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Leggere partecipando

· Il declino di un mondo culturale nel libro di Edoardo Albinati ·

«Per scrivere un cattivo romanzo basta dire tutto» dichiarava lo scrittore inglese Edward M. Forster negli anni Trenta del secolo scorso e alcuni decenni prima Oscar Wilde irrideva così coloro che credevano di poter raccontare il vero: «Lo scrittore che chiama zappa la zappa, meriterebbe di doverla usare per il resto dei suoi giorni». Sembra invece che Edoardo Albinati nel suo ultimo libro abbia voluto dire proprio tutto e tutta la verità — «il problema della verità è se dirla o non dirla» — e, nonostante le autorevoli convinzioni dell’understatement anglosassone, La scuola cattolica (Rizzoli) risulta essere una bellissima opera letteraria.

Quest’estate molte persone l’hanno letta o la stanno ancora leggendo. Gli ozii estivi hanno offerto il momento ideale per dedicarsi alla lettura di un libro che si presenta subito impegnativo se non altro per il suo peso reale e le sue già mitiche 1294 pagine. Inoltre fin dai primi capitoli ci si rende conto che nonostante il suo carattere incerto — «è un trattato di morale? un giallo? una autobiografia? una presa di posizione politica? un saggio femminista? Montaigne? Agostino?» — l’autore ha la capacità di chiamare con intensità il lettore a seguire ciò che scrive e a diventare in qualche modo suo «intimo» date le tante ore che ci si prepara a passare insieme. E questo grazie ai fatti che sa raccontare così bene, il tono incalzante della scrittura, l’andamento strutturale erratico che sollecita una sempre rinnovata partecipazione. Infatti dopo un poco si partecipa e basta.

Il libro tratta del delitto del Circeo che tutti vorremmo aver potuto dimenticare senza riuscirci. Quella orrenda storia si è incisa nella memoria, tanto da rendere sinistra quella zona meravigliosa della costa mediterranea. Il caso ha voluto che i torturatori delle due ragazze abbiano frequentato a Roma la stessa scuola di Albinati e vissuto nello stesso quartiere. Di questa coincidenza l’autore sembra non darsi pace: questa prossimità lo riguarda? E perché? E fino a che punto?

Il racconto inizia con i ricordi di scuola, il San Leone Magno, scuola privata a indirizzo religioso, compagni e insegnanti vengono minuziosamente definiti. Lo scrittore descrive il quartiere dove è nato — non è mai una voce narrante distaccata, per quelle strade ha passeggiato, ha giocato a pallone, ha girato in motorino — e la classe sociale che ci vive è la stessa a cui appartiene la sua famiglia, genitori per bene, l’educazione religiosa a sostegno di quella civile, la convinzione non esibita di rispondere a una estetica decorosa e appropriata a un certo agio economico. La gente la zona e la scuola si assomigliano, abitudini tranquille, vialetti alberati, silenzio serale, brevi passeggiate prima di cena, saluti discreti fra conoscenti.

Non solo questa specifica classe sociale, non solo il quartiere Trieste che ne era l’espressione fedele non si salveranno dal declino: le rivoluzioni degli anni Settanta cambieranno profondamente e irreversibilmente il costume di tutta l’Italia. Un tempo, nel bene e nel male, stando al racconto di Albinati, l’educazione religiosa sanciva e consolidava la classe borghese, vi era una alleanza che legittimava e rassicurava entrambe.

La tesi del libro che si delinea a poco a poco è che le nuove leggi, permettendo libertà di comportamento inimmaginabili pochi anni prima, e l’emancipazione delle donne, essendo più vistosa, scardineranno in tempi brevissimi il buon vecchio sistema con le sue falsità e ipocrisie. Il nuovo stato di cose permetterà a forze fino ad allora contenute di esplodere. Per i giovani maschi si tratterrà di affrontare impreparati nuove regole del gioco nelle relazioni amorose, e i rapporti sessuali con ragazze disinibite susciteranno sentimenti contrastanti.

Smarrimenti, angosce e ferocia furono le condizioni psicologiche che spinsero tre ragazzi di «buona educazione» a mettere in opera la prolungata tortura di due ragazze e la morte di una delle due, ragazze forse troppo pronte a godersi l’improvvisa libertà che si offriva loro. Il femminismo, considerato dall’autore «il più innovativo movimento politico degli ultimi cento anni nonché quello più drammaticamente attuale», ha però anche contribuito al formarsi di una recrudescenza di violenza contro le donne. Il procedere meditativo di questo libro offre al lettore bellissime pagine sul carattere proprio della crudeltà, che è tale specialmente se gratuita.

A questo punto del libro il delitto del Circeo si rivela in tutta la sua centralità anche grazie al sorprendente punto di vista dell’autore: l’efferata brutalità dei ragazzi non fu il prodotto di una violenza tutta sessuale ma semplicemente della violenza maschile di cui fin dai primordi della storia la naturale destinataria è l’essere umano femminile. Se la vittima all’improvviso non è più così a portata di mano, se questo stato di cose «naturale» rischia di alterarsi, l’aggressività sulle donne da parte dell’uomo non conosce limiti. Albinati persegue un tragitto coraggioso di autocoscienza, certo impopolare, riporta la vicenda umana a una semplificazione estrema, alla differenziazione originaria.

Forse il maggior merito del libro consiste in ciò che gli viene più spesso criticato: il non essere un prodotto ben definito, non un vero romanzo, né una vera autobiografia, né un vero trattato di morale. Il lettore è sollecitato a un continuo cambiamento di rotta, a rivedere giudizi formulati in precedenza, a una disponibilità ad accettare le imprese — autobiografiche? — dell’autore a denti stretti, comportamenti che appaiono spesso inconciliabili con quelli di un professionista che passa molte ore della sua vita nelle carceri per insegnare letteratura ai detenuti.

di Isabella Ducrot

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21 maggio 2019

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