, quello a cui tutti guardano come il possibile salvatore, con la sua superbia e la sua eccessiva abilità innervosisce le autorità locali, e spinge il processo nella direzione opposta a quella auspicata. Invece di considerare il fatto un reato minore, il giudice infatti passa — per ragioni di opportunità politica miste a gelosie personali — a classificare l’episodio come delitto contro il primo emendamento, quello che garantisce la libertà religiosa. Un delitto contro la costituzione, un delitto grave.
Questa sconfitta mette in moto due processi opposti: il crollo del fratello vincente, e il risveglio del ragazzo che trova finalmente il coraggio di scappare da casa per raggiungere il padre emigrato in Svezia e ricostruire un legame con lui. Mentre il giovane riprende coraggio, ricomincia a parlare, a pensare a come costruirsi un futuro uscendo dall’abulia che l’aveva caratterizzato fino a quel momento, anche la madre abbandonata, dopo avere toccato il fondo, si risolleva e comincia a spezzare il suo isolamento riallacciando rapporti umani. Ma anche il fratello di mezzo, quello che era sempre vissuto all’ombra dell’altro, reagisce, cambia casa, e nei soggiorni che trascorre nel paese natale troverà perfino l’amore.
Insieme, i due fratelli all’origine sfortunati aiuteranno infine il primogenito, colpito da un fallimento che sembra totale, a rialzarsi e a riallacciare i legami spezzati con la famiglia.
La crisi innestata dall’episodio del maiale funge quindi da catalizzatore di un dramma familiare che si era fossilizzato nel tempo, del quale il giovane era diventato il capro espiatorio: alla fine del racconto tutti i rapporti sono di nuovo dinamici, portatori di novità positive.
È il momento del ritorno del giovane a casa, non per affrontare un nuovo e duro giudizio, ma per festeggiare lo scioglimento da ogni accusa. A mettere in moto il processo che porta alla soluzione favorevole della questione è stato un somalo, povero e solo, un testimone dell’attentato alla moschea, uno di quelli che ne erano rimasti più colpiti. Lui, ancora più degli altri, davanti a questo atto aggressivo era rimasto terrorizzato, sentendo come se, anche lì, il suo popolo continuasse ad essere in pericolo e perseguitato. Il dolore dell’esilio, le difficoltà dell’inserimento in un luogo diversissimo dal suo paese, che già gli rendevano così difficile la sopravvivenza, si erano di colpo moltiplicati per mille: il lettore cominciava a temere che sarebbe arrivato a un atto di violenza, che dolore si sarebbe aggiunto a dolore. Ma il giorno del processo, vedendo quel ragazzino magro che quasi non parlava, disperato, il somalo aveva pensato a suo figlio morto in un attentato e il suo dolore l’aveva reso sensibile al dolore e alla solitudine che stavano dietro a questo apparente atto di razzismo. Capisce che si tratta solo di un ragazzo solo, senza padre, così come lui è senza figlio. E sarà proprio lui, con un paziente lavoro di riappacificazione, che riuscirà a convincere i connazionali a ritirare l’accusa e a perdonare. Ed è come se questo perdono irradiasse effetti positivi su tutti i protagonisti della vicenda.
Una grande scrittrice, come la Strout, fa capire come il problema dell’emigrazione non sia solo politico o culturale, ma attraversi direttamente le nostre vite, le nostre contraddizioni e i nostri problemi esistenziali, come ormai faccia parte di noi.

di Lucetta Scaraffia

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25 agosto 2019

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