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L'ecologia urbana di Egidio da Taranto

Sant’Egidio (ma il suo nome di battesimo è Francesco) Postillo da Taranto, nato quando si era ancora nel secondo decennio del Settecento (1729), viene canonizzato da Giovanni Paolo II soltanto alle soglie del terzo millennio (1996). Già beato alla fine dell’Ottocento, per l’ammirazione dimostrata verso di lui dalla popolazione di Napoli, il “frate dei fondi” sale agli onori degli altari per iniziativa dei suoi concittadini che, convinti di essere usciti indenni dai bombardamenti della prima guerra mondiale, grazie alla sua intercessione, ne invocano unanimi un riconoscimento, ottenendo la solenne proclamazione del loro protettore a patrono di Taranto (1919). 

La messa di Natale del 1968  celebrata da Paolo VI  nel complesso siderurgico di Taranto,  il più vasto d’Italia

Santo per la città dei cantieri navali che, ospitando le flotte francese e inglese, oltre all’italiana, costituisce un ambito target per le bombe nemiche, Egidio è già considerato tale con largo anticipo sul secolo dei grandi conflitti mondiali. Santo per la città del lavoro, e oggi dell’Ilva, Egidio lo è già, quando il padre lo introduce nella bottega di un funaio, amico di famiglia, perché ne apprenda il mestiere. Nei suoi tentativi di introdurre nel mondo dell’impresa il senso di umanità, il rispetto per la coscienza e il valore sacro della persona, già riecheggia il messaggio che Paolo VI avrebbe rivolto agli operai dell’Ilva nel 1968, a cento anni esatti dal riconoscimento delle sue virtù: «Dite una cosa, trovate strano, trovate anacronista, trovate nemico il messaggio del Vangelo qua dentro? Non vi sono uomini vivi, uomini sofferenti, uomini bisognosi di dignità, di pace, di amore qua dentro? Ecco, figli carissimi, perché siamo venuti. Siamo venuti per voi. Siamo venuti, affinché la nostra presenza vi dimostrasse la presenza consolatrice, salvatrice di Cristo in mezzo al mondo meraviglioso, ma vuoto di fede e di grazia del lavoro moderno».
Mastro Ciccio, datore di lavoro di Egidio, non faceva che ripetere per tutta la città di Taranto: «Da quando è venuto lui, la mia bottega sembra un oratorio». Successivamente però, non contento della professionalità acquisita dal figlio nel laboratorio del funaio, il signor Postillo invia Egidio nella bottega dei fabbricatori di felpe, professione assai più concorrenziale di quella dei funai.
Concorrenziale certo e tecnologicamente più all’avanguardia di quella dei lavoratori di corde, ma forse proprio per questo più a rischio per la tossicità non solo delle sostanze impiegate, ma dello stesso ambiente sociale: «Si lavorava in un locale chiuso, tra la puzza degli impianti di lavaggio e tintoria e il rumore dei telai... le volgarità si sprecavano».
Al riguardo, tornano ancora assai propizie le espressioni di Paolo VI, pronunciate sempre nei cantieri dell’Ilva, in quel 1968, anno delle celebrazioni egidiane, che i vescovi pugliesi giunsero addirittura a definire Pentecoste dello spirito.
Affermava Montini, di fronte all’inquietante spettacolo degli alti forni delle acciaierie: «Qui due mondi si incontrano, la materia e l’uomo; la macchina, lo strumento, la struttura industriale da una parte, la mano, la fatica, la condizione di vita del lavoratore dall’altra. Il primo mondo, quello della materia, ha una segreta rivelazione spirituale e divina da fare a chi la sa cogliere; ma quest’altro mondo, che è l’uomo, impegnato nel suo lavoro, carico di fatica e pieno lui stesso di sentimenti, di pensieri, di bisogni, di stanchezza, di dolore, quale sorte trova qui dentro?».
Egidio, infatti, esempio ante litteram delle riflessioni del pontefice, non riesce a resistere allo stress di quell’ambiente lavorativo e deve licenziarsi, rinunciando a un salario assai più elevato di quello percepito nella bottega del funaio: «Basta, qui si scherza col fuoco... Non ne posso più di stare in un ambiente del genere».
Egidio torna a fare il funaio, ma non cessa di meditare sulla sua vita, sul suo servizio alla città del lavoro, sulla sua presenza tra i lavoratori, sul come riscattarsi da quel fallimento, non solo lavorativo, ma umano, fallimento della fraternità. Distribuisce, perciò, parte del suo stipendio ai poveri, nonostante la sua famiglia sia nel bisogno, a causa della morte prematura del padre; ma ancora non gli basta.
Sceglie, allora, di entrare tra i francescani che, ispirandosi a Pietro di Alcantara, già confessore di Teresa d’Avila, rinunciano alle rendite stabili e vivono di pura elemosina: una scelta ardua alle soglie dell’era industriale, con il lavoro che si fa metro di misura, disponendosi alla colonizzazione di una tecnologia, che, spregiudicatamente, avvolge la persona nelle maglie della catena di montaggio.
E proprio considerando i rischi dell’era cibernetica, Paolo VI si chiedeva ancora: «Qual è, in altri termini, la condizione del lavoratore impegnato nella organizzazione industriale? Sarà macchina anche lui? Puro strumento che vende la propria fatica per avere un pane, un pane per vivere; perché prima e dopo tutto, la vita è la cosa più importante d’ogni altra. Ma l’uomo vale più della macchina e della sua produzione».
Nel segno di una logica alternativa a quella della mera produzione, Egidio si trova ormai senza più uno stipendio da condividere con i poveri; uscendo, giorno dopo giorno, per le vie della città, stende la mano a elemosinare il pane che serve per vivere. Il movimento francescano da lui scelto non prevede, infatti, cantine per la conservazione degli alimenti; anzi, rifiuta carne e formaggio, perché sono generi che durano più giorni.
Egidio riconosce, dunque, in uno stile di vita che privilegia la dipendenza più assoluta dagli altri, il modo per ridare spessore umano a una umanità avvinta dall’interesse. E la gente gli si dimostra riconoscente, offrendogli il pane, ma strappandogli l’abito, tagliandolo a pezzetti, fino a lasciarlo in mutande: brandelli d’abito, tessere di un mosaico, quasi a materializzare quel legame sociale, che l’influsso dell’esasperazione tecnocratica, oggi rafforzata dal digitale e dalla robotica, polverizza, rendendolo puramente virtuale. Lo “scartato” dell’industria dei felpai è diventato risorsa di una popolazione che ha riscoperto il potenziale della solidarietà, la bellezza di un’umanità fraterna, calda, divina.
A Taranto, infatti, l’accordo tra autorità ecclesiastiche e civili ha trovato, nella casa natale di Egidio, la materializzazione di una ecologia urbana, che da simbolo potrebbe tornare a essere quella realtà vissuta, quella stessa già prospettata dall’esempio del santo, paradigma della città.

di Giuseppe Buffon

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20 agosto 2019

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