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L’eccesso di misericordia ha un senso

· Settima e ottava meditazione durante gli esercizi spirituali ·

«Non c’è misericordia senza eccessi»: non ha fatto ricorso a giri di parole don Tolentino de Mendonça nell’ottava meditazione, proposta giovedì mattina 22 febbraio durante gli esercizi spirituali che sta predicando al Papa e alla Curia romana nella casa Divin Maestro ad Ariccia. Ma «l’eccesso di misericordia ha un senso» ha affermato, prendendo spunto dalla parabola del figliol prodigo. Perché «la misericordia non è dare all’altro quello che si merita». Anzi «con un effetto etico di inversione, possiamo affermare che la misericordia è offrire all’altro precisamente quello che non merita. È dare di più, è dare al di là, andare oltre».

Lyn Deutsch «L’amore  del padre»

Del resto «la misericordia non si lascia racchiudere in una definizione — ha rilanciato il predicatore — e per comprenderla deve incarnarsi perché possiamo toccarla». E verificare che «è compassione, bontà, perdono, mettersi nei panni dell’altro, caricarsi l’altro sulle spalle, riconciliazione profonda» con uno «stile di gratuità e amore». Al punto che, se «noi facilmente indossiamo la toga del giudice per stabilire cosa si merita l’altro, il Padre misericordioso non si lascia sequestrare dall’impulso del giudizio». Infatti «se non c’è eccesso di amore che aiuti a curare le ferite, apra un altro orizzonte e faccia da leva per il cambiamento, non può esistere soluzione».

Don Tolentino de Mendonça — dopo aver delineato i profili della famiglia proposta dalla parabola, «specchio» anche per noi, insistendo sulle loro relazioni reciproche e col padre, tra poca misericordia, «aspettative malate», «invidia», «cinismo autistico» e «patologia del desiderio» — ha fatto notare che «il Padre non è inconsapevole, sa tutto, eppure abbraccia tutto e tutto copre col suo amore». Infatti a noi «sono sicuramente necessari dei “no” che fanno crescere ma serve il “sì” per toccare il mistero stesso della vita». E «la misericordia è dire “sì” quando ci sarebbe da aspettarsi un “no”»; è «un dovere a cui nessuno ci obbliga» e per questo è «esigente, impegnativa». Ma «non c’è vita senza misericordia».

In fin dei conti, ha concluso, «sappiamo bene come l’immagine di un Dio intransigente e castigatore abbia scaraventato generazioni intere in un’angoscia paralizzante. E come ancora sussista un malinteso sulla giustizia di Dio, con tanti fantasmi e paure che le sono associati». Perciò bisogna «assolutamente annunciare che la giustizia divina non è punitiva bensì illuminata e rivoluzionata dalla misericordia».

La considerazione di essere «pastori e non padroni» ha guidato la settima meditazione di mercoledì pomeriggio, 21 febbraio. «Su Dio e sul cammino spirituale — ha messo in guardia don Tolentino de Mendonça — a noi credenti fa bene ascoltare i non credenti» che possono «guardare con una freschezza sorprendente alla vita di fede che noi viviamo e così neutralizzare il nostro tran tran». Del resto, ha fatto notare, «non è mai bene che la Chiesa rimanga a parlare da sola o che si isoli in una torre d’avorio». Insomma, attenti a non affidare «la guida spirituale a un pilota automatico» finendo per essere «custodi del sacro invece che cercatori; amministratori invece di considerarci esploratori, interroganti e innamorati».

«La fede cristiana è un’esperienza di nomadismo» ha insistito il predicatore, mettendo in guardia dal rischio di «sedentarietà spirituale» per i troppi «comfort», con una «atrofia interiore che da Ecclesia peregrinans ci fa diventare Chiesa da ufficio, totalmente occupata in saperi e diagnosi da non avere neppure il tempo per la marcia e il cammino». Con una domanda schietta: «E se gran parte della nostra ansietà e dei nostri disturbi provenisse da una ridotta attività spirituale?». Insomma, ha rilanciato il sacerdote portoghese, siamo «guide di pellegrini ma non pellegriniamo più; predicatori di una parola che non ascoltiamo più; insegniamo a pregare ma non preghiamo». E parliamo anche di contemplazione da «prigionieri dell’attivismo» e di carità senza «gratuità e oblatività». Oggi ai cristiani manca l’idea di «esistere in costruzione» perché, per dirla con il Don Chisciotte di Cervantes, «la strada ha da insegnarci più della locanda».

Don Tolentino de Mendonça ha fatto presente, citando anche il teologo Gustavo Gutiérrez, che «a nessuna tappa il cammino spirituale ci impermeabilizza dalla vulnerabilità» e che magari anche un po’ di humor non farebbe male. In fondo «la fede resiste e si approfondisce nei bisogni, nelle angosce, negli affronti, nelle sofferenze, cioè al di dentro di un’esistenza attaccata dalla sete. Non è un’esperienza da cui si possa svicolare o che si possa superare una volta per tutte: è all’interno di essa che io scopro la forza». Tanto che «il grande ostacolo alla vita di Dio dentro di noi non è la fragilità o la debolezza, ma la durezza e la rigidità. Non è la vulnerabilità e l’umiliazione ma il suo contrario: l’orgoglio, l’autosufficienza, l’autogiustificazione, l’isolamento, la violenza, il delirio di potere».

In conclusione, il predicatore ha suggerito una chiave di lettura concreta delle «tre tentazioni del Signore come emblemi della nostra sete», alla luce anche del libro Gesù di Nazaret di Benedetto XVI. Ed è «un rischio enorme — ha detto — quando la tentazione del potere, su scala più o meno grande, ci allontana dal mistero della croce, quando ci allontana dal servizio dei fratelli. Gesù insegna, invece, a non lasciarsi schiavizzare da nessuno e a non fare nessuno schiavo ma a rendere culto solo a Dio e a servire».

Intanto il vescovo Marcello Semeraro, segretario del consiglio dei cardinali, in un’intervista rilasciata al portale Vatican media, ha affermato che «gli esercizi spirituali della Curia romana sono riforma in atto» perché ricordano che, al di là di organizzazioni e strutture, «il primo cambiamento che occorre fare, e permanentemente, è un cambiamento della mentalità». Di qui, ha spiegato, l’importanza di interrompere «il lavoro ordinario anche attraverso il gesto simbolico di allontanarsi dall’abituale posto di lavoro per intensificare un incontro con Dio» per vivere «una riflessione che vede uno accanto all’altro i diversi collaboratori del Papa nella Curia romana».

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