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Leadership e democrazia
in Africa

· La scomparsa di Mugabe ha decretato la fine di un’epoca ·

La recente scomparsa dell’ex presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe segna l’addio, anagraficamente parlando, della prima generazione dei leader africani che governarono nel corso della “guerra fredda”.

Basti pensare al filo-occidentale zairese Mobutu Sese Seko, o al “Negus rosso”, l’etiope Mènghistu Hailè Mariàm, per non parlare dell’ex imperatore centrafricano Jean-Bedel Bokassa, tutte leadership fautrici di quella cleptocrazia che si è purtroppo procrastinata in alcuni esponenti delle seconde e terze generazioni di capi di stato e di governo africani.

Classi dirigenti, sia chiaro, che furono fortemente condizionate dall’asimmetria instauratasi con gli strascichi del colonialismo incentrato sulla superiorità dell’homo europæus e della civiltà occidentale. In effetti, quell’indirizzo politico non fu solo il prodotto di una sopraffazione di stampo ideologico, ma rispose, sotto le vestigia del cosiddetto neocolonialismo, alle istanze del mercato che gradualmente si stava configurando nel perimetro estensivo della globalizzazione.

In palio vi erano e vi sono tuttora le risorse economiche e strategiche di un continente, quello africano, straripante di materie prime, fonti energetiche in primis.

Questi fattori incisero profondamente nella geopolitica bipolare tra Est ed Ovest, segnata dalla dialettica, all’insegna della deterrenza tra i due blocchi dominanti (Usa ed ex Urss), procrastinandosi nel tempo, con modalità diverse, anche dopo il crollo del Muro di Berlino e il dissolvimento dell’ex Unione Sovietica.

A farne le spese furono proprio quelle popolazioni oggetto della conquista e della potestà prima dell’Europa e successivamente di quelle potenze straniere, di grande e medio calibro, di stampo asiatico, mediorientale e marcatamente occidentale. Con il risultato che le élites autoctone africane si prestarono impunemente, fin dagli anni ‘60, al mantenimento di rapporti economici ineguali di stampo corruttivo, seppure informali: dall’esistenza di milizie private, alle compagnie multinazionali, finalizzate allo sfruttamento delle risorse naturali presenti nel sottosuolo, prescindendo da qualsiasi forma di consenso o legittimazione popolare.

Sarebbe comunque ingiusto fare di tutte le erbe un fascio, non foss’altro perché l’Africa, in particolare quella subsahariana, ebbe delle figure straordinarie che seppero contrastare l’oligopolio economico, il familismo etnico-politico e la disomogeneità nella redistribuzione delle risorse nazionali su base clientelare o nepotistica.

Andarono certamente controcorrente, rispetto ai loro contemporanei, statisti della levatura del senegalese Leopold Sédar Sénghor, del tanzaniano Julius Nyerere, o del ghanese Kwame Nkrumah, per non parlare del sudafricano Nelson Mandela che pagò più di altri, a caro prezzo, il suo impegno contro l’apartheid durante gli anni del segregazionismo instaurato dal regime bianco di Pretoria.

Ed è proprio questo il punto: il delirio di onnipotenza espresso da Mugabe nei suoi 37 anni di regime (dal 1980 al 2017) è sintomatico di quella deriva, tipica di certi “presidenti-padroni”, originariamente leader dei movimenti nazionali concentrati sulla lotta anti-coloniale, ma che poi una volta al governo trascurarono di misurarsi con l’edificio ordinato della Res publica e dunque dei rapporti sociali rispetto al bene comune.

Da una parte, Mugabe fu capace di galvanizzare carismaticamente le masse, opponendosi al colonialismo, dall’altra, fin dall’inizio del suo governo, fece di tutto per sopprimere chiunque ostacolasse la sua ascesa politica. Basti pensare alla famigerata 5ª Brigata, impiegata da Mugabe nella regione del Matabeleland per sbaragliare i seguaci del suo rivale Joshua Nkomo; si stima che tra il 1983 e il 1987, durante il massacro denominato in codice Gukurahundi, persero la vita 20.000 civili appartenenti all’etnia minoritaria Ndebele.

Vi furono certamente alcune note positive nei suoi primi anni di leadership, quando investì, ad esempio, risorse significative nella scolarizzazione della popolazione, facendo dello Zimbabwe il Paese africano col più alto tasso di alfabetizzazione, l’85 per cento circa degli adulti. Riuscì addirittura a conquistare, inizialmente, la simpatia degli ex coloni, auspicando una riconciliazione tra afro e bianchi dopo anni di guerra civile costata la vita a oltre 30.000 persone di cui il 90 per cento autoctone.

Purtroppo, la sete insaziabile di potere lo portò a mantenere il comando del Paese con ogni mezzo, dalla fine degli anni ‘90, facendo precipitare nella miseria più squallida la stragrande maggioranza della popolazione.

Sebbene lo Zimbabwe avesse bisogno di una riforma agraria, egli l’attuò nel più drastico e violento dei modi, senza ottenere alcun beneficio per la nazione.

La storia di Mugabe richiama alla mente una massima del poeta Walt Whitman, secondo cui la parola democrazia «è una grande parola, la cui storia non è ancora stata scritta, perché quella storia deve ancora essere messa in atto».

di Giulio Albanese

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18 novembre 2019

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