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L’educatore eroe negletto

· Punti di resistenza ·

Una realtà abbastanza negletta è quella della scuola, dove da decenni sembrano non avvenire cambiamenti significativi, segnali e prove di esistenza, come fosse un mondo addormentato, se non morente. Ancora per molti la scuola non è importante, non dico la scuola statale con i suoi problemi, ma la scuola in generale, cioè la formazione, lo studio, l’educazione.

Il concetto di educazione, disintegrato dal Sessantotto, non è mai tornato a vivere veramente, in modo nuovo e vero, originale. Fino a poco tempo fa i ragazzi non dovevano essere chiamati allievi, ma utenti. Ancora per molti gli insegnanti fanno un lavoro facile e pieno di vacanze, una vera pacchia: diciotto ore a settimana! Pochi sanno che dietro ogni ora di lezione ce n’è un’altra di preparazione, e poi la correzione dei compiti, le riunioni, sì che le ore di lavoro dell’insegnante sono ben più delle 36 degli impiegati.

Le ore poi in cattedra non sono come ore normali. Ricordo che quando insegnavo agli adulti, in una scuola serale, faticavo molto meno, era una passeggiata. I ragazzi, gli adolescenti, sono un mare in tempesta, pieno di vita ma anche pieno di pericoli. Proprio perché in formazione, davanti a continue tentazioni, impressionanti rollii e beccheggi, e per l’energia del loro chiedere, e del loro dare, difficilissimo e stressantissimo è il lavoro degli insegnanti.

E importantissimo.

Tutti dovrebbero provarlo, almeno per un breve periodo, come una specie di servizio civile obbligatorio. Solo così si capirebbe quanto impegno, e dedizione, e fatica richiede questo lavoro. Dell’importanza della scuola molti si riempiono la bocca, ma sono solo parole, nessuno fa niente. E per un motivo molto semplice: non si sa cosa la scuola debba essere, cosa possa essere. Non è solo una confusione individuale, ma è una confusione sociale, culturale. Per questo è impossibile riformarla. Sappiamo che non può essere solo informazione, sappiamo che è formazione, ma su cosa veramente sia la formazione non c’è chiarezza. Sia gli insegnanti che i ragazzi sono spaesati, ma soprattutto gli insegnanti.

Non tanto perché gli si dà poco di stipendio (e questo già la dice lunga su quanto siano tenuti in considerazione), ma perché non c’è un’idea e una volontà comune, che giustifichi i costi enormi della scuola in termini economici, e in termini umani. Per questo oggi la scuola è uno dei fronti più attivi della resistenza. È vero che ci sono molti insegnanti che fanno poco (anche se far poco non è facile coi ragazzi, la loro energia non può non travolgere l’insegnante e costringerlo a fare, magari fare male ma fare), ma tantissimi mettono nella scuola e nel rapporto coi ragazzi tutte le loro energie, consapevoli delle loro enormi responsabilità e del loro ruolo cruciale, che la società non gli riconosce.

Resistono sulla loro cattedra insieme ai ragazzi, nonostante il mondo vada contro di loro. Voglio parlare di un insegnante della scuola dove lavoro, che è un liceo vicino Roma. Questa persona, vicina alla pensione, è affetta da qualche anno da una malattia alle gambe che va via via peggiorando, e l’ha costretto alle stampelle e a una grande difficoltà nel movimento. Ora gli insegnanti, si sa, sono sempre in movimento, tra le classi e dentro le classi, per scale e corridoi nei labirinti delle scuole. Lui potrebbe stare a casa, chiedere malattia, invalidità, e invece viene tutti i giorni a scuola, e tutti i giorni affronta i ragazzi con una passione e un’energia strepitosa. È l’anima di un laboratorio teatrale che ogni anno sforna uno spettacolo di ottimo livello che coinvolge una gran quantità di ragazzi. Lui insegna non solo la sua materia ma a stare al mondo, discute e combatte coi ragazzi, li stimola a crescere e sorveglia sulla loro crescita. Per molti giovani è un punto di riferimento, un punto di appoggio, lui che non ha appoggi, che si appoggia alle stampelle. E per tutta la loro vita, ne sono certo, continuerà a brillare. A lui — si chiama Mauro Rutolo — voglio dedicare una poesia che ho scritto sulla resistenza, che non è solo quella gloriosa dei partigiani, ma la resistenza di ognuno, il compito di ognuno che esiste: «Noi della resistenza non è che andiamo in strada a sparare, / né ci nascondiamo in montagna, / né scriviamo sui giornali, / noi della resistenza non facciamo niente / ma quando moriremo avremo nella nostra mente / un ordine beato che ci ha consolato, / ci ha accompagnato nella vita, ci ha dato gioia / e felicità, ha fatto sì che la vita valesse veramente viverla, / morderla con tutti i denti come un pomo, / e quando moriremo questo paradiso / che noi abbiamo trovato, che era per strada / sotto gli occhi di tutti, / lo porteremo con noi sotto terra / e anche sotto terra continuerà a brillare».

di Claudio Damiani

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22 agosto 2019

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