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​L'ebrea viennese che si nascose a casa sua

Elsa Koditschek, ebrea, viveva in lussuoso quartiere di Vienna, ai piedi delle Alpi, quando i nazisti, che avevano annesso l’Austria alla Germania, confiscarono la sua casa: finì per stabilirvisi un ufficiale tedesco delle SS. Era il 1940. A Elsa fu permesso di restare: avrebbe dovuto però trasferirsi in soffitta. Per un anno fu come un ospite non gradita nella propria casa, poi fu emanato un editto che ingiungeva la sua deportazione in un ghetto in Polonia. Ma la donna, cui coraggio e spirito d’iniziativa non facevano difetto, riuscì a fuggire, lasciando dietro di sé alcuni beni, tra i quali un quadro di Egon Schiele, City in Twilight. Negli anni successivi — riferisce «The New York Times» del 6 ottobre che cita alcune sue lettere scritte durante la guerra — Elsa si nascose in abitazioni di persone che non vedevano di buon occhio gli ebrei: aveva quindi sempre il timore che potessero denunciarla alle autorità. Era tanto angosciata da tale rischio che alla fine prese una decisione a dir poco sorprendente: nottetempo, tornò nella soffitta della sua casa a Vienna, inquilina invisibile, che — lei ebrea — aveva al piano di sotto un ufficiale nazista. Da quella finestra lassù (per usare un’espressione shakespeariana) spiava, quasi senza respirare, le mosse dell’ufficiale, Herbert Gerbing, uno dei principali organizzatori a Vienna della deportazione degli ebrei. Quando la guerra finì, Elsa riprese possesso della sua casa, sebbene la sentisse come irrimediabilmente «contaminata». E a sua volta, recentemente, suo nipote ha ripreso possesso a New York, grazie all’aiuto della casa d’aste Sotheby’s, del quadro di Schiele trafugato durante la guerra dai nazisti e poi messo all’asta, passando per diversi proprietari.

di Gabriele Nicolò

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14 novembre 2019

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