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​Leggeva la storia
con gli occhi
di chi l'aveva fatta

· ​Il grande amore di Helmut Kohl per il popolo tedesco e per l'Europa ·

A Helmut Kohl piaceva dire che la sua vera vocazione era quella del contadino. Del contadino aveva la pazienza, la cura per il lavoro ben fatto e la speranza. Il raccolto infatti è solo in parte un frutto degli sforzi dell’uomo. Ciò che veramente decide è la volontà di Dio. Anche il politico deve cercare di discernere la volontà di Dio nella storia per cooperare con essa. Se il Signore non costruisce la casa invano si affaticano gli operai. E tuttavia Dio ha scelto di avere bisogno degli uomini. La storia dipende dalle decisioni degli uomini e se l’uomo non sa afferrare la mano che Dio gli tende può precipitare verso l’inferno. Per Kohl l’inferno nella storia era la perdita della libertà e la guerra.

l cimitero teutonico in Vaticano

Una volta mi ha portato a vedere il camposanto teutonico a Roma. Aveva perso da poco le elezioni ma non mi sembrava depresso, anzi era quasi sollevato di essere liberato dalle preoccupazioni della politica del quotidiano. Era fiducioso che la grande politica europea sarebbe continuata nel solco che lui aveva tracciato e guardava al passato e al futuro in una prospettiva più ampia.

In realtà la sua vera vocazione era quella dello storico. In storia si era laureato e cosa è la politica se non la storia del presente, la storia nel suo farsi? Quel giorno Helmut mi ha dato una straordinaria lezione di storia. Passava fra le lapidi e di ognuno conosceva la vita e il ruolo che aveva giocato nella storia della Germania e dell’Europa. Leggeva la storia con gli occhi di chi l’aveva fatta. Spiegava gli errori di chi non aveva saputo prevedere e orientare il sorgere delle grandi passioni popolari, di chi aveva seguito il popolo invece di guidarlo. E spiegava anche gli errori di chi aveva preteso di guidare senza prima avere ascoltato e compreso. Il popolo sceglie sempre la cosa giusta, se dei politici responsabili gli spiegano le alternative che gli si aprono davanti e gli illustrano le conseguenze delle sue scelte. Per il nazismo non era stato responsabile il popolo tedesco ma le insufficienze, la incapacità, la viltà delle sue classi dirigenti: quella politica come quella culturale, quella economica come quella ecclesiale. L’occasione della pace si era presentata ma non era stata colta. Poi si era scivolati verso la guerra. Un ruolo lo aveva giocato anche la stupidità dei ceti dirigenti dei paesi occidentali.

Non so come ci siamo trovati a parlare di Platone. Io gli ho raccontato la storia della barca dei folli. In una nave c’è un capitano che conosce la scienza della navigazione ma l’equipaggio non gli dà fiducia, crede che la scienza della navigazione sia facile e alla portata di tutti e così legano il capitano all’albero maestro e portano la nave a sbattere contro gli scogli. Platone trae la conclusione che i filosofi (i competenti) devono governare. Kohl però non amava i governi dei “competenti” e subito mi ha fatto una osservazione folgorante: «Quello non era un capitano ma al massimo un ufficiale della navigazione. La prima dote di un capitano è la capacità di conquistare e mantenere la fiducia dei suoi uomini». Forse un poco gli piaceva dare lezioni di filosofia a un filosofo famoso!

Quel giorno ho capito che Kohl aveva un grande amore per il popolo tedesco e per l’Europa e che questi due amori erano indissolubilmente congiunti. L’essenza dello spirito tedesco era per lui la forza che viene dalla scoperta della interiorità e della libertà. In questo è la grande eredità di Lutero.

Ma questa scoperta pone lo spirito tedesco davanti alla necessità di una scelta: porre la forza della libertà al servizio della volontà di potenza oppure al servizio della verità e della legge. L’idea della legge e del diritto coincide con il principio cattolico e della romanità.

In questa seconda scelta c’è la grande tradizione di Carlo Magno e di Ottone il Grande: la cattolicità è un elemento intrinseco dello spirito tedesco e la relazione ai popoli latini e agli altri popoli europei è ciò che lo rende fecondo e gli impedisce di capovolgersi e di diventare distruttivo e autodistruttivo. Allora ho capito perché Kohl non voleva una Europa tedesca ma una Germania europea. Ho capito anche quanto la sua idea dell’Europa fosse lontana da un superficiale cosmopolitismo che vede nell’Unione una specie di annullamento delle identità nazionali e non invece la loro alleanza che le conferma e rafforza nella loro identità.

Dalla sua visione della storia tedesca ed europea nasceva anche il suo amore per l’Italia. Ricordo molti colloqui sulla partecipazione dell’Italia alla moneta comune europea. Io sostenevo lealmente la posizione del governo italiano di allora ma anche non gli nascondevo le mie perplessità: non sarebbe stato meglio che l’Italia prima facesse le riforme e poi entrasse nell’euro? Credo che sia stato Carlo Azeglio Ciampi a convincerlo: mi disse che non era possibile iniziare l’euro senza l’Italia per quello che l’Italia aveva significato nella storia dell’Europa e anche perché se fosse rimasta fuori dell’euro l’Italia le riforme non le avrebbe fatte mai.

Poi cambiò argomento e mi raccontò di quando suo figlio Peter ebbe un terribile incidente d’auto in Italia, della competenza professionale ma anche del calore umano con cui era stato trattato e che anche lui e sua moglie Hannelore avevano sperimentato quando erano venuti a trovarlo. Mi disse: «Darei volentieri metà della nostra efficienza in cambio di metà della vostra umanità».

Molte ore abbiamo trascorso parlando del Papa polacco. Voleva sapere, voleva capire. Così ci siamo avvicinati insieme all’uomo Wojtyła attraverso la sua storia e la storia del suo popolo. Una volta mi ha detto: «Io davanti alla bandiera tedesca mi metto sull’attenti. Davanti alla bandiera francese mi metto sull’attenti due volte, perché mi ricordo il male che i tedeschi hanno fatto alla Francia». Allora gli ho detto: «E la Polonia? La Polonia ha sofferto per mani tedesche ancor più che la Francia». Gli ho raccontato della paura e dell’odio per la Germania che era stato un sostegno fondamentale per il regime comunista e gli ho detto che il primo polacco che mi aveva parlato dei tedeschi con umanità e simpatia era stato Wojtyła, che era stato il protagonista del perdono reciproco dei vescovi polacchi e dei vescovi tedeschi. Lui rimase molto impressionato e mi disse che ci voleva un grande coraggio morale, in una nazione in cui tanti milioni di cittadini erano morti per colpa dei tedeschi, per chiedere perdono ai tedeschi per l’ingiustizia commessa verso di loro quando a milioni furono cacciati dalle loro case e dalla loro terra alla fine della seconda guerra mondiale.

La riconciliazione con la Polonia e più in generale con i popoli slavi è stato un cardine della sua politica e una delle chiavi del cosiddetto “allargamento”. Lo affascinava il modo in cui Giovanni Paolo ii sapeva parlare all’anima delle nazioni e aveva guidato una resistenza morale contro i regimi totalitari che aveva fatto crollare l’ordine di Yalta senza guerra. Trovava un solido terreno comune nel legame di libertà e verità che stava anche alla base della loro comune visione della storia.

Stava invece dalla parte dei teologi e dei vescovi tedeschi nella controversia che li opponeva al Vaticano sulla Humanae vitae. Molte volte io gli ho spiegato la dottrina comune della Chiesa ma non so se sono mai riuscito a convincerlo. Una volta però mi ha detto: «Io sono cattolico. Non potrei mai essere me stesso fuori della Chiesa, quali che siano le difficoltà che possa avere su qualche punto della sua dottrina».

Era preoccupato per l’avvento al potere di una nuova generazione di politici che non avevano conosciuto la guerra e davano per scontata la pace, almeno fra i popoli europei. Lui si chiamava Helmut in ricordo dello zio, morto nella prima guerra mondiale e portava sempre nel cuore il ricordo del fratello, caduto nella seconda guerra mondiale: sapeva bene che la pace è il frutto fragile di una continua tensione morale, di uno sforzo di comprensione reciproca e di una giusta politica. Basta allentare gli sforzi o distrarsi per un attimo perché essa vada perduta. In modo particolare lo preoccupava che in Germania crescesse una nuova generazione che voleva essere “come gli altri”. I tedeschi non sono come gli altri. Kohl non credeva nella responsabilità collettiva ma sapeva che i tedeschi non possono dimenticare la loro storia. Da essa deriva una particolare responsabilità per l’Europa e per la pace. Non possono dimenticarla.

Alla fine degli anni novanta Kohl riconobbe di avere accettato contributi per il partito da persone che non volevano essere nominate e di averli registrati contravvenendo alla legge sui partiti. Bisognava ricostruire la Cdu nei nuovi Länder dell’est, gli ex comunisti avevano molti denari, i socialdemocratici avevano ricevuto la restituzione dei beni che erano stati sequestrati dai nazisti e dai comunisti al vecchio partito socialdemocratico per un valore di 70 milioni di marchi, i democristiani erano senza mezzi. Non si trattava di un reato penale ma di una contravvenzione amministrativa per la quale il partito (non Kohl personalmente) era tenuto a pagare una multa pesantissima. Kohl volle pagarla lui con i contributi regolarmente registrati dei suoi amici e ipotecando la sua casa di Oggersheim. Si rifiutò invece di fare i nomi dei donatori perché aveva dato loro la sua parola d’onore di non farlo. Si scatenò contro di lui una caccia alle streghe, si disse che quei denari erano il prezzo della protezione accordata ad affari illeciti. Molti che gli dovevano tutto si rivoltarono contro di lui con una incredibile acredine e uno straordinario livore. La sua vita fu passata al setaccio alla ricerca di un indizio di corruzione senza trovarlo. Più tardi si riconobbe la falsità delle accuse e a Kohl fu restituito il suo ruolo di padre della patria europea.

Nel frattempo anni decisivi erano passati in cui il grande progetto europeo era stato fermato e stravolto senza che Kohl potesse alzare la sua voce a difenderlo. Sarebbe bastato andare a trovarlo a casa sua, a Oggersheim, per vedere come questo uomo per le cui mani erano passati migliaia di miliardi di euro viveva se non poveramente certo senza nessuna ostentazione, come un funzionario dello stato o un professore universitario in pensione.

Amava la sua famiglia. Ricordo la tenerezza con cui parlava della moglie, Hannelore, e ancora di più la tenerezza con cui la guardava quando erano insieme. Hannelore soffriva di una terribile allergia alla luce. Prima non tollerava la luce del sole ed era costretta a una vita notturna. Poi non sopportava neppure quella della luna. Quando si tolse la vita andai al suo funerale, nel duomo di Spira. Ricordo che quando Helmut mi venne incontro pensai: «Mio Dio, è diventato più basso di dieci centimetri. Cammina come se portasse sulle spalle un peso immenso». Mi abbracciò forte forte e mi disse: «Meglio morire sette volte». Tempo dopo mi disse che era stata come la scelta di uno che va in montagna legato in cordata con degli amici e cade in un burrone. Se taglia la corda non è perché voglia morire, ma perché non vuole che altri muoiano insieme con lui.

Dopo qualche anno mi disse che c’era di nuovo una donna che stava entrando nella sua vita. Io gli dissi: «Una donna non è un giocattolo, se la ami la sposi». Lui lo fece davvero. So che molti hanno criticato questa scelta che a me è sembrata molto umana e molto cattolica. Molti hanno criticato anche la nuova moglie, Maike Kohl-Richter. Io le sono molto grato perché gli è stata accanto in modo esemplare, salvandolo dalla depressione e regalandogli alcuni anni di vita e preziosi momenti di felicità.

Era un uomo di fede semplice e sincera, una fede pensata e vissuta che era anche la solida base del suo impegno nella vita e nella politica, per il suo paese e per l’Europa.

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