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L’egoismo del mondo e la speranza dell’Africa

· A colloquio con il cardinale Arinze sul viaggio di Benedetto XVI in Benin ·

Vecchie e nuove schiavitù rendono ancora oggi incerto e faticoso il cammino dell’Africa verso il suo definitivo sviluppo. Egoismi di mercato, interessi di cartello mascherati dal pietismo, escludono di fatto il continente nero dal sistema mondiale che si vuole globalizzato. «L’unico aiuto di cui il popolo africano avrebbe veramente bisogno — sostiene in questa intervista il cardinale nigeriano Francis Arinze, anch’egli nel seguito di Benedetto XVI durante il recente viaggio in Benin — sarebbe quello di essere messo in condizione di alzarsi e camminare da solo. Ha la forza per farlo». Ma «gli sarà mai consentito?» si chiede il porporato.

«Africa, abbi fiducia, alzati». Come interpreta questa esortazione del Papa all’Africa?

Non poteva esserci richiamo più pertinente per l’Africa. Il continente deve affrontare sfide e problemi di varia natura. Ma le sfide si affrontano preparandosi bene e i problemi si possono risolvere, superare. La situazione è molto chiara. E il sinodo, celebrato due anni orsono, l’ha ben definita e ha indicato la strada da percorrere: riconciliazione, giustizia e pace. Indubbiamente il continente ha molto bisogno di tutte e tre. La riconciliazione è necessaria tra le diverse nazioni, ma è molto più urgente all’interno di ogni singolo Paese. Non bisogna però dimenticare che il male viene da lontano. Gli stessi colonizzatori non hanno tenuto molto in considerazione, per esempio, confini geografici ed etnie. Il principio che regolava la loro azione era esclusivamente commerciale. Così è capitato che un gruppo etnico, legato da usanze e costumi tradizionali, ma soprattutto dallo stesso idioma, si sia trovato improvvisamente diviso, costretto a vivere frazionato in Paesi diversi. Chi conosce bene la storia di questo immenso ed eterogeneo continente e dei suoi tanti popoli, guardando una carta geopolitica dell’Africa ha la netta sensazione che qualcuno abbia tracciato un riga dritta, dall’alto verso il basso, per separare le nazioni, quasi senza criterio. Sono nate proprio qui le divisioni che penalizzano il continente. Dunque bisogna cercare di trovare una soluzione, stante il fatto che non si possono mutare i confini. La riconciliazione fra tutti gli africani, sia a livello internazionale che nazionale, sembra l’unica strada percorribile.

Pensa che sia un percorso effettivamente praticabile?

Indubbiamente è difficile. Per avere un’idea di quanto lo sia, basta pensare alla situazione della Nigeria dove vivono, a stretto contatto di gomito, oltre duecento etnie diverse per usi, costumi e lingua. Ecco perché il primo passo da fare è quello verso la riconciliazione. Bisogna imparare a conoscersi, a rispettarsi, ad accettarsi, ad aiutarsi prendendo ciascuno quello che c’è di buono nell’altro. Solo così si può andare avanti, insieme. E poi la giustizia. Ma questa è una virtù da conquistare non solo da parte degli africani. Essa è un valore per tutti i popoli. E devono applicarla prima di tutto i poteri pubblici, la società civile, lo Stato, i governi ed anche la Chiesa. Bisogna avere rispetto dei diritti di tutti gli individui. Il primo diritto da rispettare è quello alla vita. La vita non è voluta, è concepita: dunque richiama in sé una responsabilità individuale e sociale di grande impegno. Infine la pace. L’Africa ha bisogno di pace vera, non di quella del cimitero, dove il silenzio è pace. No, non è questa la pace di cui l’Africa ha bisogno. Essa aspira a una pace costruita sul rispetto degli altri, sul rispetto della sacralità della vita; quella che fa dimenticare i torti subiti e rinnega la vendetta. Questa è la pace di cui il continente ha bisogno.

Nelle poche ore trascorse in Benin, ma soprattutto nella sua esortazione post-sinodale, il Papa è stato molto esplicito in questo senso.

È stato l’aspetto più significativo della visita. In molti passaggi, sia dell’esortazione sia dei discorsi pronunciati, ho colto molto chiaramente indicazioni appropriate di Benedetto XVI per i popoli africani. Ma ho colto anche i segni della sua preoccupazione.

Da dove nasce questa preoccupazione?

Anche se le ha fatto coraggio e ha riacceso nel profondo dell’anima la luce della speranza, egli sa molto bene che l’Africa, per come è stata ridotta, non può farcela da sola. Ha comunque bisogno di un aiuto per rialzarsi. E poi non bisogna dimenticare che alcuni problemi nascono dall’esterno. Voglio dire che dei tanti mali che affliggono il continente esistono cause, o anche concause se si vuole, che non dipendono dal popolo africano, ma sono dovute all’egoismo di nuovi colonizzatori. Faccio un esempio. Il prezzo delle materie prime che si estraggono in Africa non viene deciso dagli africani ma dalle multinazionali che le sfruttano. Il prezzo dello zucchero — una risorsa per esempio per il Benin — viene deciso magari dalle borse di Tokyo, di Parigi, di New York, ma certo non nell’interesse del Paese; o almeno, non si tiene presente che quel prodotto è magari l’unica fonte di sostentamento per quella popolazione. E allora si capisce quale sia il problema: non è tanto l’Africa che non ce la può fare, anzi ha mezzi e forza per poter crescere. Piuttosto è il mondo che deve smettere di considerarla terra da sfruttare, prenderla per mano e farle posto in quel sistema che si vuole globalizzato ma che ancora deva capire fino in fondo il valore primario della solidarietà. C’è bisogno, in pratica, di una profonda conversione delle menti e dei cuori per capire che, nel pellegrinaggio della vita, dobbiamo tenerci tutti per mano. Per l’Africa la strada da percorrere è molto più lunga di quella degli altri Paesi. Ma può farcela. In questo senso acquista tutto il suo valore l’invito biblico del Papa: «Africa, abbi fiducia, alzati».

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17 ottobre 2019

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