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Leggendo Frassati fra una tappa e l'altra

· ​Tavole a fumetti per raccontare le grandi imprese di Ginettaccio ·

Gino Bartali in uno dei fumetti disegnati da Valentino Villanova

«Per andare a scuola, doveva affrontare una ripida salita. Da Ponte a Ema verso Firenze, in sella a una bici che pesava come un cancello. Poi sono arrivate le prime gare e le prime vittorie, e con esse la decisione di diventare un ciclista, nonostante non fosse il lavoro che suo padre aveva immaginato per lui. Da quel momento, la sua carriera non si è più fermata». Paolo Reineri nel suo ultimo libro sta parlando del suo eroe sportivo preferito, quel maledetto toscano che ha coniato la celeberrima frase «gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare»: A colpi di pedale. La straordinaria storia di Gino Bartali (Città di Castello, Ave, 2017, pagine 128, euro 10). Una vita davvero fuori dall’ordinario, in molti sensi e per molti motivi, che per essere raccontata ha bisogno di mezzi espressivi diversi, raccolti in uno stesso piccolo, agile volume: le tavole a fumetti di Valentino Villanova illustrano saggi, commenti, testimonianze raccolte dalla stampa dell’epoca, accompagnate da un’intervista a un campione del presente, Vincenzo Nibali. Reineri non teme di sfiorare la retorica, parlando del suo eroe: «A colpi di pedale in cima ai Gran Premi della montagna e poi in picchiata verso il traguardo, per trionfare nelle grandi corse e nelle classiche di mezza Europa. A colpi di pedale, a rischio della propria vita, per salvare centinaia di ebrei dalle persecuzioni nazi-fasciste, nascondendo documenti falsi nel telaio dell’inseparabile bicicletta. A colpi di pedale sulle strade di Francia, correndo per l’Italia libera ma in subbuglio dopo l’attentato a Palmiro Togliatti. A colpi di pedale guidato da una grande fede in Dio e con il desiderio nel cuore di fare sempre il bene, senza bisogno di farlo sapere troppo in giro. Questo è stato il grande Gino Bartali».
Tutto vero, tutto documentato o documentabile. Dopo gli anni durissimi della guerra, trascorsi salvando in segreto centinaia di ebrei, per cui rischiò la vita trasportando i documenti falsi, scrive Reineri, Gino aveva ancora in serbo un po’ di sorprese per i suoi tifosi e per i lettori delle riviste dell’Azione cattolica. Il trionfo al Tour de France del 1948 è entrato nella leggenda per un duplice motivo: da un lato l’impresa sportiva, mai riuscita prima, di vincere a dieci anni di distanza la Grande Boucle e dall’altra la grande rimonta in classifica nella seconda parte della corsa a tappe, in parallelo con i fatti che accadevano in Italia dopo l’attentato a Palmiro Togliatti. I giornalisti de «Il Vittorioso» e «Gioventù» non mancarono di sottolineare entrambi gli aspetti, esaltando la seconda giovinezza di Ginettaccio. «Chi scrive abita in un rione popolare della periferia di Roma e ricorderà sempre ciò che successe dopo l’annuncio dato alla radio della clamorosa impresa di Bartali. Erano le 8,15 d’una sera ancora piena di tensione, nell’aria erano sospesi gli urli d’una folla irragionevole, le ultime bandiere rosse di ritorno da Piazza Esedra dove avevano concionato gli incendiari Longo e Pertini erano appena ritornare nelle sezioni, quando improvvisamente dopo l’annuncio radiofonico, si aprirono le finestre e gente si affacciò in maniche di camicia ai davanzali gridando: «Ahò, hai visto Bartali?». E davanti ai bar alcuni giovanotti si abbracciavano accennando un motivo di danza. Lo sciopero era vinto. L’insurrezione sdrammatizzata a colpi di pedali». Ginettaccio era sempre lo stesso, quello del 1938, quello che in montagna aveva già vinto un «Tour». A Briançon, ad Aix Les Bains, a Losanna». In vent’anni di carriera, più volte Bartali rilasciò interviste alle testate legate all’Azione cattolica e sempre volle sottolineare la sua appartenenza all’associazione. Nel suo primo colloquio rivelò la sua particolare passione per uno di quei testimoni che continuano ancora oggi a ispirare la vita di tanti giovani. Alla domanda su che cosa leggeva, oltre all’ovvia consultazione dei giornali sportivi, rispose: «Le biografie. Non leggo i volumoni perché non sono per me. Mi accontento di racconti brevi. [...] Un’altra vita che mi è piaciuta molto è quella di Pier Giorgio Frassati. L’ho letta l’anno scorso fra una tappa e l’altra del giro di Spagna. Sono rimasto entusiasta». E qualche anno più tardi, dopo la vittoria del suo secondo Tour de France, ricordando come non avesse mai sostituito il distintivo dell’Azione cattolica con quello del fascismo, «non ho mai tradito le mie origini. Già da ragazzo, quando facevo l’apprendista, in una bottega da ciclista, appartenevo all’Azione cattolica». Nel 1949, un cronista de «Il Vittorioso» raccontò della casa di Bartali in via Paolo Mascagni a Firenze, posta in cima a «una rampa che a stento le macchine riescono a scalare in prima». Si dice che questa rampa dura sia stata in passato il banco di collaudo della forma del nostro campione, ed egli la compiva ogni qualvolta dall’allenamento tornava a Ponte a Ema. E tanto gli piacque questa strada bianca che affoga in un mare di verde bottiglia che non appena poté comprò la terra e vi costruì con la collaborazione di un architetto amico i due piani di casa sua. Se qualcuno gli chiedeva conto della sua fede, rispondeva per le rime: «L’aggettivo che i giornalisti francesi accomunavano più spesso al mio nome era quello di «pio». Io ero per tutti «Gino le pieux». Non tollerava le chiacchiere inventate intorno alla sua fede, come l’accusa di essere sempre in ritardo alle partenze a causa della messa o di fiori da portare alla Madonna. In realtà Gino era tra gli ultimi a raggiungere la linea di partenza perché si informava minuziosamente sulle condizioni fisiche dei suoi compagni di squadra, per lui fondamentali. «Non capisco poi tutta quella meraviglia per il segno della croce che mi sono fatto appena sceso di sella al Parco dei Principi. Era naturale, no? Naturale, direi, se mi è lecito l’accostamento, come il segno di croce del mio concittadino Giorgio La Pira dopo il suo discorso alla Costituente».

di Silvia Guidi

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16 settembre 2019

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