Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

L'eden di cemento

· La sfida dell'edilizia sacra ·

Sono davvero tante le chiese realizzate in Italia all’indomani del concilio Vaticano ii (1962-1965). Monsignor Giancarlo Santi ha parlato più volte di cifre concrete: più di cinquemila realizzazioni, con un impegno pastorale ed economico intenso e prolungato. Un ampio patrimonio religioso, per lo più sconosciuto; composto da un gran numero di centri parrocchiali, parte integrante delle nostre realtà locali. Ogni quartiere ne ha uno, a volte anche di più, a seconda della densità abitativa.

Tutti sono inscrivibili in un processo progettuale che non prescinde dalle dinamiche socio-politiche, culturali e urbanistiche. Anzi. Il dibattito in corso, negli ultimi anni, sull’identità delle nuove chiese, dimostra quanto sia complessa la loro valutazione, se si prendono in considerazione le componenti esterne che hanno influito sul progetto. Appare inutile dare giudizi su un’architettura senza conoscere il suo background; un’affermazione alquanto scontata, ma certamente poco applicata nel campo delle architetture del sacro. Sarebbe bastato conoscere quel fil rouge, che collega tutti i complessi parrocchiali realizzati all’indomani del secondo conflitto mondiale, per non dare pareri affrettati sulle chiese-garage/capannoni. La presenza di due leggi statali (n. 2522 del 1952 e n. 168 del 1962), in materia di edifici di culto, ha consentito alla gran parte delle diocesi italiane di realizzare nuovi luoghi di culto e di aggregazione pastorale, nei vasti quartieri di recente edificazione.

La ricognizione storica deve essere alla base di un filone di ricerca, per ripercorrere il passato. Nel progetto di un edificio di culto convergono diversi fattori: architettura, arte e liturgia devono perseguire uno stesso risultato, per rispondere alla committenza, educare e, al tempo stesso, “conquistare” la comunità.

I progetti pilota Cei stanno lavorando, negli ultimi anni, in questa direzione (sei edizioni, dal 1998, per realizzare complessi parrocchiali in aree di espansione del nord, centro e sud Italia); l’obbligo di una squadra formata da progettista, artista e liturgista e il confronto, in seconda istanza, con le diocesi, sono espressione di quella progettazione partecipata di cui necessita un edificio di culto. Solo la compartecipazione dei ruoli può garantire un’opera corale, che accolga la comunità con lo spazio, la liturgia e le arti.

Un progetto unitario, però, non vuol dire unico. Due recenti realizzazioni sembrano cogliere l’importanza del progetto partecipato, basato su rapporti fecondi e dialettici: la chiesa della Trasfigurazione (2009), nella frazione Mussotto ad Alba (Cuneo) e la chiesa di Papa Giovanni xxiii (2014) a Bergamo. Due aule liturgiche in antitesi, così per gli involucri esterni, come per i due programmi iconografici contemporanei.

di Carla Zito

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE