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Le vie della santità

· Intervista al cardinale Angelo Amato ·

Sarah Grant «Tutti i santi»

Ci sono fedeli che hanno vissuto e testimoniato la carità fino all’ultimo momento della loro esistenza. Uomini e donne che, pur consapevoli di rischiare la vita, sono rimasti al capezzale di moribondi colpiti da malattie infettive oppure sul campo di battaglia per assistere i feriti. Se riconosciuta dalla Chiesa, questa offerta della vita rappresenta un’ulteriore via dell’iter di beatificazione e canonizzazione, dopo il martirio, l’eroicità delle virtù e la conferma del culto antico. Papa Francesco ne ha tracciato le caratteristiche nel motuproprio Maiorem hac dilectionem dell’11 luglio 2017, un documento che ha segnato in modo distintivo l’attività svolta dalla Congregazione delle cause dei santi nell’anno appena trascorso. Anno che si è chiuso all’insegna di un altro importante testo, l’istruzione Le reliquie nella Chiesa: autenticità e conservazione — resa nota poco più di due settimane fa — che disciplina la custodia, la cura, il trasporto e l’autenticazione delle reliquie di servi di Dio, beati e santi. Ne parla in questa intervista all’Osservatore Romano il cardinale Angelo Amato, prefetto del dicastero.

Il motuproprio «Maiorem hac dilectionem», sull’offerta della vita ha introdotto un’importante novità nella procedura tradizionale della Congregazione. Si sono già prodotti dei cambiamenti nell’iter delle cause di canonizzazione?

Forse conviene precisare il contenuto dell’offerta della vita, di cui parla il documento. Per l’attuale legislazione, prima del motuproprio, le strade per la beatificazione di un servo di Dio erano, salvo rare eccezioni, sostanzialmente due: quella fondata sull’eroicità delle virtù e quella fondata sul martirio. Ora si aggiunge una terza fattispecie, che riguarda quei cristiani che, seguendo più da vicino le orme e gli insegnamenti del Signore Gesù, offrono volontariamente e liberamente la vita per gli altri, perseverando fino alla morte in questo proposito. Finora non si hanno cause di beatificazione impostate su questa modalità.

A cosa è dovuto ciò?

Penso che si debba ancora assimilare bene questa terza via, che, pur nettamente distinta da quelle dell’eroicità delle virtù e del martirio, contempla precise modalità di attuazione. Il motuproprio, infatti, elenca cinque criteri che qualificano l’offerta della vita. Il primo e il più importante richiede l’eroica accettazione propter caritatem di una morte certa e a breve termine. Non si tratta, però, di martirio, perché il martirio contempla l’odium fidei da parte del persecutore. Ovviamente, il servo di Dio deve aver vissuto in modo ordinario le virtù cristiane.

Può fare qualche esempio?

Potrebbero entrare in questa fattispecie — dopo un esame accurato dei singoli casi — coloro, per esempio, che, durante una pestilenza, contraggono il morbo assistendo per carità gli appestati e soccombono contagiati dallo stesso male. Pur non essendo martirio, perché non c’è un persecutore che odia la fede cristiana, qui siamo di fronte all’offerta della vita usque ad mortem. Rientrerebbero in questa casistica anche quei cristiani — come vescovi, parroci, missionari, medici, educatori, militari, padri e madri di famiglia — che si offrono spontaneamente per un atto di carità personale o sociale talmente rischioso da far prevedere come certo il sacrificio della vita. Un esempio potrebbe essere rappresentato da quelle gestanti cristiane che, per non danneggiare il bambino che portano nel grembo, rifiutano le cure necessarie per la loro salute, avviandosi, così, verso una morte prematura certa. Eroico appare anche l’atteggiamento di un giovane, che prende liberamente e per carità cristiana il posto di un condannato a morte padre di famiglia con figli piccoli. Rientrerebbe nella nostra casistica anche il caso di un cappellano militare che, invece di mettersi in salvo, continua ad assistere il moribondo sotto il fuoco nemico, fino a rimanerne ucciso. Come si vede gli esempi possono essere molti e vanno analizzati e documentati con estrema attenzione.

Nel passato ci sono stati casi di questo tipo?

Certamente, ma sono stati trattati nell’ambito delle due vie tradizionali. Ad esempio, Luigi Gonzaga (1568-1591) ottenne dai suoi superiori religiosi il permesso di dedicarsi all’assistenza degli appestati di Roma venendone contagiato fino a morire. Damiano de Veuster (1840-1889), missionario nelle isole Hawaii, si offrì volontario per l’assistenza dei lebbrosi nell’isola di Molokai, dove contrasse il morbo. Anche la sua causa ha seguito la via delle virtù. Lo stesso si può dire di Gianna Beretta Molla (1922-1962), madre di famiglia e medico. Alla terza gravidanza si sottopose a una difficile operazione chirurgica. L’unica consegna ai medici fu: «salvate la mia creatura». A una settimana dal parto morì vittima del suo sacrificio per salvare la figlia. Concludendo, il motuproprio del luglio scorso introduce ufficialmente nelle procedure delle cause di beatificazione un nuovo modello di santità canonizzabile, quello della sequela di Cristo nell’imitazione del suo supremo atto di amore, come recita il vangelo di Giovanni: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici».

Sappiamo che l’istruzione sulle reliquie del 17 dicembre ha avuto una lunga gestazione. Da quali esigenze è nata?

Dall’urgenza di chiarezza circa il significato, il valore, l’autenticità e la conservazione delle reliquie.

Cosa sono le reliquie e perché sono venerate nella Chiesa?

Secondo la bimillenaria tradizione cristiana, le immagini e le reliquie dei santi sono tenute in grande considerazione nella Chiesa. Il motivo della loro venerazione risiede nel fatto che il corpo dei beati e dei santi è stato sulla terra il tempio vivo dello Spirito Santo e lo strumento della loro santità.

Ci sono differenti specie di reliquie?

Le reliquie si suddividono in reliquie insigni e in reliquie non insigni. Sono considerate reliquie insigni il corpo intero dei beati e dei santi o parti notevoli del loro corpo o l’intero volume delle ceneri derivanti dalla loro cremazione. Per assicurarne la conservazione e la venerazione ed evitare eventuali abusi, esse vanno custodite in apposite urne sigillate e collocate in luoghi che ne garantiscano la sicurezza e ne favoriscano il culto.

Che cosa si intende per reliquie non insigni?

Si tratta di piccoli frammenti dei corpi dei beati e dei santi o anche di oggetti che sono stati a contatto diretto con le loro persone. Anche le reliquie non insigni, custodite in teche sigillate, sono oggetto di onore e venerazione.

Quali sono gli aspetti peculiari del documento?

L’istruzione è di grande utilità per i vescovi e gli eparchi perché offre norme precise relative alla ricognizione dei resti mortali dei beati e dei santi, alla loro traslazione da un luogo all’altro o a un loro eventuale pellegrinaggio da una città o nazione a un’altra. Per tutte queste operazioni, oltre ai permessi delle autorità ecclesiastiche e civili implicate, è indispensabile il consenso della Congregazione delle cause dei santi.

di Nicola Gori

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