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L’Egitto verso il voto

· Si temono disordini durante le prime legislative libere ·

Sulla scia della Tunisia anche l’Egitto si prepara al voto, fase delicata e decisiva per costruire una società democratica, anche se la maggior parte dei cittadini egiziani teme che si verifichino violenze e atti di criminalità durante le elezioni parlamentari, la cui prima tappa è prevista per il 28 novembre. «I giovani egiziani sono l’alba della rivoluzione del 25 gennaio — ha detto il capo del Consiglio supremo delle forze armate, generale Hussin Tantawi — e i militari hanno il ruolo di preservarla e proteggerla». Il Consiglio supremo è al potere in Egitto dall’11 febbraio, data delle dimissioni del presidente Hosni Mubarak dopo 18 giorni di rivolta popolare accompagnata dall’uccisione di oltre ottocento persone.

La caduta di Mubarak ha sconcertato per molti versi l’opinione pubblica internazionale, le maggiori cancellerie dei Paesi arabi moderati e, soprattutto, quelle occidentali. Queste vedevano nel presidente egiziano un fattore di sicurezza e di stabilità per tutta l’area mediorientale, nonostante la corruzione diffusa all’interno dell’apparato statale e la mancata distribuzione della ricchezza che ha creato un notevole divario tra la maggioranza della popolazione alle soglie della povertà e una minoranza di privilegiati. Un divario che rischia di ampliarsi. Infatti, sono di una crescita modesta le attese sul pil nei Paesi coinvolti nella cosiddetta primavera araba dopo un aumento del 3,8 per cento nel 2010.

I disordini di piazza Tahrir, divenuto luogo simbolo della protesta, hanno fatto emergere in molti la paura che gli islamisti possano risultare vittoriosi nella prima elezione dopo il regime di Mubarak. I Fratelli musulmani, aprendo la loro campagna elettorale, hanno anticipato i partiti concorrenti, ricorrendo ai militanti del gruppo e alle sezioni diffuse capillarmente nel Paese per sostenere i loro candidati.

Secondo il giornale arabo «Al Sharq Al Awsat», i militanti del gruppo islamico, che sostengono la lista elettorale denominata Giustizia e Libertà sono i più attivi e presenti nel Paese. La forza con la quale i Fratelli musulmani si propongono all’elettorato non ha precedenti se si considera che in passato la formazione, fuori legge sotto il Governo Mubarak, non poteva svolgere attività pubbliche.

Al secondo posto tra i partiti egiziani più attivi in queste settimane c’è il partito liberale Al Wafd, il cui messaggio politico si basa sui successi ottenuti nel corso della sua storia, in particolare quando pochi mesi prima della rivoluzione del 23 luglio del 1952 — un colpo di Stato del generale Muhammad Naguib e del colonnello Gamal Al Nasser che proclamò la Repubblica, deponendo la dinastia fondata da Mehmet Ali e imponendo, pochi anni dopo, il definitivo ritiro delle truppe britanniche dalla zona del Canale di Suez e dalle basi militari che ancora gestiva — era andato al Governo. Il partito si rivolge soprattutto al mondo operaio, perché nel suo programma è previsto un piano per la protezione dei diritti dei lavoratori. Poco presenti invece i militanti delle altre liste che si contendono i seggi del Parlamento del Cairo.

La propaganda dei Fratelli musulmani oscura l’altra formazione islamica concorrente, quella salafita denominata Al Nur. Si sono visti nella capitale alcuni banchetti dei partiti liberali, come Al Ghad Al Thawra, Ayman Al Nour e Al Masriin Al Ahrar del magnate Naguib Sawiris. La macchina elettorale dei Fratelli musulmani è di gran lunga superiore anche rispetto a quella dei partiti di sinistra, tra i protagonisti della rivoluzione del 25 gennaio, come quelli comunisti del Tagammu Al Yasari e dei nasseriani di sinistra.

In questi giorni gli egiziani emigrati all’estero — che non avevano il diritto di voto sotto Mubarak — potranno registrarsi per le elezioni. Gli elettori si recheranno alle urne presenti negli edifici delle ambasciate e dei consolati. Secondo dati ufficiali gli egiziani che vivono all’estero sono stimati in circa otto milioni, il 74 per cento dei quali vive o lavora nell’area dei Paesi del Golfo persico, in particolare dell’Arabia Saudita, dove ci sono tre milioni di egiziani, e in Kuwait (cinquecentomila). Il 26 per cento degli espatriati, invece, ha scelto come meta l’Europa, l’Australia e gli Stati Uniti. Il ministro dell’Emigrazione, Mohamed El Borai, ha reso noto a giugno che ogni anno i residenti all’estero inviano in patria 9,7 miliardi di dollari. Dopo la rivoluzione il dato è aumentato, raggiungendo i 12,6 miliardi di dollari. Le rimesse dall’estero sono state fondamentali negli ultimi decenni per la tenuta economica del Paese e acquistano maggior valore dopo la crisi del turismo: la presenza di stranieri in vacanza in Egitto è infatti diminuita del trenta per cento. Ma l’instabilità preoccupa non solo i turisti, ma gli stessi egiziani che comunque sperano che la consultazione si svolga in sicurezza.

Il futuro dell’Egitto passa quindi attraverso questa prima scadenza elettorale e c’è la speranza di trovare in futuro un Paese basato sui diritti civili e l’uguaglianza dei cittadinanza, senza nessuna discriminazione, soprattutto religiosa.

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