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Leggere
il frontespizio dei cieli

· Venticinque anni fa moriva Margherita Guidacci ·

«All’ipotetico lettore / Ho messo la mia anima fra tue mani. / Curvale a nido. Essa non vuole altro / che riposare in te. / Ma schiudile se un giorno / la sentirai fuggire. Fa’ che siano / allora come foglie e come vento, / assecondando il suo volo. / E sappi che l’affetto nell’addio / non è minore che nell’incontro. Rimane / uguale e sarà eterno. Ma diverse / sono talvolta le vie da percorrere / in obbedienza al destino».

«Tree of Life Memorial» (St. Martins in the Bull Ring, Birmingham)

Appartenente alla silloge Anelli del tempo consegnata poco prima della morte a padre Massimiliano Rosito, amico e direttore di «Città di Vita», che la pubblicò nel primo anniversario della morte, All’ipotetico lettore rappresenta per molti aspetti il testamento spirituale di Margherita Guidacci (Firenze 25 aprile 1921 – Roma 19 giugno 1992) sulla propria opera.

Tutta la poesia infatti non è che il diario di un’anima, percorso spirituale di una vita, limpido e trasparente anche nel crogiuolo del dolore, che segnò profondamente la sua esistenza, al punto che Mario Luzi, rievocando il momento del primo incontro, associò la sua figura a «un’impressione di luce festosa, una letizia mentale, accompagnata però da un senso luttuoso», «suggestione di un incanto rituale al suono di un’arpa; di una cetra che spesso ha delle vibrazioni alte e alle volte delle vibrazioni sorde, ombrose, luttuose».

«Avevo conosciuto prima lo sfiorire che il fiorire — scrisse di sé — avevo veduto prima come si muore che come si vive, e nella vita ero entrata, per così dire, a ritroso, senza poter staccare lo sguardo dal termine che ci attende sulla terra, il disfacimento della carne», così introduceva un articolo per «Il popolo» dedicato a Clemente Rebora. A soli dieci anni aveva assistito infatti alla morte del padre, Antonio Leone Guidacci, noto avvocato di Firenze che condivideva lo studio con Piero Calamandrei.

Figlia unica, Margherita crebbe con la madre e la nonna materna. Timida e introversa, a disagio nel rapporto con i bambini della sua età, i libri furono la più assidua compagnia della sua infanzia. E a conferma che la poesia è visita e dono, già dai primi anni affiorano i segni di una chiamata come in obbedienza al destino: «La mia tematica è probabilmente legata ad uno dei primi ricordi della mia vita. Avevo quattro anni e mezzo: (…) Mia nonna era seduta in una grande poltrona vicina al caminetto; ed io sedevo ai suoi piedi, su un panchettino imbottito, appoggiando la schiena contro le sue gonne. A un tratto, non so come né perché, parve che le frontiere del mio mondo infantile — fino allora eterno, incomunicabile ed immutabile, di fronte al mondo anch’esso eterno, incomunicabile ed immutabile degli adulti — cadessero polverizzate. Sentii allora, con una violenza che mi fece paura, la continuità fra mia nonna e me, l’unicità della corrente — sangue e tempo — che ci attraversava (…). Per un attimo mia nonna non ebbe neppure un’individualità diversa dalla mia: era un’altra me stessa, che mi aspettava al termine di un’esperienza sconosciuta. O — faceva lo stesso — io ero lei, prima di quella esperienza. E tra i due momenti, che ormai mi apparivano drammaticamente intercambiabili, si svolgeva la legge di crescita e di decadenza, la legge ineluttabile a cui nessuno poteva sfuggire, che aveva appunto nome Tempo. Naturalmente le mie di allora non furono riflessioni ma impressioni che intuii collegate ad una realtà più grande di me, tanto che dissi a me stessa: “Debbo ricordarmene per più tardi. Più tardi capirò.” (…) Le mie risposte a quel ricordo e i miei ripetuti sforzi di capire sono stati l’impulso primo e il tema in senso profondo, dei miei tentativi poetici».

Ma la poesia nasce insieme al senso della pietas: era ancora giovane quando, appresa la notizia della tragica fine di Federico García Lorca, che da poco aveva iniziato a conoscere, chiese a un anziano sacerdote amico di celebrare una messa in suffragio.

Ne accenna indirettamente, a distanza di mezzo secolo, per una testimonianza su Nicola Lisi rievocando nel celebrante una figura lisiana. Margherita ricorda ancora commossa il candore infantile del celebrante, il quale, non conoscendo l’amico per cui avrebbe celebrato, si presentò all’altare, scusandosi per non aver trovato i paramenti a lutto, con una pianeta splendente di tutti i colori dell’arcobaleno: «Così pregammo insieme, due “semplici”, si potrebbe dire, usciti dall’Arca lisiana, e me ne venne una grande consolazione che si rinnova ogni volta che penso a Don Antonio in quella luminosa veste iridata, che pareva un poetico emblema del Paradiso».

Cugino della madre, Lisi frequentava regolarmente la casa e le fece conoscere la poesia contemporanea a partire da Montale. A quel periodo (1939) risale Canto di prigionieri polacchi, scritto «quando la Polonia, dopo una breve disperata resistenza era caduta sotto il duplice maglio della Germania di Hitler e della Russia di Stalin. Migliaia di persone venivano deportate (…). Avevo solo diciotto anni, e nella poesia si nota una giovanile esuberanza di immagini (…). Ma nonostante le sue imperfezioni, amo sempre quella poesia, per il sentimento con cui la scrissi e perché essa segnò per me un inizio: non era la prima in assoluto che io scrivessi, ma fu la prima in cui presi coscienza di voler essere, nella mia vita, un poeta».

All’età di diciannove anni si accorse di possedere la facoltà della rabdomanzia — ne scrisse ripetutamente — un impulso vitale di forza prorompente che scomparve col matrimonio, rimanendo indelebile tuttavia nella memoria perché appartenente alle profondità insondabili dei misteri della vita.

Amante dello studio, brillante nei risultati in ogni disciplina scolastica, davanti alla scelta della facoltà universitaria non fu senza esitazioni tra la letteratura e la matematica. Fu ancora Lisi a introdurla nell’inverno 1942 nella biblioteca di Giovanni Papini: Margherita stava preparando la tesi di laurea con Giuseppe De Robertis su Ungaretti, che avrebbe impostato sul rapporto dialettico tra innocenza e memoria.

«Non so attribuire alla vicinanza nel tempo — scriveva nel 1945 — più valore che alla vicinanza nello spazio: vale a dire, un valore quasi nullo. Ne desumiamo solo degli elementi molto esteriori, delle convenzioni superficiali che non incidono il vivo dell’anima. Il tempo dell’anima è l’eternità. E io non so concepire che spiriti coeterni che si adunano dalle epoche più disparate; che formeranno nell’al di là quei gruppi radiosi, quei contemplanti e unanimi, riuniti da affinità sostanziali sulla quale la polvere multicolore dei diversi secoli non può influire. I miei veri contemporanei sono quelli che appartengono alla mia medesima linea spirituale, sia che essa si ramifichi nel presente, sia che affondi verticalmente nel passato e nell’avvenire. Sono coloro coi quali coesisterò nel Paradiso: e non mi curo molto degli incontri di quaggiù».

I poeti che più amava, quelli che costituirono un punto di riferimento per il suo stesso lavoro furono Giacomo Leopardi, Emily Dickinson, Thomas Stearns Eliot, Rainer Maria Rilke, Montale. Lesse sin da giovane le Sacre Scritture e tra i libri biblici aveva una predilezione per i sapienziali e i profeti. Collaborò con numerose riviste letterarie (tra le quali si ricorda «Città di Vita» non solo per le traduzioni di autori spesso ancora sconosciuti in Italia, ma anche perché vi pubblicò poesia propria), periodici e quotidiani (come «Il Popolo», il «Giornale di Brescia» e «L’Osservatore Romano»).

Testimone di resurrezione all’orizzonte di questo mondo, il caso di Margherita Guidacci conferma la formula, non di rado abusata, di “letteratura come vita” mentre compiutamente sintetizza un destino che porta qualcosa di unico tra i poeti: l’amore che nella vita si percepisce come anticipazione dell’eterno — «ci fu dato / leggere almeno il frontespizio dei cieli» — oltrepassa la soglia della vita stessa e dischiude le porte all’eternità: l’affetto nell’addio «non è minore che nell’incontro. Rimane /uguale e sarà eterno».

di Anna Maria Tamburini

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26 agosto 2019

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