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L'egiziano e il bergamasco

· ​Qualità del lavoro e integrazione ·

Nell’attuale fase storica l’Italia mostra di avere sempre più bisogno, sul piano economico, del lavoro degli immigrati. Eppure la società, o comunque gran parte di essa, sembra opporre resistenza a questo scenario. Si viene così a configurare un preoccupante iato fra economia e società che generalmente si colloca alla base di ogni situazione di crisi. 

È da questo assunto che muove Romano Benini, giornalista economico e docente di politiche del lavoro, nel saggio su Gli imprenditori immigrati e il fenomeno delle imprese individuali, contenuto nel fascicolo gennaio-aprile 2017 dei «Quaderni di ricerca sull’artigianato», per sottolineare l’esigenza di tutelare e valorizzare l’integrazione degli immigrati nel paese riconoscendo in essa un prezioso strumento per accrescere la qualità del lavoro a livello nazionale. Dopo aver lanciato strali ai partiti politici — a quelli che sono contro gli immigrati e a quelli che sono a loro favore ma solo in modo strumentale e paternalistico — Benini rileva che il segno positivo della crescita demografica e occupazionale italiana riscontrata negli ultimi anni, a partire dalla crisi economica del 2009, riguarda direttamente «la maggiore presenza degli immigrati regolari».
L’aspetto della sostituzione del lavoro degli italiani con gli immigrati è stato spiegato più volte dagli economisti: l’effetto, da questo punto di vista, è stato minimo, in quanto più dell’ottanta per cento degli immigrati presenti in Italia sono impegnati in attività che gli italiani non intendono svolgere: questo dato riguarda in particolare le attività manuali. A questo fenomeno si lega un aspetto interessante che i media tendono a trascurare: il dato positivo nelle piccole imprese italiane, soprattutto il saldo positivo delle ditte individuali, spiega Benini, si deve principalmente alla costante crescita degli imprenditori immigrati che ha accompagnato l’intera fase della crisi in cui — mentre sono state di più le imprese italiane che chiudevano rispetto a quelle che aprivano — le imprese avviate dagli immigrati in Italia, con una breve eccezione nel 2013, sono sempre state di più di quelle che hanno chiuso. Se quindi in generale è evidente come il significato dell’integrazione degli immigrati nell’economia sia di grande importanza, è ancora più evidente come le piccole imprese e le ditte individuali promosse dagli immigrati rappresentino un fenomeno che si è chiamati a cogliere in tutta la sua portata. «In un paese — scrive Benini — in cui l’aumento dei figli e dell’occupazione dipende dai migranti, non si può che fare la scelta di riconoscere, sostenere e rafforzare la presenza degli immigrati imprenditori». Ma non creando un sistema di regole a parte, ma facendo funzionare quanto serve a tutte le imprese. Di conseguenza occorre garantire agli immigrati quanto già si cerca di assicurare agli italiani, ovvero autorizzazioni e concessioni, incentivi e sgravi, sostegno agli investimenti, il tutto in tempi ragionevoli, in modo da permettere l’avvio delle piccole e medie imprese.
Lo studio di Benini rivolge poi una particolare attenzione alla condizione della donna immigrata e imprenditrice. Analisi recenti mostrano come la componente femminile tra i titolari di imprese straniere sia cresciuta negli ultimi anni più della componente maschile. Tra il 2008 e il 2015 l’incremento degli imprenditori immigrati è stato consistente, del 55 per cento per gli imprenditori e ben del 66 per cento per le imprenditrici, in assoluta controtendenza rispetto alle difficoltà dell’imprenditorialità italiana fra il 2008 e il 2015. Sono il commercio e i servizi alle imprese i settori in cui la componente femminile è prevalente, ma anche il settore manifatturiero (per esempio nel tessile). Sono 128.419 le imprese di immigrati a conduzione femminile presenti nel 2015 in Italia, il 23,3 per cento sul totale. A sollecitare l’esigenza di un’integrazione sempre più efficace degli immigrati nel tessuto sociale e civile dell’Italia concorrono le stesse statistiche. Gli immigrati nel paese superano i cinque milioni e, secondo le previsioni più accreditate, a metà del secolo dovrebbero arrivare al doppio. E nel periodo 2011-2065, nello scenario ipotizzato dall’Istat nelle sue proiezioni demografiche, la dinamica naturale della popolazione italiana sarà negativa per 11,5 milioni (28,5 milioni di nascite contro 40 milioni di decessi) e quella migratoria sarà positiva per 12 milioni (17,9 milioni di ingressi contro 5,9 milioni di uscite). La popolazione residenziale straniera aumenterà di quasi dieci milioni, passando da 4,6 milioni del 2011 a 14,1 milioni nel 2065. Si stima inoltre che già un milione e 150.000 cittadini italiani siano di origine straniera: se continuerà il trend riscontrato nel 2014 e nel 2015, a metà secolo almeno sei milioni di cittadini italiani residenti nel paese saranno di origine straniera.
Da questi dati, evidenzia Benini, si evince come sia fondamentale investire su una risorsa così vasta e preziosa. Una risorsa il cui valore è già peraltro testimoniato dal ruolo chiave svolto dalle imprese individuali degli immigrati. Anche in questo caso i dati sono assai eloquenti. Sono 13.204 i titolari di ditta individuale nel settore dell’agricoltura, pesca e silvicoltura, con una maggiore presenza nel Mezzogiorno rispetto al centro e al nord Italia. Si calcola che siano circa quattordicimila i titolari di attività manifatturiera, concentrati nelle regioni settentrionali, e sono più di ottomila gli imprenditori individuali attivi nel settore dei trasporti e del magazzinaggio.
A fronte di tutto ciò, e a dispetto dell’evidenza che si lega al valore obiettivo della presenza dei migranti nel paese, rimane tenace — osserva Benini — la diffidenza di chi sostiene che «gli immigrati rubano il lavoro». Nonostante capillari analisi dimostrino il contrario, «come può — scrive l’autore — un panificatore egiziano superare la diffidenza del panificatore bergamasco?». La risposta a tale interrogativo Benini la dà, ed è una risposta antica: «Lavorando insieme, esattamente quello che ha fatto superare la straordinaria diffidenza che avevano gli americani e gli australiani nei confronti dei nostri bisnonni e nonni quando andavano dalle loro parti». Basti pensare, del resto, al motivo per cui gli agricoltori bresciani sono stati accettati con calore nella comunità australiana di origine inglese all’inizio del secolo scorso: perché essi avevano dimostrato di saper gestire le piantagioni di canna da zucchero, sul piano della redditività, molto meglio degli inglesi. Ciò, tra l’altro, aiuta a concepire una cittadinanza che non consiste solo nella nazionalità di provenienza, ma si nutre anche del comune saper fare.

di Gabriele Nicolò

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23 aprile 2019

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